Vedere oltre la montagna

Di Falaghiste

Robert Musil, filosofo e scrittore austriaco, scriveva che il capitalismo si configura come l’organizzazione dell’umanità al ribasso; nel senso che per governare la società di mercato bisogna sintonizzarsi sulla bassezza. A guardarsi intorno non si può che essere d’accordo con lui. Allora, se al capitalismo serve bassezza per governare, agli sfruttati serve -altezza- per impedirglielo di fare: un programma politico e una strategia all’altezza della globalizzazione.

Per cui, qual è l’elemento di lunga durata che plasmerà la prossima epoca storica? Forse un’altra guerra fra potenze imperialiste, magari fra Cina e Stati Uniti? La pandemia, i vaccini?  Oppure il green-pass, contro il quale buona parte della nostrana sinistra classista e del sindacalismo di base, consuma le proprie scarse risorse, sintonizzandosi, appunto, con i settori più -bassi- della classe operaia? O piuttosto la crisi ambientale, che appare e scompare dall’agenda politica e dall’attenzione delle masse, come se fosse un problema che prima o poi si risolverà da solo?

Certamente, le epidemie, le alluvioni, le siccità, i terremoti hanno profondamente segnato la storia delle civiltà; tuttavia le conseguenze geopolitiche, sociali ed economiche, non erano così rilevanti: il modo di produzione capitalista non era ancora globalizzato e l’ambiente naturale riusciva ancora, bene o male, ad assorbire le attività produttive dei sapiens. Anzi, la differenza fra i paesi colpiti dalle catastrofi (in crisi alimentare) e i paesi in sur-plus favoriva la speculazione commerciale e la riproduzione del capitale. Ora, al contrario di prima, la crisi ambientale è diventata un ostacolo per la crescita del valore, a causa del deterioramento delle condizioni globali di produzione. Così, l’esportazione di capitali da rapina nei paesi poveri non può avvenire senza conseguenze sui paesi imperialisti. Paradossalmente, ma neanche tanto, il dominio globale del capitalismo corrisponde al restringimento degli spazi dove il capitale si può riprodurre.

Sicché, la crisi ambientale, è diventata un problema che può essere mimetizzato, strumentalizzato e deformato ma non più nascosto. Dal punto di vista eco-marxista, la crisi climatica è la materializzazione della prima crisi strutturale del capitalismo, sopra avvenuta a una serie di catastrofi parziali che prima l’hanno annunciata e infine realizzata con la sovra-accumulazione di anidride carbonica nell’atmosfera; similmente all’economia monetaria, là dove, alla fine di una serie di crisi parziali, esplode la crisi generale per sovra-produzione di capitale.

Le catastrofi naturali, o causate dall’uomo (comprese le guerre) si sono sempre risolte all’interno dell’umanità.

Dal punto di vista ecologico si è trattato di crisi endogene all’ecosistema dei sapiens, che hanno consumato energia distruggendo altri ecosistemi, ma sono state quasi ignorate dalla storiografia. Ora è cominciata la prima crisi esogena dell’umanità, in cui interviene un protagonista estraneo alla narrazione antropocentrica. Una crisi che non si può risolvere con una a guerra che distrugga i cattivi, né con la diplomazia, né con la politica, o qualche aggiustamento dell’economia, per la semplice ragione che l’agenda e i tempi non possono essere decisi solo dagli umani.

L’attuale crisi ambientale globale, non è la crisi della natura, la quale continuerà a esistere dopo la scomparsa dei sapiens, ma la crisi del rapporto fra la nostra specie e l’ambiente naturale e, contemporaneamente, la crisi dell’umanità e sé stessa, in quanto dipendente dall’ambiente naturale. Tuttavia non tutti gli umani ne sono responsabili ma solo una parte di essi: la classe borghese agente del capitale. Tutti gli altri sono vittime, più o meno consapevoli, più o meno complici, più o meno passive o ignavie. Dal punto di vista ecologico la lotta fra capitale e lavoro è la lotta fra distruttori e manutentori della natura, là dove le lotte per il salario, per la riduzione dell’orario e per la sicurezza limitano o fermano la crescita del plus-valore e di conseguenza

Il degrado ambientale.

Una volta i lavoratori di sinistra, più o meno moderati, o più o meno comunisti, lottavano per il salario, per i diritti, per il contratto e per il posto di lavoro, esattamente come fanno gli operai di oggi ma, pur essendo meno scolarizzati, erano coscienti che il problema riguardava il sistema. Magari, condizionati dalla tradizione cattolica com’ erano, immaginavano il comunismo come il paradiso in terra, tuttavia sapevano riconoscere il nemico nei governi borghesi e nei proprietari dei mezzi di produzione. E questa coscienza consentiva loro di non credere che l’unico mondo possibile fosse quello dominato dal capitalismo.

Questa avanguardia di lavoratori combattivi fu tradita dai propri dirigenti sindacali e politici, della CGIL e dei partiti della sinistra costituzionalista, Partito Comunista in testa.  Poi, dopa la caduta del muro di Berlino, nel 1989, alla sconfitta politica si aggiunse la sconfitta culturale. Sicché le successive generazioni proletarie furono disarmate psicologicamente, regredendo di autonomia e prestigio sociale per poi essere facilmente risucchiate all’interno dell’ideologia borghese della fine della storia.

Ora la classe lavoratrice, abbandonata a sé stessa, parcellizzata, precarizzata, sistematicamente tradita e disillusa, si trova di fronte al dilemma se continuare a piegare la testa o rialzarla. Ma rialzarla per cosa? Per le stesse rivendicazioni dei padri, dei nonni e di tutti i proletari del mondo, per i quali la fabbrica vicino a casa rappresentava un futuro migliore? Certo, per quelle e molto di più! E dunque, in che tipo di fabbrica? E per produrre cosa e in che modo? E in che quantità e qualità? Ma soprattutto: chi decide?  Che lo vogliano o no, che lo sappiano o meno, i lavoratori sono chiamati ad affrontare il problema; l’abbrivio della crisi ambientale li obbliga a farlo. Ci auguriamo che saranno, saremo capaci di salire in alto per vedere oltre la montagna.

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