LA BATTAGLIA DEL MARXISMO RIVOLUZIONARIO DAL 1848 AL 1923

PARTE 3 – IL BOLSCEVISMO: LA COSTANZA DELLA DEMARCAZIONE IN RUSSIA E SUL TERRENO INTERNAZIONALE

Di Marco Ferrando

(2002)

La seconda parte della relazione (che in realtà -come ho detto – in un’economia normale di formazione dovrebbe costituire una relazione distinta) riguarda l’esperienza del bolscevismo, la rivoluzione russa, la costituzione della III Internazionale, evidentemente a partire dal contesto generale già tratteggiato. Il bolscevismo è la tendenza “vincente” all’interno della sinistra marxista rivoluzionaria internazionale, all’interno della socialdemocrazia russa, sul terreno della rivoluzione russa. Il successo storico fu indubbio dal punto di vista dell’esito della rivoluzione. Ma sarebbe del tutto sbagliato pensare che questo successo si sia realizzato in modo lineare. Spesso la rivoluzione russa nel senso comune di molti compagni è concepita grosso modo così: da un lato c’era la particolare arretratezza della Russia e la debolezza dello Stato zarista, e dall’altro le capacità organizzative-cospirative di Lenin e dei bolscevichi: l’incontro fra i due fattori ha determinato la vittoria rivoluzionaria. Verrebbe da dire “Beati i semplici!”: perché in realtà il successo del bolscevismo nella stessa rivoluzione russa è stato l’esito e il prodotto di una lunga storia in cui il bolscevismo si è costruito, radicato, forgiato. E questa storia è stata tutt’altro che una storia lineare. Si è detto dei saliscendi della storia per quanto riguarda l’esperienza politico-organizzativa di Marx e di Engels. Verrebbe da dire che per il bolscevismo e i bolscevichi questi saliscendi sono stati persino più aspri. I bolscevichi hanno vinto tutto più volte e hanno perso tutto più volte nei vent’anni che precedono la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre. Questo è accaduto nella socialdemocrazia russa (perché da maggioranza sono diventati minoranza e poi nuova maggioranza, poi nuova minoranza in un processo molto convulso di scissioni, ricomposizioni, nuove scissioni e nuove composizioni), ma anche nel rapporto con il movimento operaio russo. Molto istruttivo è un testo che ho pensato di utilizzare anche come testo di formazione, il testo di Zinoviev La formazione del partito bolscevico, che dà il senso di queste oscillazioni pendolari. Prendiamo solo l’arco di tempo che sta tra il1914 e il 1917. Nel 1914, alle soglie dell’inizio della guerra, dopo un lungo itinerario controcorrente, i bolscevichi finalmente conquistano nei fatti l’egemonia sulla maggioranza della classe operaia. Arriva la guerra che trascina nel suo vortice larga parte di masse lavoratrici attirandole sul terreno del socialsciovinismo e del patriottismo e i bolscevichi perdono larga parte di quello che avevano conquistato mentre i menscevichi riprendono il controllo sulla maggioranza della classe. Poi sopraggiunge la Rivoluzione di Febbraio e questa, come rivoluzione “democratica”, indebolisce ulteriormente i bolscevichi e fa sì che i menscevichi, i social-rivoluzionari, la democrazia piccolo borghese russa, di cui parlerò successivamente, diventino il polo di ricomposizione ancor più largo della maggioranza delle masse. Dopo la Rivoluzione di Febbraio, a pochi mesi dalla vittoria

dell’Ottobre, i bolscevichi erano al lumicino in Russia dal punto di vista dell’influenza reale tra le masse. Ma riconquistano la maggioranza della classe nel periodo successivo. Per dare l’idea appunto della complessità dell’itinerario, in tutto questo saliscendi la costante di fondo del bolscevismo è stata esattamente in linea con la tradizione marxista rivoluzionaria di Marx e di Engels: quella del rigore dei principi; della delimitazione teorica, programmatica e strategica. Se c’è un qualcosa che non ha mai influenzato Lenin e i bolscevichi è il concetto astratto e sentimentale dell’unitarismo, della cosiddetta “unità indistinta dei rivoluzionari”, e Zinoviev documenta nella sua storia del partito bolscevico quante volte questo concetto ingenuo si fosse affermato, e fosse stato sostenuto contro il bolscevismo in Russia, e quante volte avesse conquistato consenso e influenza anche in settori di classe: “C’è lo zar, uniamoci tutti insieme contro lo zar e non stiamo a disquisire di teoria, di principi; ci sono le lotte economiche per il salario e per la riduzione dell’orario, uniamoci tutti insieme in queste lotte economiche in una stessa organizzazione, poi dei principi discuteremo in seguito” e via di questo passo. I bolscevichi si sono costruiti costantemente contro questo senso comune semplificatore, un senso comune semplificatore che voleva svilire la teoria e i principi in nome della concretezza della politica, ma che in realtà contro la teoria e i principi costruiva un’altra politica e un’altra prospettiva per il movimento operaio. Il concetto centrale che Lenin esprimerà nel Che fare? (“Senza teoria rivoluzionaria, non c’è partito rivoluzionario“) può essere considerato come la bandiera e il riassunto di tutto il metodo e la linea che il bolscevismo ha seguito nella sua storia politica. Ed in effetti se uno guarda alla storia del bolscevismo, la storia del bolscevismo è storia

di lotta di tendenza contro altre tendenze, nella socialdemocrazia russa e più in generale nel cosiddetto pensiero rivoluzionario o tradizione democratico-rivoluzionaria russa.

La lotta contro il populismo

Vedo di semplificare con pochi riferimenti le tappe principali di questa battaglia di tendenza, di demarcazione teorica e strategica. Prima fase: la lotta contro il populismo. Il populismo aveva una nobile tradizione in Russia, quella della democrazia rivoluzionaria dell’800, terrorista e antizarista. La posizione sostanziale del populismo e poi del partito socialista rivoluzionario, erede del populismo, era quella secondo cui da un lato si poteva arrivare al socialismo senza passare attraverso il capitalismo in Russia, e dall’altro sarebbe stato il popolo come entità onnicomprensiva, come entità indifferenziata, spronato da una buona organizzazione di azioni terroristiche più o meno esemplari a realizzare questa prospettiva. La battaglia contro il populismo è stata la prima battaglia del bolscevismo. Una battaglia difficile perché molto spesso i populisti, gli antesignani del futuro partito socialista rivoluzionario, praticando atti di terrore, apparivano a sinistra dei bolscevichi, che sembravano spesso intellettuali troppo interessati a questioni teoriche. I populisti erano riusciti a costruirsi un alone di suggestione e di influenza non solo in settori di gioventù, ma anche in settori di classe operaia russa. La battaglia del bolscevismo contro il populismo si sviluppò su due terreni: 1) la battaglia di “scoperta” (come disse Zinoviev) della realtà della classe operaia russa; che il populismo voleva nascondere e affogare in un indistinto popolo antizarista; 2) il ruolo della classe operaia come classe egemone nei confronti del resto del popolo. Numerosi sono gli studi e le analisi che Lenin mette in campo per mostrare lo sviluppo della classe operaia come classe distinta dalle altre classi e al tempo stesso come classe capace appunto per la sua particolare e progressiva concentrazione all’interno della Russia di essere un punto di riferimento di masse più larghe. La battaglia contro il populismo fu la battaglia per individuare la classe operaia come classe, ma al tempo stesso per individuare la funzione egemonica della classe operaia russa rispetto alle altre classi oppresse e sfruttate della Russia, a partire dai contadini e dai giovani studenti. Già nella lotta contro il populismo alla fine dell’800, c’è in nuce il concetto di egemonia proletaria rivoluzionaria che sarà una costante delle battaglie successive del bolscevismo.

Il bolscevismo contro l’economicismo operaista

Una seconda battaglia del bolscevismo molto legata alla prima, anch’essa connessa alla questione dell’egemonia e svoltasi negli anni immediatamente successivi (sono i primissimi anni del ‘900) è la battaglia contro il cosiddetto economismo o economicismo. Si era diffusa in Russia un’ondata di scioperi economici, esattamente perché la classe operaia esisteva e si sviluppava col progredire del capitalismo russo. In tal modo iniziava una conflittualità della classe operaia russa sul terreno economico: sciopero per il salario, per la riduzione d’orario, contro la legislazione zarista in fabbrica etc. Naturalmente tutta la socialdemocrazia rivoluzionaria russa era impegnata giustamente in questo lavoro di sostegno alle lotte economiche e agli scioperi economici (tra i primi scritti di Lenin vi fu la denuncia contro le multe dell’amministrazione zarista nei confronti degli operai che scioperano). Ma una corrente della socialdemocrazia russa trasformava questo giusto sostegno alle lotte economiche dei lavoratori in una specie di ideologia e affermava: “Fino ad ora ci siamo occupati fra quattro intellettuali di questioni teoriche più o meno astratte, della “dottrina”. Adesso sorge un movimento reale di lavoratori che si batte non per grandi prospettive rivoluzionarie, grandi principi, ma per obiettivi concreti, obiettivi tangibili, risultati tangibili: identifichiamoci come socialdemocrazia in questo movimento spontaneo delle masse, al più cercando di dare una “coloritura politica alla lotta economica contro i padroni e contro il governo”, per usare un’espressione del Raboceie Dielo. Il bolscevismo si sviluppa durante una battaglia politica importantissima contro la posizione economista, in realtà la prima espressione embrionale del futuro menscevismo. Esso afferma che certo lo sviluppo del movimento reale come movimento spontaneo è una grandissima cosa ma a una sola condizione, “che non ci adattiamo alla spontaneità”. “E’ una grandissima cosa per le prospettive della rivoluzione russa se noi sappiamo intervenire in questo movimento

spontaneo senza adattarci alla sua spontaneità e al suo elementare economismo, ma viceversa sviluppando in questo movimento spontaneo di scioperi economici il bacillo della coscienza politica della classe. E quindi se sappiamo portare dentro questo movimento spontaneo la prospettiva rivoluzionaria, della rottura rivoluzionaria, del rovesciamento rivoluzionario dello zarismo.” Lenin dirà che il problema fondamentale nei confronti di quei lavoratori che si elevavano spontaneamente all’azione e all’attività non era quello di indurli semplicemente a guardare a se stessi, alla propria specifica condizione (certo anche a quella), ma di riuscire ad educare quella giovane generazione di avanguardia che alzava la testa a guardare all’insieme della realtà sociale della Russia, a comprendere che cosa fosse lo zarismo, a comprendere che cosa fosse l’oppressione da parte dello zarismo, ad esempio l’oppressione degli studenti o di vaste masse di popolazione contadina da parte della burocrazia imperiale, e quindi a costruire nella classe operaia la consapevolezza che la sua funzione non era semplicemente una funzione di rappresentanza e di tutela d’un suo interesse economico, ma di rappresentanza, direzione, riferimento per tutte le masse oppresse e sfruttate. In definitiva si esprime nella battaglia contro l’economismo un pezzo centrale della concezione politica di Lenin e del bolscevismo.

La concezione del partito d’avanguardia: la lotta contro il menscevismo

Il terzo terreno di battaglia, strettamente legato alla lotta contro I’economismo, riguarda la questione del partito. E’ il secondo congresso del Posdr, quello che sancisce la famosa divisione fra bolscevichi e menscevichi (anche se, come i fatti della storia documenteranno, era una scissione non ancora completa). Spesso si pensa ricordando il Che fare? (che è il testo di riferimento diretto o indiretto di questo secondo congresso del Posdr) che in definitiva la divisione tra bolscevismo e menscevismo si sia prodotta su questioni essenzialmente organizzative, sulla cosiddetta concezione del partito. E il pomo della discordia era effettivamente in qualche modo questo: nel senso che i menscevichi sostenevano che potesse aderire al Partito qualsiasi scioperante -per usare l’espressione celebre di Martov-, viceversa i bolscevichi proponevano che il primo articolo dello Statuto affermasse che chi aderiva al Partito dovesse fare militanza attiva al suo interno, nelle sue organizzazioni, sotto il suo controllo. Sembrava appunto semplicemente una divaricazione tra due concezioni organizzative. In realtà tale divaricazione rivestiva una contrapposizione di carattere politico generale che aveva una connessione con la divergenza sull’economismo. E’ del tutto evidente che -come diceva Lenin- “se per un socialdemocratico il concetto di lotta politica coincide con il concetto di lotta economica contro i padroni e contro il governo, è naturale che per lui l’organizzazione dei rivoluzionari coincida più o meno con l’organizzazione degli operai”. Ogni scioperante per scioperi economici può dichiararsi membro della socialdemocrazia. Ma se viceversa la funzione diremmo oggi “dei comunisti” (allora della “socialdemocrazia rivoluzionaria”) è quella di entrare sì in rapporto con il movimento spontaneo della classe, ma per costruire dentro quel movimento la coscienza politica rivoluzionaria delle masse e della sua avanguardia in relazione a un progetto, il Partito deve innanzitutto definire il suo confine organizzativo. Cioè deve dire che è suo membro chi condivide l’insieme di quel progetto, chi è disponibile a militare attivamente sotto il suo controllo attorno a quel progetto e che questo partito (per dirla in altri termini anche li mutuati dal Che fare?) non può essere semplicemente il partito dei bravi sindacalisti o agitatori economici, ma il partito dei “tribuni del popolo”, che si inseriscono in ogni lotta dei lavoratori, ma anche in ogni lotta di altri strati settori oppressi della popolazione per ricondurre ogni lotta (e anche i più flebili bacilli di coscienza dei lavoratori che si esprimono in essa) ad una conclusione e una prospettiva rivoluzionaria. Il concetto elaborato da Lenin nel famoso testo Un passo avanti e due indietro, è quello del militante socialdemocratico inteso come “giacobino legato all’organizzazione del proletariato”. Così facendo egli usa a positivo, rivendicandola, un’espressione -“giacobino”- che solitamente era usata dai menscevichi contro i bolscevichi per accusare questi ultimi di avere una concezione cospirativa dell’organizzazione. In realtà le cose non stavano così: c’era l’aspetto del “giacobino”, inteso semplicemente come militante rivoluzionario attivo, ma anche come soggetto legato all’organizzazione e alla vita di massa del proletariato, cioè come rivoluzionario che non si isola rispetto alle masse ma che, a partire da un progetto cosciente, lavora tra le masse e sviluppa il suo lavoro di massa in opposizione a qualsiasi visione elitaria e cospirativa. Le due concezioni

organizzative a confronto erano insomma il riflesso di due concezioni politiche obiettivamente distinte.

Il bolscevismo contro ogni blocco con la borghesia liberale

Il quarto terreno di battaglia politica di tendenza, centrale per tutti gli sviluppi futuri, e per gli sviluppi e gli esiti della rivoluzione russa fu il rapporto con la borghesia liberale. Il rapporto tra la socialdemocrazia come partito operaio e la borghesia liberale. Tale questione era già affiorata in qualche modo timidamente al Secondo congresso del 1902, ma divenne primo centrale argomento di divisione e di scontro nel 1905, a partire dai mesi che immediatamente precedono la rivoluzione fino agli anni successivi. Il 1905 vede la prima rivoluzione russa scoppiare con uno sciopero generale di milioni e milioni di operai, la nascita dei Soviet a Pietrogrado, una contrapposizione di poteri, un affresco rivoluzionario nel senso proprio del termine. Lo sviluppo della rivoluzione russa già nei mesi che immediatamente precedono l’emergere di una prospettiva rivoluzionaria diventa terreno di scontro e di confronto fra due posizioni della socialdemocrazia russa che, come disse Zinoviev, definivano ormai già due “partiti”, nel senso di due progetti distinti incomponibili quali che fosse il rapporto organizzativo fra i sostenitori del primo e i sostenitori del secondo (cfr. Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia). Una è la posizione del menscevismo, molto semplice: “La rivoluzione russa in un paese arretrato in cui c’è lo zar, è per definizione una rivoluzione borghese. Se è una rivoluzione borghese sarà evidentemente la borghesia a dirigerla. E se deve essere la borghesia a dirigerla la socialdemocrazia non si deve contrapporre ad essa, ma deve in qualche modo aiutarla, sospingerla. E soprattutto non spaventarla perché se no rischia di buttarla all’indietro”. I menscevichi furono coerenti al punto che nel corso della rivoluzione del 1905 si opposero persino alla parola d’ordine delle otto ore di lavoro. Perché tale rivendicazione, che pure aveva una rilevanza in un certo senso più economica che non politica, diventava un elemento di contrapposizione e di contraddizione con la borghesia liberale russa. La posizione dei bolscevichi e di Lenin in particolare è di tipo esattamente opposto: “Certo la Russia è un paese arretrato, la rivoluzione che si avvicina, considerata dal punto di vista dei principali compiti immediati che deve realizzare, è una rivoluzione borghese (si pensi alla questione della terra, all’assemblea costituente), ma non sarà la borghesia liberale a dirigerla. La borghesia liberale russa esattamente come ha già fatto la borghesia liberale nel corso delle vecchie rivoluzioni europee nel 1848, preferirà fare blocco con lo zar e lo zarismo, contro il movimento operaio e contadino, per paura di questo. E solamente la classe operaia, alleata alle grandi masse contadine, potrà assumersi la responsabilità di portare sino in fondo i compiti democratici della rivoluzione. E potrà farlo alla sola condizione che sappia sostenere la propria autonomia irriducibile, la propria contrapposizione irriducibile alla stessa borghesia liberale russa”. Questa è la politica dei bolscevichi. E infatti nel corso del 1905 non solo essi si battono per le otto ore, ma rivendicano la terra, il rovesciamento dello zar, sostengono la parola d’ordine dello sciopero generale, pongono la questione dell’insurrezione, avanzano un’indicazione di prospettiva chiamata “dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini” (che conteneva in realtà un elemento di algebricità, perché formalmente non si capiva all’interno di questa formula se sarebbero stati gli operai a dirigere i contadini o la democrazia contadina a dirigere gli operai, una contraddizione e un’ambiguità che -come dirò- saranno risolte brillantemente dal bolscevismo durante la rivoluzione del ’17, grazie al contributo fondamentale di Lenin) ma che in ogni caso inequivocabilmente si contrappone a qualsiasi ipotesi di coalizione con la borghesia liberale russa. E’ importante tenerlo presente perché molto spesso anche li la tradizione corrente vuole interpretare retrospettivamente il leninismo come una concezione di rivoluzione a tappe, secondo cui prima ci sarebbe stata la rivoluzione democratica e poi la rivoluzione socialista, e la prima sarebbe stata concepita da Lenin come risultato di un blocco fra il movimento operaio e la borghesia. Non solo non è stata questa la posizione di Lenin, neppure nella Russia arretrata, ma il bolscevismo si è costruito esattamente contro questa posizione, che era sostenuta classicamente dal menscevismo e che verrà poi ripresa e amplificata a tutte le latitudini del mondo dalla socialdemocrazia e dallo stalinismo.

Lenin contro le tendenze estremistiche nel bolscevismo

Un quinto punto, forse meno conosciuto (ma diverrà celebre nei primi congressi dell’internazionale), su cui Lenin e i bolscevichi sviluppano una fondamentale battaglia di tendenza, riguarda la lotta e la battaglia contro l’estremismo. Una battaglia che si sviluppa in un passaggio successivo della storia (segnatamente della storia della socialdemocrazia) russa. E cioè sostanzialmente tra il 1908 e il 1912 e in particolare tra il 1908 e il 1910. La rivoluzione del 1905 era stata sconfitta, lo zarismo aveva stabilizzato, sia pure provvisoriamente, il proprio potere, si sviluppava una grande ondata di reazione e di controrivoluzione in Russia, la demoralizzazione regnava sovrana fra le masse e fra gli stessi bolscevichi: la documentazione che Zinoviev ci lascia nella sua Formazione del partito bolscevico da questo punto di vista è impressionante. Militanti rivoluzionari di provata fede che avevano fatto battaglie nei decenni precedenti dicevano “Si va a casa. Qui abbiamo sbagliato tutto!”, addirittura si diffondevano posizioni religiose e mistiche (il deismo) che prendevano piede in ambienti intellettuali e operai della socialdemocrazia come prodotto e risvolto di questa demoralizzazione. In questo quadro di disorientamento generale il menscevismo tende, attraverso la sua corrente liquidatrice, sempre più a destra: “Altro che rivoluzione! L’epoca delle rivoluzioni è passata: dobbiamo puntare ad una costituzionalizzazione dello zarismo, a farci il nostro partito legale che viva in un quadro relativamente stabile e conviva con una monarchia costituzionale come tante volte è successo in Europa”. Nel bolscevismo si sviluppa per reazione una tendenza speculare: alcuni settori che rimangono attivi e dediti alla causa reagiscono al quadro di disfatta reale del movimento operaio rivoluzionario piegando il timone in direzione esattamente opposta e mettendo in discussione principi e pratiche che sembravano acquisiti. Primo: “Dobbiamo uscire dal parlamento. Lo zar convoca la Terza Duma, ma è una Duma reazionaria, c’è una legge elettorale altrettanto reazionaria: cosa andiamo a fare li dentro a sporcarci le mani? Questo è un compromesso”. Secondo: ”Via dai sindacati: perché continuiamo a lavorare nei sindacati, che molto spesso sono controllati addirittura da Zubatov? Facciamo la nostra vita clandestina, necessariamente clandestina, e aspettiamo tempi migliori”. Tutte queste posizioni estreme in un quadro di confusione e di disorientamento facevano presa tra militanti rivoluzionari d’avanguardia. Lenin sviluppa una battaglia frontale contro queste posizioni. E Zinoviev ne documenta ampiamente il senso. Dice Lenin: “Tanto più in una situazione di arretramento del movimento operaio rivoluzionario, noi dobbiamo mantenere e se possibile sviluppare e ampliare qualsiasi canale di relazione di massa. Quindi non venite a dirmi che bisogna boicottare la Duma così come facemmo nel 1905”. E’ vero che i bolscevichi nel 1905 avevano boicottato la Duma convocata dallo zar, ma nel 1905 c’era una rivoluzione, e i bolscevichi avevano boicottato la Duma a partire per l’appunto da una prospettiva rivoluzionaria in contrapposizione a quell’organismo. Il quadro attuale era completamente diverso, il movimento operaio era arretrato, bisognava ricostruire dalle rovine utilizzando tutti gli spazi per quanto precari e distorti di legalità, lavorare quindi anche nella Duma, nelle organizzazioni sindacali, anche le più reazionarie, anche le più contaminate. Qualsiasi spiraglio verso un rapporto di massa doveva essere in qualche modo difeso e praticato. E Lenin è inequivocabile: “Noi -diceva secondo il resoconto lasciatoci da Zinoviev- dobbiamo utilizzare tutte le opportunità legali per non staccarci dalle masse operaie, per vivere la loro vita, per non trasformarci in semplici propagandisti limitati a predicare sui luoghi comuni della rivoluzione. Gli operai non amano i chiacchieroni, vogliono che il Partito si fonda in un certo senso con loro, che sia al loro fianco nei momenti difficili, che si occupi delle questioni della loro vita quotidiana, che resti nei sindacati e nelle cooperative, nei circoli, ovunque vi siano degli operai organizzati”. Zinoviev conclude: “La storia della lotta contro queste tendenze è importante per quanti vogliano conoscere le basi teoriche del bolscevismo. Non abbiamo mai preteso di essere i più a “sinistra” nel senso del termine. Abbiamo sempre respinto e combattuto risolutamente il “sinistrismo” che arriva al deismo al futurismo ecc., e nel corso di questa lotta i bolscevichi ortodossi si sono temprati tanto contro il riformismo disgregatore, quando contro il cosiddetto otzovismo” (nome della tendenza che sosteneva quelle posizioni estremiste).

Lenin nella rivoluzione russa: la lotta interna al bolscevismo

Come si vede tutto si può dire della lunga vicenda del bolscevismo prima della Rivoluzione d’Ottobre,

tranne che sia stata espressione di una impostazione ecumenica e di indifferenziata fratellanza rivoluzionaria. E’ stata una battaglia di tendenza, di rigore, di lotta che ha forgiato il Partito. La rivoluzione d’ottobre ha rappresentato la cartina di tornasole, il momento storico di verifica del partito che per vent’anni, navigando contro i mari e contro i venti, si era cercato di costruire. Ed è per questo che ha vinto. In realtà, com’è del tutto evidente da un’analisi intellettualmente onesta degli avvenimenti del ’17, la dinamica spontanea di quella rivoluzione, pur a fronte della debolezza dello zarismo, non poteva costituire la dinamica della vittoria, ma al contrario la dinamica della sconfitta, come in tante altre rivoluzioni precedenti o addirittura concomitanti nella vicenda europea. Quello che ha fatto la differenza, che ha trasformato la potenzialità in successo è stato il fattore cosciente. Esso si è espresso nel Partito, e all’interno di questo nel ruolo storicamente indiscutibile della figura di Lenin e della maggioranza del gruppo dirigente bolscevico. Vediamo di spiegare in breve il senso di un’affermazione così impegnativa: nel febbraio del ’17, una grande rivoluzione popolare rovescia lo zar, i soviet si diffondono in tutta la Russia, i partiti menscevico e socialista rivoluzionario, quelli della democrazia piccolo borghese, che sono maggioritari all’interno dei soviet, sostengono il nuovo governo ottobrista cadetto, che è espressione della Rivoluzione di Febbraio: un governo a egemonia borghese liberale. E subordinano i soviet, attraverso la cosiddetta “Commissione di contatto”, a questo governo borghese postrivoluzionario. All’interno del partito bolscevico si apre una discussione: “Cosa dobbiamo fare rispetto a questo nuovo governo? Siamo pochi, siamo in minoranza, le masse seguono i menscevichi e i socialisti rivoluzionari”. Una parte della direzione del partito bolscevico, inizialmente una parte maggioritaria, sostiene una posizione di adattamento, non di identificazione col Governo, ma in buona sostanza di adattamento critico al Governo. “Il Governo è questo: cosa dobbiamo fare? Dobbiamo premere criticamente su di esso perché risponda alle rivendicazioni dei lavoratori, dei contadini”. Lenin sviluppa contro questa posizione una battaglia decisiva che segnerà il destino della rivoluzione russa: con le Tesi di aprile (1917) si contrappone apertamente a quella posizione e la rovescia di 180 gradi.

No -dice- questo governo è un governo che continua la guerra, che difende gli interessi della borghesia liberale russa e quindi gli interessi di guerra; è un governo che in nome della difesa di tali interessi stringe un compromesso con la stessa vecchia proprietà fondiaria feudale, e quindi non solo non darà la pace, ma non darà neanche la terra ai contadini. In realtà tutte le rivendicazioni portanti della Rivoluzione di Febbraio, se vogliono avere una prospettiva, l’avranno non al fianco di questo governo ma contro questo governo: non sarà la borghesia liberale a realizzare la rivoluzione democratica e le aspirazioni della Rivoluzione di Febbraio, ma potranno essere solo gli operai e i contadini”.

Qui riprende un concetto a lungo sostenuto dal bolscevismo, aggiungendovi un elemento di precisazione fondamentale, cioè sciogliendo a positivo la vecchia ambiguità della formula “dittatura democratica degli operai e dei contadini”:

Cari compagni -dice- questo problema ormai è risolto dalla storia: la democrazia piccolo-borghese dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi, che oggi ha un controllo maggioritario dei contadini, sostiene la borghesia liberale, si subordina ad essa, si contrappone agli stessi compiti e alle stesse aspirazioni di larga parte della sua base sociale: solo una repubblica proletaria sostenuta dagli operai agricoli e dalla parte più povera dei contadini e della popolazione urbana può garantire la pace, il pane e la libertà”.

E a quella parte di gruppo dirigente bolscevico che obietta: “Ma come, tu allora proponi la rivoluzione socialista … Allora significa che questa non è più la rivoluzione democratica”, Lenin risponde:

La rivoluzione borghese e democratico-borghese è già terminata in Russia. Sentiamo levarsi le proteste dei contraddittori ai quali piace definirsi vecchi bolscevichi: non abbiamo sempre detto che la rivoluzione democratico-borghese può essere portata a termine soltanto dalla dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini? La rivoluzione agraria, che è anch’essa democratico-borghese, è forse terminata? Non è invece un fatto che essa non è ancora cominciata?”

Le idee e le parole d’ordine dei bolscevichi –aggiunge– sono state interamente confermate dalla storia nel loro insieme, ma in concreto, le cose sono andate in maniera diversa da quanto io o qualunque altro poteva prevedere: si sono cioè svolte in modo più originale, più peculiare e vario. Ignorare e dimenticare

questo fatto significa porsi sul piano di quei vecchi bolscevichi che più di una volta hanno avuto una triste funzione nella storia del nostro partito ripetendo formule imparate a memoria, invece di studiare quanto vi era di originale nella nuova evidente realtà. Il marxista deve aver conto della vita concreta dei fatti precisi della realtà e non abbarbicarsi alla teoria di ieri che come ogni teoria indica nel migliore dei casi il fondamentale e il generale e si approssima soltanto a cogliere la complessità della vita. Grigia è la teoria amico mio, ma verde l’albero eterno vita”.

Un discorso che non sta evidentemente a significare una svalutazione della teoria rivoluzionaria da parte di Lenin (perché tutta l’opera di Lenin come abbiamo visto andava in senso esattamente opposto) ma va in direzione del rifiuto di trasformare la teoria rivoluzionaria in una operazione puramente mnemonica, di ripetizione di formula astratte; va in direzione della necessità della concretizzazione dialettica di una parola d’ordine, di un’idea, in relazione allo sviluppo della realtà. E proprio in questa combinazione trae il massimo rigore della teoria e la grande capacità di saperla innovare e sviluppare in relazione allo sviluppo dell’esperienza -è uno dei segreti dell’arte di Lenin e del bolscevismo. Conclude Lenin:

Il proletariato ha due alleati nella nostra rivoluzione, uno è la grande massa dei semiproletari e in parte dei piccoli contadini, il secondo alleato del proletariato russo è il proletariato di tutti i paesi belligeranti e di tutti i paesi in generale. Esso è oggi in gran parte schiacciato sotto il peso della guerra e troppo spesso parlano in suo nome i socialsciovinisti che sono passati dalla parte della borghesia, ma ogni mese di guerra imperialista è venuto emancipando il proletariato dalla loro influenza, e la rivoluzione russa accelererà inevitabilmente e su larga scala tale processo”.

E’ importante questo riferimento perché disegna il quadro internazionale all’interno del quale Lenin concepisce la rivoluzione russa. Ed è un triplice riferimento: 1) la rivoluzione russa è espressione non semplicemente dell’arretratezza della Russia, ma anche delle contraddizioni dell’imperialismo internazionale, cioè dalla guerra, che è il riflesso di queste contraddizioni. In un certo senso è un’espressione di modernità, non di arretratezza, è un’espressione delle contraddizioni mondiali; 2) la rivoluzione Russa, la conquista da parte del proletariato del potere in Russia, può dare una spinta decisiva allo sviluppo della rivoluzione internazionale in Europa; 3) lo sviluppo della rivoluzione internazionale rappresenta il quadro decisivo per il consolidamento e lo sviluppo della rivoluzione russa entro la trasformazione in senso socialista di quella rivoluzione.

Rigore dei principi e duttilità della tattica: la combinazione vincente della rivoluzione russa

In questo complesso di posizioni e di inquadramento strategico generale sta il successo della politica rivoluzionaria nel corso del ’17, un successo fondato su questo equilibrio: come sempre rigore dei principi da un lato e articolazione tattica dall’altro. I principi: la difesa e l’affermazione, a partire dalle Tesi di aprile prima ricordate, di una posizione di autonomia e di opposizione dei bolscevichi nei confronti dei governi provvisori scaturiti dalla Rivoluzione di Febbraio, sia il primo governo Miliukov, sia il governo Kerensky che vedrà la luce dopo il 6 maggio del 1917, con l’ingresso diretto nel governo dei rappresentanti menscevichi e socialisti rivoluzionari. Questa linea di opposizione intransigente al Governo era per Lenin una questione di principio. Lo era a tal punto da essere riaffermata contro le pressioni di un’altra area del partito bolscevico in un passaggio cruciale della rivoluzione, cioè nell’agosto del ’17. Cosa accade nell’agosto del ’17?Accade che un generale reazionario zarista (Kornilov) cerca di rovesciare da destra il governo Kerensky. E a questo punto un bel po’ di dirigenti bolscevichi, specie quelli che avevano qualche tentennamento rispetto al posizionamento verso il Governo dicono: ”Adesso c’è l’aggressione della destra: come facciamo a rimanere all’opposizione del governo Kerensky? Dovremmo in qualche modo far blocco con lui contro la destra”. La posizione di Lenin è ben diversa e viene così argomentata:

La rivolta di Kornilov è giunta improvvisa. Al pari di ogni svolta repentina essa esige una revisione, un cambiamento della tattica e come in ogni revisione bisogna essere più che prudenti per non venir meno ai principi. Secondo la mia convinzione vengono meno ai principi coloro i quali, come Volodarsky, scivolano fino al difensismo o coloro i quali scivolano fino al blocco con i socialisti rivoluzionari, fino all’appoggio del

governo provvisorio. Questa è una posizione arci sbagliata, questa è mancanza di principi”.

E in realtà aver tenuto quella posizione di rigorosa opposizione (che non significava disimpegno nella battaglia contro la destra, significava partecipare in prima fila, anzi, nella battaglia contro Kornilov e contro lo zarismo, ma da una posizione politicamente autonoma, distinta, non corresponsabilizzata al governo borghese riformista) è stato decisivo per salvaguardare la prospettiva della Rivoluzione d’Ottobre e del suo successo. E al tempo stesso si rivela l’altra faccia della medaglia: “Questa opposizione verso il Governo non ha significato in alcun modo autoisolamento dalle masse, e relegamento ad una azione di pura propaganda astratta”. Nel mentre si autonomizzavano ed erano all’opposizione del Governo anche quando esso era insidiato da Kornilov, i bolscevichi da un lato sviluppavano una proposta politico- rivendicativa di tipo transitorio che cercava di legare le rivendicazioni delle masse e le stesse rivendicazioni della Rivoluzione di Febbraio alla prospettiva della conquista del potere (e una larga parte dell’elaborazione di Lenin a riguardo è proprio un’articolazione viva, nel contesto dello sviluppo della rivoluzione russa, del concetto transitorio del programma), dall’altro lato incalzavano con un’abile tattica le vecchie direzioni del movimento operaio e contadino, quelle che avevano ancora la maggioranza nei soviet. La parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet!” aveva anche questa valenza. Significava due cose: che i soviet in quanto organismi della “Comune” dovevano realizzare la dittatura del proletariato, rovesciando il governo borghese e concentrando tutto il potere nelle proprie mani, ma significava anche una sfida ai dirigenti social-rivoluzionari e menscevichi che avevano ancora la maggioranza nei Soviet: ”Assumetevi le vostre responsabilità: avete ancora un consenso maggioritario fra le masse, fra i contadini e gli operai. I contadini vi chiedono la terra, gli operai vi chiedono il pane, i soldati vi chiedono la pace, tutti vi dicono di finirla con la guerra, vi chiedono l’assemblea costituente, vi chiedono la riforma agraria. Per tutte queste ragioni prendete il potere! Avete la maggioranza nei soviet. Concentrate il potere nelle vostre mani e rompete con la borghesia liberale”. Questo concetto -“Rompete con la borghesia. Prendete il potere su questo programma”- fu in qualche modo un’incursione profonda e abile nella contraddizione fra i vertici di quei partiti e la classe operaia, la base popolare di quei partiti. E preparò la strada alla conquista della maggioranza: i bolscevichi che nel luglio del ’17 nei soviet avevano ancora il 13%, prenderanno il 51% nell’ottobre, costruendo così le premesse della rivoluzione. Tralascio tutta la descrizione delle divergenze nel Partito bolscevico attorno al nodo dell’insurrezione (Kamenev e Zinoviev si pronunciarono contro, ci fu una battaglia durissima -per dire appunto del carattere tutt’altro che mummificato del bolscevismo, della sua vita, del suo dibattito). E invece voglio razionalizzare un concetto di fondo. Certo il ruolo di Lenin è stato -come si vede- assolutamente decisivo nell’orientare il partito verso la conquista del potere e quindi il ruolo della personalità è fuori discussione. Ma se Lenin è riuscito a riorientare il partito in quella direzione è avvenuto per due ragioni generali che vanno ben al di là della sua persona: 1) c’era un partito libero in cui si discuteva, ci si contrapponeva, si lottava su posizioni anche diverse tra rivoluzionari, ma un dibattito vivo in cui la maggioranza non era sempre la maggioranza e la minoranza sempre la minoranza (Lenin andò in minoranza numerose volte all’interno del partito bolscevico e del suo gruppo dirigente, eppure era Lenin con tutta l’autorevolezza politica e anche i successi prima descritti); 2) il rigore dei principi cui il quadro militante bolscevico era stato educato nel corso dei vent’anni precedenti, aveva creato l’humus naturale perché quella battaglia di rigore dei principi, che è stata determinante per il successo della rivoluzione, potesse attecchire. Quindi Lenin è stato decisivo, ma è stato decisivo in relazione al partito di cui è stato il principale dirigente, e non al di fuori del partito o aggirando il problema del partito e della sua costruzione preventiva.

La III Internazionale come direzione rivoluzionaria

Concludo con alcuni brevi riferimenti (pochi rispetto alle necessità) alla III Internazionale comunista fondata a Mosca nel1919. Ho già detto delle premesse della sua costruzione (la guerra, Zimmerwald etc.). Interessante è vedere, come i bolscevichi hanno cercato, e in primo luogo Lenin e Trotsky (riunificatisi nel corso del ’17 proprio a partire da una comunanza politica e programmatica rivoluzionaria), di trasferire il bilancio della rivoluzione russa e del bolscevismo nella costruzione dell’Internazionale comunista. Lo scenario era molto difficile e problematico. Ho detto prima che la battaglia per la III Internazionale inizia

quando la stessa ipotesi di una rivoluzione russa appariva inverosimile. Ma è indubbio che una volta che la rivoluzione russa vince si accelera il processo di costruzione dell’Internazionale e questa III Internazionale e i suoi partiti vengono costruiti non semplicemente con una finalità astratta di continuità del marxismo rivoluzionario rispetto al fallimento della II Internazionale, ma in relazione ad una situazione rivoluzionaria che va montando in Europa, che la rivoluzione russa e la stessa rivoluzione bolscevica hanno in qualche modo contribuito ad approfondire e ad ampliare: e quindi come un’Internazionale che ha come suo fine quello di dirigere le masse verso la rivoluzione e la conquista del potere, che ha come fine quello della rivoluzione proletaria internazionale tanto più concepita come condizione decisiva per il successo e il consolidamento della stessa rivoluzione russa. La costruzione dell’Internazionale e dei suoi partiti, intesi come direzione del movimento rivoluzionario, era resa necessaria dagli avvenimenti che facevano da sfondo: la sconfitta della rivoluzione in Germania nel1918, prima grande rivoluzione tedesca, che culminò con l’uccisione tragica di Rosa Luxemburg e di Karl Liebkneckt, dovuta al fatto che non c’era un partito sperimentato a capo delle masse; la sconfitta del grande biennio rosso in Italia (1919-1920), che maturerà da lì a poco (anche lì grande lotta, l’occupazione delle fabbriche, una precipitazione rivoluzionaria, ma anche lì l’assenza del partito); infine la sconfitta della rivoluzione ungherese, dove il Partito aveva preso il potere, ma poi si era fuso con il partito socialdemocratico condannandosi alla rovina. Tutti questi elementi dimostravano che occorreva costruire un’Internazionale comunista formata da partiti rivoluzionari -di partiti bolscevichi- che sapessero esercitare un ruolo determinante della direzione politica delle masse.

La battaglia internazionale contro il centrismo

E’ questa la battaglia che viene combattuta nel corso della costruzione della III Internazionale lungo i primi quattro congressi (1919, 1920, 1921, 1922). Si tratta di una battaglia che -per semplificare- viene condotta su due terreni, da sempre complementari nella storia del marxismo rivoluzionario, in Marx, in Engels, in Lenin e nel bolscevismo: da un lato il terreno della lotta e della rottura col centrismo, dall’alto il terreno della lotta contro posizioni e umori di carattere estremistico e ultrasinistro. I primi due congressi dell’Internazionale riguardarono soprattutto il primo versante: la lotta al centrismo. In particolare al secondo congresso (1920), che per molti aspetti è il vero congresso fondativo, un congresso che radunava forze relativamente consistenti che si erano andate liberando dal controllo del socialsciovinismo e dell’opportunismo, Lenin disse che la rivoluzione russa e l’Internazionale comunista erano diventati di moda, ed era veramente così. La II Internazionale attraversava una crisi molto profonda e in virtù di questa crisi settori relativamente consistenti andavano a bussare alla porta della III Internazionale per aderirvi. Spesso però si trattava di forze, raggruppamenti tendenze o addirittura partiti che giuravano sulla rivoluzione russa, declamavano ”Viva la rivoluzione russa”, ”Viva Lenin”, ”Viva il bolscevismo”, ”Viva la III Internazionale”; dopo di che nella loro politica reale riproducevano la scissione tra politica quotidiana e principi che caratterizzava la disastrosa esperienza del centro tedesco e più in generale del centrismo e per questo continuavano a coabitare con settori apertamente riformisti. Lenin esprime un’idea centrale: non si può ricreare un equivoco, non si può semplicemente seguire il criterio “più si è meglio è”. Tutto voleva fare Lenin tranne che riproporre l’equivoco di un partito unico di tutta la classe assieme a riformisti e centristi di ogni sorta. Il problema era di costruire partiti rivoluzionari, marxisti rivoluzionari, realmente comunisti, totalmente alternativi sia alle forze della destra sciovinista sia alle forze del centro. E l’operazione che sviluppa con il secondo congresso è quella cosiddetta delle 21 condizioni: cosa significa? Significa che si stendono 21 condizioni di ammissione all’Internazionale comunista; tutte attengono a questioni strategiche di programma e di principio, ma con una clausola di coerenza: chi è d’accordo con tutti questi principi rivoluzionari del bolscevismo deve fare una cosa molto semplice e cioè cacciare i riformisti delle proprie fila, rompere con il riformismo, uniformarsi nei fatti e non solo a parole con i principi che formalmente si sottoscrivono. Questa è la condizione per l’ammissione. “Avete quattro mesi di tempo -si disse- per affrontare la questione in congressi straordinari convocati ad hoc. Se aderite alle 21 condizioni non ci sono problemi rispetto anche al vostro passato e a divergenze superate, perché il problema non è avere un’uniformità di tradizioni e provenienze, è un problema di coerenza politico- programmatica. Se viceversa non aderite a questo quadro di condizioni vuol dire che c’è una divergenza

strategica nei fatti, e allora a questo punto è meglio che ci separiamo perché vuol dire che non abbiamo un progetto comune”. Sottolineo questo perché molto spesso la cosiddetta questione delle 21 condizioni fu assunta e rappresentata in particolare dai centristi come l’espressione del burocratismo bolscevico: “Pongono gli ultimatum“, In realtà non si trattava di un ultimatum amministrativo ma di un elemento decisivo di chiarificazione politica. Un elemento decisivo di chiarificazione politica sul terreno del raggruppamento rivoluzionano, che ha dato in alcuni casi risultati positivi, in altri negativi, ma che ha dato un contributo fondamentale alla costruzione dei partiti comunisti in Europa. In Italia, per usare un riferimento che i compagni conoscono, i centristi del partito socialista preferirono rimanere uniti alla minoranza riformista piuttosto che accettare le 21 condizioni: da qui nacque la scissione di Livorno da parte dei comunisti. In altri casi la tattica delle 21 condizioni fu decisiva per conquistare significativi settori di sinistra di forza centriste che si contrapponevano all’egemonia dei loro vecchi capi e che a questo punto rompevano con questi e si univano ai bolscevichi. L’esempio del congresso dl Halle in Germania (1920) è indicativo: un grande partito, l’Uspd tedesco, un partito centrista guidato da Kautsky e dai suoi eredi, vede la sua maggioranza passare direttamente al bolscevismo sulla base dell’adesione alle 21 condizioni contro la minoranza costituita dalla vecchia burocrazia centrista. Tutto questo per dire che fu efficace, non solo giusta questa politica rigorosa sul terreno del raggruppamento.

La battaglia internazionale contro l’estremismo

L’altro aspetto, complementare, è quello della lotta all’estremismo. Ed è un aspetto su cui si concentra l’impegno espresso nel periodo successivo, dal ’20 al ’22, e che i compagni conoscono in particolare attraverso il famoso testo di Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, citato a più riprese dai riformisti staliniani per mezzo secolo, ma che in realtà sta a indicare una sostanza politica del tutto opposta e alternativa alle loro posizioni. Che cosa era accaduto? Era accaduto che una volta formatisi i partiti comunisti, realmente comunisti, separatisi dal riformismo e dal centrismo secondo le 21 condizioni, si trattava di mettere questi partiti nelle condizioni di realizzare un’iniziativa politica di massa. Perché dicendo semplicemente “Abbiamo rotto con il centro e adesso facciamo propaganda al comunismo”, ma con una logica di autocentratura e di ripiegamento su se stessi, non si poteva pensare di conquistare le masse e dirigere i processi rivoluzionari. Allora il problema centrale consisteva in una battaglia politica contro tendenze estremiste che erano ancora diffuse nei giovani partiti dell’Internazionale, che a volte erano l’espressione residuale di posizioni precedenti, a volte erano l’espressione di un eccesso di contrapposizione al centro, altre volte ancora il riflesso del lungo odio e rigetto nei confronti della vecchia burocrazia del movimento operaio (con modalità anche molto diverse, il Kpd ha una posizione, il bordighismo italiano un’altra, il tribunismo olandese un’altra ancora) ma nell’insieme somma posizioni propagandistiche pure o “radical avventuriste”, che in un modo o nell’altro ignoravano la questione decisiva, cioè la conquista delle masse. Lenin diceva che i rivoluzionari si dimostrano rivoluzionari in termini pratici, non solo teorici, se tengono fermi i principi -certo-, ma soprattutto se coniugano la difesa dei principi con una proiezione attiva verso la conquista della maggioranza. E Trotsky aggiungeva: “Un piccolo partito rivoluzionario può anche conquistare in breve tempo le masse, ma a una sola condizione, che consideri la sua piccolezza non come una virtù, ma come una disgrazia”. La battaglia contro l’estremismo viene condotta in due modi. Da un lato attraverso il recupero e la valorizzazione della lunga tradizione rivoluzionaria del bolscevismo in particolare nella battaglia contro I’otzovismo dal 1908 al 1910; dall’altro cercando di sviluppare una tattica e una articolazione politica che educasse i nuovi partiti alla complessità della politica rivoluzionaria. Il terzo e il quarto congresso dell’Internazionale comunista si concentrano sulle questioni della tattica del fronte unico e del governo operaio: in qualche modo cercano di portare nell’Internazionale le lezioni dell’approccio tattico che i bolscevichi avevano sostenuto in Russia nei confronti dei social-rivoluzionari e dei menscevichi: ‘Rompete con la borghesia!”. E al tempo stesso pongono il tema delle rivendicazioni transitorie. Ogni sezione dell’Internazionale doveva articolare un programma di rivendicazioni transitorie, non poteva limitarsi a gridare “Viva la rivoluzione” e poi gestire la routine quotidiana: doveva piuttosto avanzare una proposta programmatica, ovviamente articolata in base alle condizioni del paese di riferimento, ma che in qualche modo cercasse di creare un ponte tra

l’azione quotidiana e il fine rivoluzionario. Ci fu una ricchissima elaborazione su questo versante: la risoluzione presentata al terzo congresso sulle rivendicazioni parziali è interessantissima, l’impostazione dell’Internazionale sindacale rossa sul tema dell’articolazione transitoria è importantissima. Lenin diceva che chi pensava che quello fosse riformismo semplicemente perché si avanzavano delle rivendicazioni ponte tra gli obiettivi immediati e il potere, era gente che -magari inconsapevolmente- non voleva conquistare il potere. Per Lenin il problema non è semplicemente battere numericamente l’estremismo nei congressi. Perché se il problema fosse stato semplicemente quello era di facile soluzione, visto che i rapporti di forza erano largamente a suo favore. Invece la battaglia contro l’estremismo (combinata con la battaglia preventiva e prioritaria di rottura con il centrismo) era centrale per “educare i giovani inesperti partiti comunisti che nascevano allora dal disastro terribile della II Internazionale, alla complessità della politica rivoluzionaria.

Conclusione

Nel 1923 la sconfitta dell’ultimo conato rivoluzionario in Germania chiude il ciclo storico del processo rivoluzionario europeo. Trotsky scrive un testo, Le lezioni dell’ottobre, per trarre un bilancio di quanto avvenuto. Il bilancio è sintetizzato in una formula:

“Tutta l’esperienza rivoluzionaria del ’18, ’19, ’20, ’21, ’22 e ’23 ci dice che le più grandi rivoluzioni di massa con le più grandi potenzialità non possono vincere in assenza di un partito bolscevico, aggirando un partito bolscevico, con surrogati di un partito bolscevico”.

Il grande limite riconosciuto da Trotsky, universalmente considerato insieme a Lenin il principale dirigente dell’Internazionale, il limite dimostrato nei tempi messi a disposizione dalla storia è quello di non essere riusciti a bolscevizzare sufficientemente i nuovi partiti che si erano giustamente costruiti. Naturalmente quello era un testo che investiva nel futuro, nella necessità di “forgiare partiti costruiti sulla base della prospettiva e delle proposte della rivoluzione internazionale. Ma il ripiegamento della rivoluzione in Europa, e l’affermarsi dello stalinismo in Russia purtroppo apriranno una pagina nuova e terribile nella storia accidentata del movimento operaio e del marxismo rivoluzionario.

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