Ad un anno dalla morte di O Professore.

Mi è capitato oggi pomeriggio di riascoltare, forse per la miliardesima volta, Don Raffaè, un capolavoro di Faber del 1990.

Nonostante il titolo, protagonista indiscusso della canzone non è Don Raffaè (ispirato al boss Raffaele Cutolo), ma Pasquale Cafiero, il secondino asservito, incaricato della custodia del camorrista.

La guardia, lamenta un lavoro senza sbocchi né prospettive, dove tutti i giorni trascorrono uguali, tra “noiosi” criminali comuni, rozzi e violenti, l’unica gioia di questo lavoro è a fine giornata, quando può conferire con Don Raffaè. La descrizione che viene proposta nella canzone ha una potenza tale che nemmeno Sciascia ha mai descritto la mafia tanto bene: “…mi consiglio con Don Raffaè, mi spiega che penso…”. In una decina di parole viene perfettamente evidenziata l’enorme influenza -se non altro culturale- che la malavita organizzata ha in certi ambienti, e allo stesso tempo la superiorità intellettuale -supposta- del Boss al secondino, che si mostra sotto una forma di servilismo fantozziano verso il criminale che, nonostante in carcere, è ancora molto influente nella Società.

Il brano prosegue narrando dei piccoli espedienti che Pasquale Cafiero usa per ottenere le grazie del Boss, dall’aperitivo Campari, alla spremuta (un clichè banalissimo è appunto portare le arance e le sigarette ai carcerati), fino al tanto atteso caffè, che poi è recitato nel famosissimo ritornello -ripreso da un altrettanto famosa canzone di Modugno “O Cafè” del 1958-. Tra i favori richiesti possono esserci delle banalità, come una giacca per andare al matrimonio della figlia, oppure cose più serie come intervenire per trovare lavoro al fratello.

Ogni strofa si apre con una critica alla società, la crisi economica, i vari fallimenti del governo e infine la condizione carceraria. Proprio questa critica motiva la natura dei due personaggi, da un lato Don Raffaè, dall’altro il Brigadiere, da un lato la Camorra, dall’altro lo Stato.

Si dice che Raffaele Cutolo abbia scritto a Fabrizio de Andrè complimentandosi per come il cantautore fosse riuscito a cogliere molti aspetti della sua vita in carcere, lasciando intendere che veramente, vi fosse questo rapporto subordinato dei secondini.

Raffaele Cutolo, detto “O professore” oppure “O Vangelo” nasce nel 1941 a Napoli da una famiglia molto modesta. Già da giovane intraprende la carriera criminale nelle organizzazioni locali, è famoso per essere stato il fondatore assieme alla sorella Domenica Rosa “Rosetta” Cutolo della Nuova Camorra Organizzata. Muore il 17 febbraio 2021 a causa di complicazioni da CoViD.

La criminalità organizzata prende nomi diversi in posti diversi, allora si parla di Cosa Nostra in Sicilia, della Camorra campana, o della ‘ndrangheta calabrese. Tutte fatte con lo stesso stampo, organizzazioni criminali. Il ruolo della criminalità organizzata in Italia è sempre stato oggetto delle più varie speculazioni, alcuni sono addirittura arrivati a parlare della eticità delle organizzazioni mafiose. La realtà, è che non vi può essere male peggiore in un paese.

La criminalità organizzata si distingua dalla criminalità -cosiddetta- comune per la sua strutturazione e per il radicamento sul territorio, non è una novità che in molte realtà il Boss sia più potente del Sindaco, se non addirittura che siano la stessa persona.

Nel contrasto alla criminalità organizzata si sono impegnati tutti i governi, e tutti hanno fallito, persino il governo Mussolini scese a patti con Cosa Nostra, nonostante le dicerie sul Prefetto Mori.

Negli anni repubblicani il problema si è intensificato, in molti territori la criminalità organizzata è diventata più forte, godendo dell’assenza dello Stato, tanto impegnato a discutere del mezzogiorno, che dopo pranzo si era già dimenticato tutto.

Da comunisti, non combattiamo certo la criminalità organizzata in quanto al di fuori della legge, nemmeno per un concetto etico o morale di giusto o sbagliato. Non speriamo però nemmeno in un intervento dello Stato. La criminalità organizzata è una espressione alternativa del giogo che il capitalismo ha sulle classi subalterne.

Se ci pensiamo le analogie sono tante; se da una parte abbiamo il capitalismo legale che sfrutta le lavoratrici e i lavoratori per garantirsi profitti “leciti”, dall’altra parte abbiamo il capitalismo illegale che sfrutta per ottenere profitti “illeciti”, seppur con metodi differenti, la sostanza resta uguale. La criminalità organizzata da sempre si arricchisce attraverso le proibizioni della sua controparte. Basti pensare al proibizionismo negli USA degli anni ’20, ed alle atrocità commesse dai gangster di Al Capone per mantenere il suo traffico di alcolici, ed analogamente, del moderno spaccio di stupefacenti che le Famiglie italiane -e non solo- esercitano.

Ovviamente, come il capitalismo reprime i suoi oppositori attraverso i suoi soldati, anche nelle organizzazioni criminali vi sono veri e propri eserciti che difendono gli interessi economici da tutti coloro che li minacciano. Un esempio alla portata di tutti è stato l’assassinio di Falcone e Borsellino nel 1992.

Un altro esempio è senz’altro quello di Peppino Impastato, che seppur nato in una famiglia affiliata alla Cosa Nostra in Sicilia, ruppe per denunciare i traffici e gli affari che legavano l’organizzazione spesso anche con dei complici nella politica. Impastato, conduttore radiofonico e militante comunista, osò affrontare Cosa Nostra definendola “una montagna di merda”. Esemplare è stata la brutalità con la quale si sono scagliati sul cadavere, prima ucciso, poi trascinato su una ferrovia per inscenare un finto suicidio, poi fatto esplodere consentendo alla stampa di poter parlare di un bombarolo esploso mentre organizzava un attentato, la sua morte passò in secondo piano, oscurata dal ritrovamento di Moro, ucciso dai “comunisti” delle BR.

L’unico modo per combattere la criminalità organizzata è un fronte anticapitalista e classista che combatta lo Stato borghese, e con gli stessi ideali, si schieri contro l’espressione “illegale” di questo.

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