Il Manifesto del Partito Comunista

Introduzione al Manifesto del Partito Comunista a cura della Commissione formazione

PERCHÉ IL MANIFESTO

Il Manifesto rappresenta il punto d’arrivo di una elaborazione decennale e segna il passaggio a nuovi studi e all’impegno politico in prima persona di Marx ed Engels nel movimento operaio e per la rivoluzione e, come era solito ripetere Antonio Labriola, annuncia “il nostro primo e sicuro ingresso nella storia”.

L’inizio di questa elaborazione la possiamo datare al 1842, quando Marx, durante l’esperienza di redattore prima e di direttore poi della Gazzetta Renana (giornale pubblicato a Colonia che esprimeva le istanze della borghesia progressista tedesca: eliminazione dazi doganali, avvio del processo di unificazione territoriale, sviluppo dei trasporti, libertà di stampa, etc.), entra a contatto coi cosiddetti interessi materiali che governavano la società tedesca di quegli anni, come lo spezzettamento della proprietà fondiaria, la situazione dei contadini della Mosella, la questione del libero scambio, e comincia così a rendersi conto di come sia la condizione economica a determinare lo sviluppo della sfera politica e delle condizioni sociali oggettive. Questa presa di coscienza spinge Marx ad interessarsi al socialismo, ma soprattutto al comunismo francese e, quando i soci, su pressione del governo prussiano, pretendevano di dare un indirizzo più moderato al giornale, all’inizio del 1843 Marx si dimette dalla direzione e decide di trasferirsi a Parigi.

Il soggiorno parigino è fondamentale nella biografia di Marx perché sono gli anni dell’inizio della sua collaborazione con Engels, della nascita della concezione materialistica della storia, del socialismo scientifico e del suo impegno politico militante a contatto con la classe operaia.

Sarà l’impegno politico attivo a spingere i due amici ad organizzare una dura lotta di frazione, sulla base della nuova concezione del materialismo storico, contro le posizioni utopistiche e settarie presenti nelle varie organizzazioni d’ispirazione comunista, in particolare contro quella parte della Lega dei Giusti, influenzata dalle idee del sarto Wilhelm Weitling e contro il socialismo piccolo borghese di Proudhon.

La lotta di frazione fu particolarmente aspra contro le idee di Weitling per il quale la classe operaia non è il portatore storico del socialismo, ma che la missione di instaurare il “mitico regno dell’uguaglianza”, attraverso un colpo di mano organizzato da qualche illuminato, doveva essere affidata al cosiddetto proletariato marginale (vagabondi, briganti, poveri d’ogni specie) che, stando ai margini della società e della legalità borghesi, è sempre pronto all’offensiva rivoluzionaria.

Quanto a Proudhon, popolarissimo nei circoli operai francesi grazie al testo Che cos’è la proprietà apparso nel 1840, in cui critica la proprietà borghese, affermando che essa non è nient’altro che un furto, quando nel 1846 pubblicò La filosofia della miseria offrì inconsapevolmente a Marx, con la sua Miseria della filosofia, l’opportunità di esporre per la prima volta in modo scientifico i risultati dell’analisi materialista della storia applicata alla società moderna.

Quest’opera critica aspramente il programma proudhoniano di emancipazione della classe operaia all’interno dei limiti della società borghese e dimostra come sia utopistico il volere mantenere in piedi questa società, eliminandone gli aspetti negativi. Come è altrettanto illusoria l’idea di instaurare gradualmente l’uguaglianza tra i proprietari e i non proprietari attraverso strani artifizi, come lo sviluppo delle cooperative e il credito gratuito (il cosiddetto mutualismo tanto gradito e teorizzato dai teorici del terzo settore), senza abolire la libera iniziativa, la concorrenza, senza lotta di classe e organizzazione del proletariato in partito politico.

A Parigi Marx, oltre a polemizzare aspramente con i suoi “avversari”, ha modo di frequentare assiduamente le associazioni comuniste di artigiani e operai francesi e tedeschi di cui non condivideva le idee, ma ne ammira lo slancio rivoluzionario e il forte spirito di solidarietà.

Nell’estate del 1845 Marx ed Engels fecero un soggiorno di studi in Inghilterra. Qui Marx cominciò ad approfondire i suoi studi economici ed Engels poté riallacciare i vecchi rapporti che aveva instaurato durante il suo primo viaggio del 1843, quando aveva collaborato al Northern Star, organo dei cartisti, e aveva conosciuto alcuni artigiani-operai tedeschi membri della Lega dei Giusti, esuli in Inghilterra per avere partecipato al tentativo insurrezionale organizzato a Parigi da Blanqui nel maggio 1839.

Il 1845 rappresenta un anno particolarmente importante per la storia politica del movimento operaio, perché è l’anno della pubblicazione de La situazione della classe operaia in Inghilterra con cui Engels dimostra, analizzando attentamente le inchieste parlamentari sulle fabbriche, che “La conoscenza delle condizioni del proletariato è una necessità imprescindibile, da un lato per dare solide fondamenta alle teorie socialiste, dall’altro per giudicare la loro legittimità, per porre fine a tutte le frenesie romantiche e a tutte le fantasticherie”.

Sarà questo il compito che si assumeranno Marx ed Engels per gli anni successivi, ovvero elaborazione teorica dei principi del socialismo scientifico, con la conseguente critica al riformismo e all’utopismo: lotta politica all’interno del movimento operaio per unificare i gruppi di operai rivoluzionari sulla base dei principii del socialismo scientifico, che nel 1848 saranno esposti nel Manifesto.


LOTTA POLITICA E LOTTA DI FRAZIONE: DUE LATI POCO CONOSCIUTI DEGLI AUTORI DEL MANIFESTO

Nel 1846 Marx, che si trovava a Bruxelles, lavora alla creazione dei Comitati di Corrispondenza (Parigi, Bruxelles, Londra), che avrebbero dovuto mettere in contatto i comunisti tedeschi coi comunisti francesi e inglesi, stringere rapporti organizzativi tra i vari gruppi rivoluzionari e alimentare un confronto critico tra le varie concezioni presenti nel panorama socialista internazionale.

L’anno successivo, Marx e il Comitato di Corrispondenza di Bruxelles e di Parigi, quest’ultimo alimentato da Engels, si affiliano alla più importante organizzazione di lavoratori tedeschi emigrati, la Lega dei Giusti, ed iniziano una dura lotta di frazione che si concluse con l’acquisizione dei principi del socialismo scientifico, elaborati da Marx ed Engels, da parte della Lega dei Giusti.

Il primo congresso di questa nuova organizzazione si riunì a Londra nel giugno del 1847. A questo congresso Marx non era presente, vi era Engels che rappresentava Parigi e pochi altri delegati.

Le decisioni più importanti prese dal congresso furono il cambiamento del nome in Lega dei Comunisti e l’adozione di un nuovo Statuto in cui il primo articolo enunciava in modo netto il principio centrale del comunismo rivoluzionario: “Scopo della Lega è il rovesciamento della borghesia, il dominio del proletariato, la soppressione della vecchia società borghese basata sull’antagonismo delle classi e la fondazione di una nuova società senza classi né proprietà privata” (Engels, Storia della Lega). L’antica parola d’ordine della Lega dei Giusti “Tutti gli uomini sono fratelli”, viene sostituita da “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”.

Il secondo congresso si convocò ancora Londra nel novembre del 1847. A questo congresso partecipa anche Marx.

Il dibattito congressuale durò qualche giorno e fu particolarmente animato, soprattutto per le resistenze di alcuni militanti ad accogliere le nuove impostazioni programmatiche, ma alla fine Marx riuscì a convincere la maggioranza sulla correttezza del nuovo programma, che fu approvato nelle sue linee generali. Al termine del congresso Marx ed Engels ricevettero l’incarico distendere i principi teorici e programmatici del partito, ovvero il Manifesto.


PERCHÉ QUESTO TITOLO

Al primo congresso, Engels e militanti di altre comunità avevano ricevuto l’incarico di elaborare lo schema di una “Professione di fede”, da presentare al congresso successivo, che sarebbe diventato il programma della Lega.

Engels aveva scritto un testo, Principi del comunismo, che rispondeva bene alla consegna ricevuta dal congresso, ma che lui stesso riteneva essere troppo schematico e rigido e che mal rispondeva alle esigenze di un documento programmatico da indirizzare al movimento operaio internazionale, che avrebbe dovuto invece avere una forma più discorsiva e approfondita. Per questo scrive a Marx invitandolo a intitolare il tutto Manifesto del Partito Comunista.

L’uso del termine “manifesto” va sicuramente fatto risalire al testo di Sylvain Marechal del 1796, il Manifesto degli eguali, scritto per la congiura di Babeuf e dei suoi compagni e che rispecchiava molto bene lo spirito rivoluzionario che i due autori volevano dare al loro testo. Inoltre, in Germania, con la parola “Manifest” si indicava ogni esplicita dichiarazione di principi, e tale avrebbe dovuto essere il Manifesto.

Per quanto riguarda l’aggettivo “comunista” la scelta nasceva dal fatto che il testo veniva redatto come documento programmatico della Lega dei Comunisti e dalla volontà di rompere con tutto il pensiero socialista precedente. Infatti, come spiegherà Engels in una prefazione ad una edizione del testo del 1890, “Nel 1847 socialismo significava un movimento borghese, comunismo un movimento operaio. Il socialismo era ammissibile nei salotti, il comunismo era il contrario”. E negli anni Novanta dell’Ottocento (poco prima di morire) era ancora più chiaro e non si stancava di ripetere di fronte al termine “socialdemocratico”, che individuava il militante del movimento operaio, che per quanto lo riguardava rivendicava per sé quello di “comunista”, perché il programma del Manifesto era comunista e non socialdemocratico.


IL RUOLO DI ENGELS NELL’ELABORAZIONE DEL TESTO

Seguendo quanto ha raccontato lo stesso Engels, si scopre che ambedue collaborarono alla raccolta dei materiali preparatori in una piena e completa comunanza di idee, ma poi fu Marx a stendere materialmente il documento. Engels dichiarò, nella prefazione all’edizione tedesca del 1883, che “essendo il Manifesto nostra opera comune, è tuttavia mio dovere dichiarare che l’idea fondamentale che ne costituisce il nucleo è di Marx”, cioè “che in ogni epoca storica, il modo di produzione e di scambio dominante e il regime sociale che ne è il risultato necessario, formano la base sulla quale si edifica e dalla quale soltanto può venire spiegata la storia politica e intellettuale di tale epoca e che di conseguenza la storia dell’umanità è storia di lotte di classe, cioè della lotta tra sfruttati e sfruttatori, tra classi sottomesse e classi dominanti ai vari livelli dell’evoluzione sociale; che questa lotta ha raggiunto un grado in cui la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non può liberarsi della classe che la opprime (la borghesia), senza liberare ad un tempo, e per sempre, tutta la società dallo sfruttamento, dall’oppressione e dalle lotte tra le classi, questo pensiero fondamentale appartiene unicamente ed esclusivamente a Marx” (Il partito e l’Internazionale, Ed. Rinascita).

Marx era morto da poco (1883) ed Engels si tirava da parte e non citava neanche il lavoro propedeutico che aveva fatto (Principi del comunismo, scritto nel novembre del 1847), dove anticipava tanti presupposti teorici che saranno ripresi nel Manifesto.

Principi si apre con l’affermazione che il comunismo è la dottrina che studia le condizioni materiali del proletariato per organizzare la sua liberazione. Prosegue definendo cos’è il proletariato, ovvero chi vende il proprio lavoro per sopravvivere e che nell’epoca dell’industria coincide con la classe operaia. Viene quindi affrontato il tema del lavoro mercificato, con il richiamo dell’ottenimento da parte del lavoratore del minimo per la sopravvivenza. Argomenti che saranno ripresi nel Manifesto, come sarà ripresa l’analisi complessiva della società capitalistica con le sue ricorrenti crisi di sovrapproduzione. Infine, vengono affrontati temi come quello dell’internazionalismo, delle categorie sociologiche, della famiglia, della religione, del socialismo piccolo borghese, che saranno anch’essi assorbiti nel Manifesto.

Cosa vuol dire questo? Significa che il documento originario era quello di Engels? No, dimostra che i due, nella loro evoluzione toccavano e analizzavano gli stessi temi e che i Principi sarà riassorbito nel Manifesto che, sebbene scritto dal solo Marx, riprende gli argomenti di Engels e li inserisce in un quadro storico più dinamico e li trasforma da esposizione catechistica in programma politico da realizzare.

Nel Manifesto sono presenti i più importanti temi che riguardano le problematiche del movimento operaio, che vengono esposti attraverso l’analisi storica e verificati in rapporto all’epoca che analizzano. Viene analizzata e descritta l’evoluzione della classe borghese, mettendo in evidenza la grande funzione rivoluzionaria che essa ha avuto, la sua grande capacità di essere stata in grado dopo avere criticato la società feudale e averla abbattuta con la forza delle armi per aprirsi la strada verso la creazione della sua società. Di come abbia saputo centralizzare il potere economico e politico, di come ha saputo assimilare ai suoi interessi la campagna, di come abbia saputo assoggettare i popoli “barbari” delle colonie ma come, dopo aver svolto questa funzione, essa stessa assolutizzi la nuova società, riducendola ad un massimo che non può essere superato. Marx ed Engels dimostrano che quest’idea di assolutizzarsi, sia un assurdo e storico e anche dialettico. Storico perché i sistemi sociali sono organismi viventi che nascono, vivono e muoiono. Dialettico perché la borghesia crea, col suo “non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione”, la sua contraddizione: un proletariato industriale sempre più numeroso che si erge contro di lei, ricordandole che il suo potere non potrà essere eterno.

Il Manifesto spiega che il mondo borghese semplifica notevolmente i contrasti di classe, che il nuovo conflitto riguarda esclusivamente la borghesia e il proletariato, ovvero la classe degli “operai moderni che vivono solo fino a tanto che trovano lavoro, e trovano lavoro fino a tanto che il loro lavoro aumenta il capitale”. La vita dell’operaio è quindi legata a doppio filo alla borghesia ed è da questo ultimo elemento che nasce la contrapposizione di classe, che può essere superata soltanto attraverso la lotta, che ha come obiettivo finale la sconfitta della classe borghese.

Ma l’acquisizione di questa consapevolezza non è per niente scontata, tutt’altro. Il Manifesto descrive anche la nascita di questa consapevolezza: la coscienza di classe.

Le dure condizioni di lavoro e di vita spingono gli operai a cercare vie per alleviare le loro condizioni d’esistenza. Nascono così le prime forme di lotta, dapprima isolate l’una dall’altra, col tempo meglio organizzate, fino ad arrivare alla nascita delle coalizioni operaie, ossia l’organizzazione operaia per la difesa dei propri interessi materiali che, raggruppando un numero sempre maggiore di operai, diventa coscienza del proprio stato e della propria forza, ma anche consapevolezza di appartenere ad una stessa classe. All’esperienza delle coalizioni, che aprono la strada alla nascita del sindacato, è quindi strettamente connessa l’idea di coscienza di classe.

Nel Manifesto viene quindi ribadito quanto già Marx aveva espresso in Miseria della filosofia in polemica con Proudhon, cioè che la lotta immediata, puramente rivendicativa, ha lo scopo di unificare la classe operaia ed è il primo passo per organizzare la lotta politica al di là delle conquiste e dei successi che si raggiungono “di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero, il vero risultato delle lotte non è il successo immediato, ma l’unione sempre più estesa degli operai”, questa unione, sempre più estesa, deve sfociare nell’organizzazione politica del proletariato “per il rovesciamento del dominio borghese e la conquista del potere politico”.

L’analisi del Manifesto presenta la lotta fra le classi sociali; la nascita della borghesia e la sua affermazione come classe dominante; il potere politico visto “come comitato d’affari” di tutta la classe borghese; l’origine del proletariato e le indicazioni sulla sua funzione storica; la necessità dell’organizzazione politica indipendente della classe operaia per la conquista del potere attraverso la rivoluzione, per realizzare così la trasformazione sociale che porterà alla formazione di una nuova società, quella comunista; la critica alle varie teorie socialiste in auge in quegli anni (dalle utopie classiche dei Saint-Simon, Fourier e Owen, ai socialismi piccolo borghesi, dal vero “socialismo tedesco” a quello medievale); la prima enunciazione di “dieci misure” da attuare nel corso del processo rivoluzionario (primo abbozzo di programma transitorio); il richiamo “all’attenzione che i comunisti rivolgono alla Germania”, evidente primo riferimento alla teoria della rivoluzione permanente.

Con queste analisi abbiamo finalmente la nascita di una dottrina scientifica che, basandosi sull’osservazione della realtà, diventa dottrina politica perché si trasforma nel programma di un partito, La Lega dei Comunisti, che si ripropone, attraverso la rivoluzione, non di sostituire la classe al potere, ma di abbatterla per attuare la propria dittatura e trasformare così la società.

Pubblicato per la prima volta a Londra in lingua tedesca nel febbraio del 1848, quindi poco prima che scoppiasse la rivoluzione in Francia, possiamo affermare con certezza che non ebbe influenza nel processo rivoluzionario sia per la scarsa diffusione del testo (la prima stampa in francese avverrà poco prima dell’insurrezione degli operai parigini del giugno 1848), sia per la debolezza del partito politico portatore del programma che vi era esposto, ovvero la Lega dei Comunisti.

Con la sconfitta degli operai parigini e con la reazione che, tranne in Inghilterra, imperversa indisturbata in tutta Europa, per alcuni anni si perderanno le tracce sia del Manifesto che del partito che si richiamava al suo programma, La Lega dei Comunisti.

Sarà con lo scioglimento della Associazione Internazionale dei Lavoratori (La Prima Internazionale), la vittoria politica di Marx contro Bakunin e la fondazione dei vari partiti socialdemocratici in tutta Europa, che il Manifesto ritornerà d’attualità, diventando il programma politico di centinaia di migliaia di operai in tutta Europa. Quindi, dalla fine degli anni ’70 del XIX sec., il destino del Manifesto s’incrocerà costantemente con l’evoluzione dei partiti socialdemocratici e con la radicalizzazione dello scontro sociale.

In Europa centinaia di migliaia di lavoratori seguivano i partiti socialdemocratici di ispirazione marxista ma, man mano che questi partiti si rafforzavano e al loro interno aumentava l’influenza delle tendenze legalitarie e riformiste, il programma del Manifesto veniva messo in discussione, le sue analisi considerate errate e i suoi punti programmatici superati. Il Manifesto veniva messo negli scaffali delle librerie per essere divorato dalla polvere e dalle tarme.

Sebbene il grosso della socialdemocrazia lo avesse espulso quasi come un “reietto” dal suo programma ufficiale, il programma del Manifest continuava a vivere nell’impegno quotidiano di militanti di sinistra della socialdemocrazia internazionale, a partire dal gruppo bolscevico del partito socialdemocratico russo, per arrivare alla sinistra della socialdemocrazia tedesca: da Lenin a Rosa Luxemburg.

Con l’arrivo della Prima guerra mondiale, poi della Rivoluzione Russa e della Terza Internazionale il Manifesto torna vivo. Diventa il programma della Terza Internazionale e Rosa Luxemburg, nel suo discorso fondativo della Lega di Spartaco del 1918 poteva affermare che “Ora, compagni, viviamo oggi il momento in cui possiamo dire: siamo di nuovo con Marx, sotto la sua bandiera. Se oggi noi dichiariamo nel nostro programma: il compito immediato del proletariato non è altro che fare del socialismo verità e realtà e sradicare completamente il capitalismo, noi ci mettiamo sul terreno su cui stavano Marx ed Engels nel 1848 e dal quale essi non si scostarono mai in linea di principio” (cit. in Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti).

Il primo “tuono” della rivoluzione mondiale, quello russa, aveva riportato in auge il vecchio programma della Lega dei Comunisti, il Manifesto, che si realizza pienamente nei suoi punti programmatici fondamentali: conquista del potere politico da parte del proletariato russo con una rivoluzione violenta, interventi dispotici per espropriare le classi possidenti, fondazione del partito internazionale (La Terza Internazionale) per organizzare le lotte del proletariato su scala mondiale.

Con la Rivoluzione russa e la nascita dei partiti comunisti il Manifesto ritorna d’attualità. Se ne vendono milioni di copie, diventa uno dei testi a stampa più diffusi al mondo, il suo contenuto esercita un’enorme influenza sul movimento operaio di tutto il mondo, tanto da far dire a Lenin che “questo piccolo libretto pesa quanto interi voluminosi volumi e il suo spirito anima e muove tutto il proletariato in lotta nel mondo civile”.

L’influenza del Manifesto sulla classe operaia di tutti i paesi è durata per molti anni fin quando, con l’esistenza dell’Unione Sovietica, si pensava fosse possibile fondare una società diversa, di uomini liberi e uguali, dove lo sviluppo dell’uno fosse propedeutico a quello dell’altro. Sappiamo però come è finita. Col crollo dell’Unione Sovietica, crollo inevitabile data la sua natura di Stato operaio degenerato, dove la classe operaia era stata espropriata del potere da una famelica e feroce burocrazia,
il Manifesto è stato nuovamente relegato negli scaffali ad impolverarsi in attesa di una ripresa rivoluzionaria che lo riproporrà al centro dell’attenzione della classe operaia.

Ma come all’inizio del Novecento con Lenin e con la Luxemburg, anche oggi ci sono partiti, come allora minoritari, che si richiamano costantemente ai principi del Manifesto, ritenendoli attuali e indispensabili per comprendere la realtà e indirizzare la tattica e la strategia rivoluzionaria in previsione della presa del potere da parte della classe operaia.


PER CONCLUDERE: L’ATTUALITÀ DEL MANIFESTO

Fin dalla sua pubblicazione il Manifesto è stato oggetto di critica sia da parte di intellettuali borghesi che ne temevano lo slancio rivoluzionario, sia da parte di molti intellettuali di ispirazione socialdemocratica, soprattutto prima Bernstein e poi Kautsky, che accusavano Marx di avere illustrato una società nella quale i rapporti di produzione, anche nei paesi più evoluti (per dirla con Marx, quelli civilizzati), restavano in uno stato di arretratezza e che in quelle condizioni si aveva a che fare, più che con operai industriali, con artigiani e quindi il Manifesto era valido solo per l’epoca in cui era stato scritto, ma non corrispondeva più al sistema progredito di fine 19° e inizio 20° secolo.

Ma questi critici non capivano che Marx ed Engels nel loro testo analizzavano le linee di sviluppo del mondo borghese nel suo complesso, e soprattutto le sue contraddizioni. Tutta la storia, dal 1848, ad oggi è stata segnata dallo scontro sociale che ha visto, costantemente, contrapposte la classe dei capitalisti a quella degli operai. E questo scontro nasce dalla necessità degli uni di estorcere più plusvalore, degli altri di limitare questa estorsione per ottenere più salario. E che mentre prima questo conflitto coinvolgeva per lo più i paesi occidentali, oggi, come si evince dal Manifesto, la borghesia ha creato un mondo “a sua immagine e somiglianza”. Tutto il mondo è governato dai rapporti di produzione borghesi: la cosiddetta globalizzazione, che tanti intellettuali, di tutte le risme, cercano di capire, è stata anticipata dagli autori del nostro testo. “Essa (la borghesia) costringe tutte le nazioni ad adottare le forme di produzione borghesi se non vogliono perire; le costringe ad introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a sua immagine e somiglianza” (Manifesto del Partito Comunista).

La seconda e la terza rivoluzione industriale, sino ad arrivare ai nostri giorni con la cosiddetta rivoluzione tecnologica, dimostrano che la borghesia non può esistere senza “rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione” e che questo bisogno continuo di innovazione mira esclusivamente all’aumento della capacità produttiva e all’abbattimento dei costi di produzione per conquistare nuovi mercati. Ma questo processo innesca inevitabilmente “le crisi di sovrapproduzione” e si verifica così quel fenomeno sconosciuto a tutte le civiltà che hanno preceduto quella borghese: l’eccessiva ricchezza che crea povertà per milioni di individui.

L’innovazione continua dei mezzi di produzione conferma pienamente una delle altre considerazioni presenti nel testo, che tanto hanno fatto e ancora oggi fanno discutere: “la teoria dell’impoverimento” dell’operaio. L’idea che più si automatizzano i processi produttivi, semplificando così l’abilità richiesta per le varie attività di lavoro, più diminuisce il salario dell’operaio, è stata aspramente criticata e combattuta dalla stragrande maggioranza degli intellettuali borghesi, ma anche, per non dire soprattutto, nell’ambito della socialdemocrazia tedesca (Kautsky) e internazionale e dai sindacalisti di ogni genere, che attribuivano ai miglioramenti temporanei, che i lavoratori conquistavano grazie alle lotte, caratteristiche permanenti.

Oggi che il monte salariale nel suo complesso è sottoposto ad una forte contrazione, che i salari tendono costantemente a diminuire, che la ricchezza si concentra sempre più nelle mani dei ricchi, che moltissimi uomini e donne, seppur lavorando, per sopravvivere si rivolgono alle “opere caritatevoli”, vediamo che quanto esposto nel Manifesto sulla miseria crescente è confermato, a dispetto dei molti, dallo sviluppo che sotto i nostri occhi ha assunto il capitalismo, che “si dimostra incapace di rimanere più a lungo classe dominante perché incapace di assicurare al suo schiavo l’esistenza persino nei limiti della sua schiavitù”.

Possiamo quindi affermare che questo lavoro giovanile dei due ideatori del socialismo scientifico è ancora pienamente attuale. Sicuramente ci sono qui e là considerazioni che appartengono al passato, ma il quadro d’analisi che viene fatto dello sviluppo della società borghese e delle sue contraddizioni ha resistito alla cosiddetta usura del tempo e possiamo perciò sostenere che, mai come oggi, è necessario riprenderlo in mano. Perché non si tratta né di un documento storico, né di una proposta metodologica, come molti sostenevano quando era di grande attualità, ma ci si trova di fronte a un documento politico programmatico da accogliere da un lato come proposta interpretativa del mondo e della storia ,dall’altro come programma d’azione di un partito rivoluzionario che vuole trasformare radicalmente la società.

Il Manifesto, quindi, deve continuare ad essere per il nostro movimento politico il documento rivoluzionario che “descrive la rivoluzione nella storia, la propone, l’annuncia”.

E se è vero quanto affermato dal militante carrista Julian Harney, amico di Marx ed Engels, a proposito del Manifesto quando apparve a Londra per la prima volta, cioè che “È il documento più rivoluzionario che mai sia stato offerto al mondo”, poiché i rapporti fra le classi sociali sono rimasti invariati dal 1848 ad oggi, allora è indispensabile farvi riferimento costantemente perché ci dà i criteri politici interpretativi attraverso i quali comprendere gli avvenimenti sociali, perché non opera scissioni tra teoria e prassi, tra programma minimo e massimo e ci indica la via dell’azione richiamandosi alla storia e alle condizioni presenti del proletariato.

Bisogna diffidare di tutti quelli che dicono che il Manifesto è vecchio, superato, poiché essendo il documento programmatico fondativo del nostro movimento politico, quello comunista, esso sarà superato soltanto quando la classe operaia di tutto il mondo diventerà classe dominante. Solo allora si potrà cominciare a ritenere il Manifesto esclusivamente un documento storico.

Natale Azzaretto – Commissione formazione

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