Il nucleare fa male

C’era da aspettarselo, le centrali termo-nucleari sono tornate di moda. Il Governo italiano ha decretato la nuova via al nucleare, per la produzione di energia elettrica. I media sono tutti a favore o non ne parlano proprio. Schiere di esperti garantiscono che le nuove centrali saranno assolutamente sicure, piccole e prodotte in serie. Ognuna delle quali fornirà energia al quartiere di una città, a una grande industria o nave da crociera.  Ve l’immaginate? Centinaia, forse migliaia, di centraline nucleari, fisse o in movimento: energia pulita e a buon mercato!

In quanto alle scorie, i comuni potranno candidarsi per stoccarle in depositi nel proprio territorio. Fra pochi anni l’Italia sarà autonoma dal punto di vista energetico, alla faccia degli sceicchi, dell’Iran e degli Americani, garantisce il Governo. Così, l’industria italiana potrà risorgere più bella e splendente che pria.  E poi gli investimenti: quale migliore occasione per attrarre capitali privati dall’estero? E quanti nuovi posti di lavoro per realizzare i reattori e i depositi delle scorie? D’altronde, alla facciaccia dell’ideologia green, il Parlamento Europeo non ha forse compreso il nucleare nella lista delle fonti di energia ambientalmente sostenibili. Che volere di più?

Nessuno si chiede chi gestirà questi nuovi reattori e a chi apparterranno: allo Stato, come le grandi centrali? Oppure ai singoli capitalisti che li acquisteranno per continuare a devastare il pianeta producendo una massa crescente di rifiuti? Chi sorveglierà il rispetto delle norme? Forse degli ipotetici ispettori pagati dallo Stato dei padroni del nucleare?

Solo il ponte di Messina si gioca alla pari il primo premio per superficialità, faciloneria e ignoranza.

Purtroppo, a parte il modo demenziale con cui vengono propagandati, alcuni argomenti giocano a favore del nucleare. Uno: le centrali nucleari non emettono gas serra. Due, siccome le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, richiederanno un consumo maggiore di energia rispetto al passato non si potrà fare a meno di questa fonte di energia. Tre: siccome sarà necessario ridurre l’utilizzo degli idrocarburi e le tecnologie da fonti rinnovabili (come l’eolico e il solare) non saranno sufficienti a compensare la perdita, il ricorso al nucleare sarà inevitabile.

Insomma, a fronte di una sempre maggiore incertezza sul prezzo degli idrocarburi e del riscaldamento climatico, sarà sempre più difficile opporsi al nucleare. Inoltre, gli antinuclearisti dovranno fare i conti con la debolezza dei vari movimenti ambientalisti, divisi su tutto, compreso il nucleare, sul silenzio del centrosinistra e, tanto per non farsi mancare niente, anche sulle titubanze di movimenti e partiti di estrema sinistra. Sicché, nel vuoto di una informazione corretta e di una opposizione politica conseguente, il futuro nucleare avanza a grandi passi negli intenti delle classi dirigenti, politiche ed economiche, e nella passività della società civile.

Per quanto gli argomenti tecnici, razionali, scientifici, dimostrino l’inutilità delle centrali nucleari (stoccaggio scorie, costi, pericolosità, tempi di realizzazione, breve durata di esercizio, difficoltà di raffreddamento a fronte della crescita delle temperature) l’opposizione alle centrali termo-nucleari per la produzione di energia elettrica va approfondita, e potenziata, tramite la critica politica eco-socialista ai fondamenti dello sviluppo capitalista.

L’umanità fin dai primordi ha speso il proprio ingegno alla ricerca dell’energia pur rimanendo per millenni assoggettata alla natura. Poi, con la rivoluzione industriale tutto è cambiato: essa ha iniziato a distruggere le sue fonti energetiche. A ogni ciclo di riproduzione del profitto, sempre più veloce e sempre più globale, la contraddizione natura-capitale è diventata direttamente proporzionale: più il capitale cresce e si concentra, più si distrugge l’ambiente naturale. Le convinzioni dei nuclearisti ricordano i miti degli antichi: il mito ottenebrante di Icaro, il cui desiderio insaziabile di energia gli fa dimenticare che le ali sono fatte di cera. Ma oggi, alla luce della scienza, bisogna chiedersi da dove provengano le merci, il denaro e l’energia, il cui possesso sta diventando sempre più un’ossessione. Dal punto di vista ecologico, la borghesia è la sola classe dominante che si riproduce concentrando ulteriormente energia, per bruciare materia e trasformarla in scorie sotto forma di merci indistinte. L’unico suo merito è di avere scoperto ragione e scienza e, tramite queste, avere moltiplicato la redditività del lavoro.  Però, con la pratica dello sviluppo indefinito essa ha abbandonato scienza e ragione, sostituendole con tecnica e tecnologia, diventate dottrina di onnipotenza. Logica conseguenza sono il ritorno dei fascismi in variegate versioni nazionali, del razzismo e della corsa agli armamenti.

Ormai ogni persona di buon senso riconosce che il riscaldamento dell’atmosfera è una realtà sempre più evidente. Ma detto in questo modo, sembra che esso sia la causa e non l’effetto più evidente della frammentazione della materia organica ed inorganica terrestre. Una massa sempre maggiore di elementi sottratti all’ambiente naturale per realizzare una quantità crescente di oggetti in buona parte inutili e progettati per durare poco (obsolescenza programmata).

Per dirla con le parole di Marx: il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra.

La nostra specie è sempre intervenuta sulla natura per produrre ciò di cui ha bisogno per vivere, la modalità con cui ciò avviene nell’epoca di produzione capitalista è assolutamente peculiare e ha conseguenze specifiche sull’eterno rapporto tra uomo e natura. Il primo problema è dato dall’assenza di pianificazione nel sistema produttivo. Il capitale bada alla sua riproduzione immediata: se una merce può riprodurre il capitale, non esistono vincoli di altra natura che ne possano impedire la produzione. Ne consegue che solo il superamento del capitalismo potrà impedire, o rallentare significativamente la catastrofe ambientale.

In altri termini, come ha scritto Tiziano Bagarolo nel suo libro Marxismo ed ecologia:

 È impossibile arrivare a una società che unisca fabbisogni energetici contenuti con una migliore qualità della vita e dell’ambiente, senza passare per modifiche sostanziali del modo di vita e dei modi di produzione. Inoltre, tecnologie efficienti, fonti rinnovabili, modi di vita e di sviluppo a bassa intensità energetica sono condizioni imprescindibili per dare la possibilità di svilupparsi in modo equilibrato e non dipendente ai paesi sottosviluppati. Viceversa, perseguire lo sviluppo dell’energia nucleare significa puntare su una tecnologia massimamente compatibile con la conservazione dell’attuale ordine economico internazionale e del modo di vita e di produzione esistenti (l’espansione dei consumi, i mega impianti, lo spreco energetico, la tecnologia costosa e super sofisticata sono congeniali alla logica del capitale monopolistico e dello Stato centralistico e autoritario). Dal punto di vista ecologico, i problemi fondamentali con cui occorre fare i conti nel prossimo futuro sono due: disaccoppiare lo sviluppo economico dalla crescita dei consumi di energia e dall’impiego delle fonti esauribili; promuovere l’impiego di tecnologie che riducano l’impatto ambientale.

Dunque, il problema da affrontare è storico: il totale fallimento/tradimento della socialdemocrazia e dello stalinismo nel comprendere il legame fra la qualità e la quantità di beni prodotti e il problema ambientale. Già trenta anni fa, sulle ragioni di questo fallimento, scriveva Gianni Alasia. (n°4 della rivista internazionale –Capitalismo, Natura, Socialismo- edita in Italia da – Il Manifesto-)

Noi tutti: socialisti, comunisti, sindacalisti eccetera, proveniamo da una condizione di sviluppo quantitativo ininterrotto: c’era e tuttora sussiste, specialmente nei sindacati, una visione secondo la quale lo sviluppo quantitativo ininterrotto della produzione porta con sé (seppure non automaticamente, ci sono state grandi lotte) una potenzialità di sviluppo sociale; detto in termini molto grezzi, produzione fa occupazione, occupazione fa classe operaia e sviluppo sociale.

Quindi gli operai sono arrivati fino a un certo punto e cioè a porsi il problema di -come- produrre, ma non del “che cosa” e del “con che cosa produrre” (materie prime, tecnologie, energia) e il discorso non si è espanso dalla fabbrica al territorio, poi è arrivata la controffensiva del capitale: informatizzazione e frammentazione dei processi produttivi [Toyotismo n.d.r.]  accentramento dei capitali, eccetera. Non è un caso che la svolta della Bolognina abbia proprio preso impulso dall’Emilia Romagna, dove il PCI, con la complicità della CGIL ha fortemente influenzato le scelte di politica economica e dove si è verificato un originale ed efficace processo di progressiva integrazione fra il concetto tradizionalista dello sviluppo ( Una economia di piano come volano alla crescita produttiva) e i meccanismi propri della produzione e riproduzione del capitale nell’economia capitalista, fino a realizzare un riformismo consociativo e spartitorio che ha rigettato la classe lavoratrice nell’inferno dell’irrilevanza sociale.

La borghesia, come vettore sociale del capitale, è diventata una classe entropica, una scoria sociale, rifiuto di un’era al tramonto, ma che ancora detiene il potere politico globale. Relativamente la questione del socialismo si ripropone, non solo come giusta e necessaria ma imprescindibile per l’intera umanità. Nella destra borghese il rifiuto esistenziale nel riconoscere il problema ambientale produce scientemente il fenomeno del negazionismo, mentre nella sinistra borghese crea indifferenza, vigliaccheria programmatica e sottomissione inconsapevole al blocco reazionario. 

Rallentare il flusso produttivo, pianificare la produzione, cessare la produzione di oggetti inutili (merci senza qualità sociale) e sostituirli con beni utili e immediatamente riciclabili è l’unica via di uscita. Per questo sarà necessario rifondare le basi del sistema di produzione industriale. Si tratta di sostituire il paradigma fallimentare su cui poggia il capitale (+ capitale + più ricchezza, sotto forma di merci da consumare) con: + più qualità dei prodotti + benessere, sottoforma di beni d’uso ambientalmente compatibili. Anche su questo argomento vige una censura quasi assoluta, dato che l’attuale sistema sociale viene spacciato come insito nella natura dei Sapiens. Tuttavia, qualcosa sfugge sempre al controllo, dato che la ricerca scientifica, più o meno consapevolmente, riesce a produrre ipotesi alternative al modo di produzione del capitale. Nel nostro caso si tratta degli studi sul metabolismo industriale.

A partire dalla crisi del 1929 la produzione capitalista inaugura un capitolo assolutamente inedito nel rapporto tra popolazione e risorse, con una connotazione fortemente entropica (dissipativa) nelle dimensioni di scala dello sfruttamento economico della natura. E questo sfruttamento è continuato fino ai nostri giorni, con una accelerazione progressiva sempre più devastante. Contrariamente, i nuovi principi di ecoefficacia e biomimesi renderebbero possibile un percorso inverso, senza perdere i benefici dell’aumento della produttività del lavoro, ovvero il passaggio verso un’industria di tipo rigenerativo/collaborativo e l’uscita dalla crisi ambientale che la borghesia è incapace di assumere.

Sul principio di ecoefficacia scrivono William McDonough e Michael Braungart nel libro dal titolo Dalla culla alla culla del 2003. Esso racconta di quelle sperimentazioni iniziate alla fine del Novecento sul “metabolismo industriale” e sulla “simbiosi industriale” volte ad introdurre analogie tra la ciclicità che regola gli ecosistemi naturali e la regolazione del sistema industriale. In base a questi principi s’iniziano a concepire le industrie come se fossero una serie di ecosistemi interconnessi ed interfacciati con l’ambiente globale. In particolare, la simbiosi industriale è un processo che coinvolge industrie tradizionalmente separate con un approccio finalizzato a promuovere lo scambio di materia, energia, acqua e/o sottoprodotti.

Esempi: edifici che, come alberi, producono più energia di quella che consumano e purificano le proprie acque di scarico;  fabbriche i cui scarti sono acqua potabile; prodotti che al termine della loro vita non diventano rifiuti inutili, ma possano essere gettati a terra, decomporsi e diventare cibo per piante e animali e sostanze nutritive per il terreno; o, in alternativa, che vengono reinseriti nei cicli industriali e possono fornire materie prime di elevata qualità con cui fabbricare nuovi prodotti…

Questo tipo di progettazione può consentire il superamento del sistema industriale capitalista, lasciandosi alle spalle la stretta ambientale e orientando la società verso modalità produttive degne della natura umana e rigenerative, l’eco-socialismo. In sintesi, i teorici dell’ecoefficacia rifiutano l’idea (teoria della decrescita) di ridurre il numero e le dimensioni delle industrie, ma propongono di progettarli in modo che diventino migliori e più estese, arricchendo, reintegrando e nutrendo il resto del mondo.

Accrescere le forze produttive senza distruggere le condizioni della biosfera che consentono la vita umana e le attività industriali sarebbe la quadratura del cerchio. Naturalmente il riallineamento delle attività umane con i cicli naturali presuppone grandi investimenti, nuove ricerche, nuovi sistemi tecnici e procedimenti tecnologici, ma, soprattutto un coordinamento fra i paesi a livello globale, mentre il mondo va nella direzione opposta, verso una folle e criminale rincorsa alla massima energia.  Ma ciò non significa che sia materialmente impossibile, per cui il problema è fondamentalmente politico: come organizzare una opposizione di massa globale, con la prospettiva di rovesciare l’economia del capitale e il sistema di produzione industriale e riproduzione sociale che essa produce e riproduce, causando la catastrofe globale.

Dal punto di vista ecologico, il modo di produzione capitalista è un agglomerato di macchine indistinte, senza qualità singole, il cui unico fine è accumulare energia; esattamente come nell’economia il capitale si accumula, producendo e scambiando merci indistinte. La progressiva sovrapproduzione di capitale, che si trasforma in sottoproduzione di merci (crisi strutturale), riflette la concentrazione/dissipazione di energia che impoverisce e distrugge gli ecosistemi. Consegue, che la -questione- nucleare vada affrontata nel contesto del rapporto fra Sapiens e ambiente naturale, non ignorando gli aspetti tecnici specifici ma partendo dal presupposto che qualsiasi tecnologia complessa, ad alta concentrazione (di energia e capitale) e separata fisicamente/concettualmente dai cicli naturali, è funzionale alla riproduzione del capitale e dello Stato centralista e autoritario.

Naturalmente, non si può ignorare la sproporzione fra le forze opposte attualmente in campo; da una parte l’egemonia globale del capitale, dall’altra l’estrema debolezza dei movimenti e dei partiti rivoluzionari, anche se alcuni timidi segnali di ripresa ci sono, sparsi per il mondo. E questa debolezza è il riflesso della debolezza soprattutto del movimento operaio globale, tradito, impoverito, truffato da coloro che lo dovrebbero rappresentare, sindacalmente e politicamente. D’altronde, i movimenti ambientalisti puri, causa la loro posizione (al di fuori dei processi di produzione di beni e del plusvalore) non posseggono la forza sufficiente per opporsi alla violenza dello Stato padrone. Quindi non è scontato che il progressivo deterioramento ambientale si traduca in movimento contro il capitale e non al contrario in direzione reazionaria, peggiorando le condizioni socio-ambientali; come sta già avvenendo in molti paesi, là dove la maggioranza delle classi lavoratrici, deluse dalle democrazie liberali, si rivolge passivamente ai movimenti e ai partiti di destra, sempre più estremi.

In conclusione, l’opposizione alle centrali nucleari dev’essere l’occasione per aprire una critica fondamentale al capitalismo come sistema socio-ambientale ad alta entropia, nemico dell’umanità. Unificare le lotte dei lavoratori con le lotte per la salvaguardia dell’ambiente naturale, è la politica necessaria per tradurre tale critica in opposizione di massa contro il capitale; il metodo del programma transitorio è lo strumento per renderla credibile alle avanguardie combattive del movimento operaio.

– Nazionalizzazione senza indennizzo alla proprietà e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che inquinano, licenziano o delocalizzano.

– Forte tassa patrimoniale per i super-ricchi e lotta spietata agli evasori fiscali per ottenere le risorse necessarie per un grande piano di organizzazione/ricostruzione di un sistema industriale ambientalmente compatibile e rigenerativo.

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