L’ennesimo omicidio annunciato del Capitale

Perché le cose vanno chiamate con il loro nome. Bujar Hysa, lavoratore della cooperativa CO.FA.RI deceduto ieri allo stabilimento Marcegaglia di Ravenna non è stato ucciso da una fatalità.

È l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di lavoratori che hanno perso la vita per il profitto del padronato. E non è retorica. Da tempo le organizzazioni sindacali denunciano il mancato rispetto delle norme di sicurezza negli stabilimenti, da tempo è chiaro come la corsa al risparmio portata avanti dalla proprietà con il giochino delle scatole cinesi dei subappalti si traduca in salari più bassi e condizioni peggiori, da tempo è chiaro come l’aumento spasmodico dei ritmi di lavoro, con la continua richiesta di straordinari e turni anche di 12 ore, si traduca in “incidenti”, di cui spesso si vuole addossare la colpa ai lavoratori stessi.

Quanti altri lavoratori devono morire prima che i responsabili siano chiamati a risponderne?

A maggio un pignone è caduto da un carroponte nello stabilimento di Forlì, dopo due settimane una pinza da 3 tonnellate è caduta al suolo nello stabilimento di Ravenna.

I sindacati hanno denunciato tutto, inascoltati dalle stesse istituzioni che quando ci scappa il morto si battono il petto e poi guardano dall’altra parte.

Nel 2014, Lorenzo Petronici, sempre della Co.Fa. Ri è morto allo stabilimento Marcegaglia in circostanze analoghe. Cosa è stato fatto da allora?

Davanti a queste aggressioni del padronato non si può stare in silenzio e non si può stare divisi, occorre che i lavoratori prendano coscienza che, per quanto il padrone abbia cercato di dividerli con contratti, appalti e subappalti, mansioni e salario, davanti all’aggressione del padronato sono tutti uguali.

Occorre una mobilitazione permanente che vada al di là di mansioni, ruoli, nazionalità e appartenenza sindacale, per coordinare un escalation di lotta all’interno degli stabilimenti.

Non sarà l’ispettorato del lavoro o la giustizia borghese, in cui non riponiamo alcuna fiducia e che finora non ha fatto nulla, a far cessare questi omicidi sul lavoro, solo la mobilitazione dei lavoratori, uniti, potrà garantire la loro sicurezza sul luogo di lavoro e il rispetto dei loro diritti.

Il PCL Romagna, nello stringersi alla famiglia e ai colleghi di Bujar, sarà oggi come in passato accanto ai lavoratori in lotta.

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