Femminicidio, morti bianche: definizioni ipocrite per le vittime inevitabili di un sistema da abbattere

La parola femminicidio esiste nella lingua italiana solo a partire dal 2001. Nella lingua inglese invece, dal 1801 esisteva la parola femicide. E a questa prima parola se ne accostò, a partire dal 1992, un’altra che è feminicide.

Noi facciamo sempre i conti tardi con le nostre tradizioni nazionali.

La parola non indica semplicemente l’uccisione di una donna. Ma l’uccisione di una donna in quanto tale, per il rifiuto di conformarsi in qualche modo al ruolo di donna che aveva in mente l’assassino. È significativo che da più parti, specialmente destrorse e catto-bigotte, si incontri ancora una significativa resistenza ad usarla. Dare una definizione semantica a un fenomeno, “nominarlo”, significa ammetterne l’esistenza. E già questo per molti è un problema. Non ci sono problemi apparenti per infanticidio, uxoricidio, regicidio, ma per femminicidio sì.

Un po’ come i morti sul lavoro, che non si chiamano “omicidi padronali”, quali sono, ma morti bianche. Con l’aggiunta cromatica di un colore calmante e rassicurante.

Il femminicidio è la prima causa di morte delle donne tra i 16 e 44 anni[1]. Quindi, chiunque ha una figlia femmina sappia che ha più probabilità di essere ammazzata dal proprio compagno, fidanzato, padre, fratello o ex che da un incidente stradale, da una malattia, dalla droga, ecc. Sarebbe bello vedere un padre che, quando la figlia esce per andare in discoteca, le dice: “Stai attenta al tuo ragazzo” al posto dei classici “Non bere”, “Vai piano in macchina”, ecc.

Nel 2013 ci sono stati 134 femminicidi. 115 nel 2014. Nel 2005 “solo” 84. Prendendo in considerazione gli ultimi dieci anni, il trend è in aumento.

Per il 76% si tratta di donne italiane, e anche gli assassini sono per l’82% italiani. Per il 68% si tratta dell’attuale partner (13% ex, 1% da sconosciuti). Il luogo in cui avviene il delitto è per il 67% la casa della coppia (per il 22% casa di lei, 13% aperta campagna, solo 3% a casa di lui).

Il movente è per il 25% le liti continue per motivi non precisati, per il 17% la fine della relazione e per 16% gelosia e rifiuto di sottomettersi. Nel 30% dei casi vi erano state precedenti segnalazioni di violenza[2]. Sono episodi trasversali, non vi sono particolari storie di degrado e la distribuzione geografica è abbastanza omogenea, con una maggiore tendenza in Lombardia, Lazio e Sicilia.

I numeri sono abbastanza inquietanti, non serve aggiungere molto. Le donne uccise l’anno scorso sono più dei morti degli attentati dell’ISIS, ma a nessuno interessa nulla, esattamente come i morti sul lavoro. La motivazione è semplice: esattamente come i morti sul lavoro, i femminicidi sono vittime organiche al sistema, sono prodotte dal sistema, sono inevitabili. Sono il prodotto della bella famiglia cattolica italica che tanto piace a papa Bergoglio e alle sentinelle in piedi. Una famiglia Mulino Bianco dove, oltre ai femminicidi, avviene anche il 69% degli stupri[3], oltre a violenze e vessazioni senza fine (in Europa il 12-15% delle donne subisce quotidianamente violenze domestiche). Con buona pace dell’immagine dell’immigrato stupratore che tanto piace ai telegiornali.

Fare qualcosa contro queste morti significa mettere in crisi il sistema stesso che le produce. Quindi si ignorano. O al massimo si riserva loro qualche articolo scritto da qualche borghesotta la cui indignazione dura quanto il tè delle cinque con i biscottini.

Cosa fare dunque? Se due problemi sono originati dalla stessa causa diventa difficile eliminarli uno a uno senza estirpare tale causa comune. Sfruttamento e patriarcato hanno la loro origine comune nella società capitalista. Quindi è necessario abbattere il capitalismo e tutte le forme di controllo sociale con cui si impone. Insomma, la questione femminile si risolve con l’avvento di una società in cui verrà distrutta l’economia basata sul profitto di pochi e verranno distrutte anche tutte le forme di organizzazione sociale funzionali a tale assetto economico, come la famiglia monogama. Si tratta di una società che non scaricherà più il lavoro sociale sulle spalle delle donne, ma lo renderà collettivo.

Liberate dalle preoccupazioni di tipo materiale, grazie alla proprietà dei mezzi di produzione, le persone potranno finalmente scegliere.

Eh, ma quanto siamo utopiche! Non si potrà mica risolvere tutto con la rivoluzione? Ma in realtà quale scelta abbiamo? Perché non abbiamo altra scelta, qualsiasi altra strada politico-economica riformista  ha ampiamente dimostrato di essere un ulteriore strumento degli oppressori atto a reprimere, sottomettere e sfruttare il proletariato  di tutto il mondo indipendentemente da nazionalità, razza, cultura o religione ed ancora più pressantemente le donne proletarie di tutto il mondo che vengono sfruttate non solo come produttrici di forza lavoro, ma come riproduttrici di forza lavoro, di forza militare, come badanti per anziani e bambini, come colf ecc… L’alternativa qual è? Un grado maggiore o minore di sfruttamento e violenza? Modulare il grado di violenza che si subisce è una falsa scelta.

Sulle nostre spalle si regge l’intero sistema economico e, affinché nulla possa cambiare, il capitalismo usa tutti gli strumenti a disposizione atti a costruire un modello femminile deviato,  fasullo, con l’aiuto dell’immaginario imposto dalle religioni, dalle filosofie di ogni tipo, dai mass media… dalla letteratura, ai giochi per bambini e bambine, ai cartoni animati passando per il cinema, perfino le notizie di attualità vengono modificate allo scopo di sminuire il valore femminile. Basta guardare le immagini delle guerrigliere curde: negli articoli vengono messi in evidenza gli aspetti estetici delle guerrigliere che esercitano sul pubblico una grande attrattiva e vengono attribuiti valori alla lotta esclusivamente in funzione della emancipazione femminile delle donne contro l’oscurantismo dell’ISIS che è ufficialmente il nemico da colpire, omettendo completamente l’appartenenza di queste donne  ad organizzazioni politiche anticapitaliste con idee politiche ben precise.  Esse hanno capito bene che non ci può essere liberazione delle donne senza passare per la rivoluzione, senza cambiare radicalmente  i rapporti economici nella società, e che non ci può  essere rivoluzione senza le donne.

Quindi sì, insistiamo per la rivoluzione.

COLLETTIVO FEMMINISTA RIVOLUZIONARIO

[1] http://www.lettera43.it/stili-vita/guide/femminicidio-prima-causa-di-morte_27640.htm

[2] https://femicidiocasadonne.wordpress.com/ricerche-pubblicazioni/

[3] http://www.uaar.it/news/2007/12/10/stupri-italia-69-sono-opera-partner-mariti-fidanzati/

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