VERTENZA ELECTROLUX: LOTTARE CONTRO IL PANTANO

NO AI LICENZIAMENTI, NO A COMPROMESSI SULLA PELLE DEI LAVORATORI, MANTENERE ALTO IL LIVELLO DELLO SCONTRO

Il tavolo del 15 giugno, il secondo, si è concluso con un enigmatico rinvio o sospensione del piano dell’azienda. Una soluzione che dice tutto e niente, ma con un tempismo significativo: 50 giorni, che coincideranno con la pausa estiva, quando il caldo già proibitivo ai picchetti si farà insostenibile e i lavoratori (e l’opinione pubblica) saranno in ferie. In questo lasso di tempo si dovrebbe “costruire insieme” un piano alternativo. Come se si trattasse di una collaborazione alla pari, come se i lavoratori potessero o dovessero partecipare alla propria macellazione, come se gli interessi di chi lavora e di chi sfrutta potessero essere conciliabili.

È il tentativo – neanche così coperto – di impantanare la lotta dei lavoratori, prendere tempo per dividerli, logorarli e spostare il conflitto su un piano politico, normativo, burocratico, internazionale, in cui i lavoratori diventano solo numeri, pedine, righe su un grafico.

È in questo lasso di tempo che il padrone “prenderà le misure” alla lotta dei lavoratori.

Se i lavoratori non staranno attenti, dal pantano emergerà -come è avvenuto tutte le altre volte- la realizzazione del piano dell’azienda, che è tutto fuorché un piano industriale. È un progetto di massimizzazione dei profitti, di sfruttamento estremo della classe lavoratrice e dei sussidi statali che essa stessa paga all’azienda con le proprie tasse attraverso gli ammortizzatori sociali e le varie concessioni che si sono succedute nel tempo. Non si tratta infatti di come, cosa o quanto produrre: sono decenni che Electrolux vuole chiudere gli stabilimenti e delocalizzare perché l’asticella del profitto si deve spostare sempre più in alto, ed è il padronato a decidere di quanto. Per questo non bisogna riporre alcuna speranza in tavoli a cui ormai il padronato non ha più nulla da spremere, perché sono finiti i margini per aumentare ritmi, tagliare pause, far scivolare gente in pensione. Prima di andarsene, all’azienda rimane solo da strappare altri incentivi statali, magari dopo un po’ di pianti sul boccone amaro del costo dell’energia (che alle famiglie di sicuro non viene addolcito). Altri scivoli, compromessi, altro denaro pubblico che dalle tasche dei lavoratori deve essere trasferito a industriali che li minacciano da decenni di licenziamento. Altri soldi a chi ha ricevuto una pioggia di agevolazioni per investimenti e ammodernamenti che spesso non ha portato a termine o che sono stati addirittura peggiorativi per i lavoratori o che di sicuro non hanno riguardato la loro salute, come a Forlì, dove tutti gli anni bisogna fare i conti con temperature roventi negli stabilimenti. Altri soldi a chi ha aumentato i ritmi tanto che, nello stabilimento forlivese, circa il 70% dei lavoratori lamenta malattie professionali (contando solo quelle riconosciute).

Anche la burocrazia sindacale si trova ormai a disagio a un tavolo in cui la pelle dei lavoratori su cui fare accordi al ribasso è praticamente finita. Su cos’altro concertare? La lotta è ormai l’unica alternativa anche per chi è recalcitrante.

Quanto dobbiamo concedere al padronato prima di capire che il profitto che ci spreme di dosso non basterà mai?

È ora che i lavoratori e le lavoratrici Electrolux prendano coscienza che questo non è soltanto un altro tavolo, che questa volta non è possibile cavarsela con l’ennesimo compromesso al ribasso.
Non bisogna aspettarsi nulla anche da una classe politica bancarottiera che difende i lavoratori a parole, ma poi emana i decreti Sicurezza per reprimerli quando scioperano e lottano, che erode tutele e che detassa i profitti, che si arma per la guerra e lascia le famiglie con un potere d’acquisto in picchiata.
È facile per governo, regioni e sindaci fare bella figura dispensando soldi pubblici, quando appartengono a partiti borghesi che – di qualsiasi colore- hanno fatto da sempre gli interessi del padronato.

Solo l’unità dei lavoratori in una lotta decisa e serrata può salvaguardare i posti di lavoro. Una lotta che imponga combattività anche a burocrazie sindacali spente e pronte all’ennesimo compromesso.

Occorre creare fin da subito una cassa di resistenza a sostegno dei lavoratori Electrolux che sia gestita dai lavoratori stessi, in cui i fondi vengano utilizzati per far durare la lotta, perché si preannuncia lunga e difficile.

Davanti a un piano di aggressione di classe si risponde con una forza uguale e contraria. Se Electrolux andrà avanti con il suo piano sciagurato, vanno imposti il blocco dei licenziamenti, l’apertura dei libri contabili e la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori.

Basta con l’assistenzialismo alle imprese private! Se un’azienda prende soldi pubblici, pubblica deve essere la sua proprietà!

La vertenza Electrolux, di importanza nazionale, deve essere collegata a tutte le vertenze che vedono i lavoratori combattere per il proprio posto di lavoro. Occorre unificare le vertenze in una nuova stagione di lotte operaie, perché quello che oggi tocca ai lavoratori Electrolux domani toccherà a chi è rimasto indifferente o ha sperato di cavarsela.

Solo se Electrolux avrà paura di perdere tutto, potrà stralciare davvero il piano.

Contro l’attacco del padronato, solidarietà di classe!

Da decenni nel nostro territorio chiude o delocalizza una realtà industriale dopo l’altra. Interi comparti, come quello dell’imbottito, sono dominati da condizioni di sfruttamento semischiavistico, come è emerso dalle recenti vertenze (come quella di Gruppo 8).

Nel settore della grande industria, l’introduzione del lavoro in somministrazione prima, e il sistema a scatole cinesi di appalti e subappalti poi, hanno contribuito ad aggirare contratti, vincoli e tutele per i lavoratori rendendoli “flessibili”, frammentati e divisi, precari e perennemente ricattabili.

La produzione è scivolata in secondo piano, a favore di una tendenza inarrestabile alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione, finalizzata alla speculazione finanziaria e all’aumento perpetuo dei profitti.

È necessario capire che l’attacco ai posti di lavoro in Electrolux non è un caso fortuito, ma l’acuirsi delle contraddizioni di un sistema economico in bancarotta, il capitalismo, che causa l’impoverimento di tutto il territorio.

La crescita dei profitti è fatta con il calo dei salari!

Con quali soldi dovremmo fare la spesa nell’ennesimo supermercato di cemento? Con quali soldi dovremmo comprare gli elettrodomestici che produciamo? Con quali soldi pagheremo le bollette dell’energia noi che non possiamo piangere miseria al tavolo di un ministero?

Invitiamo lavoratori e lavoratrici di qualsiasi stabilimento, settore e provenienza a costruire una rete di solidarietà sociale intorno ai lavoratori Electrolux e a tutti coloro che sono in lotta sul territorio (come la Bipres e tante altre).

Invitiamo lavoratori e lavoratrici a mantenere alta la guardia e a non farsi distrarre dalle capriole di padronato e governo e anche delle burocrazie sindacali: bisogna essere pronti alla lotta ad oltranza.

LA NECESSITÀ DI UN’ALTERNATIVA AL COMPROMESSO PERENNE

Occorre spostare l’attenzione dal “costo economico del lavoro” tanto lamentato dal padronato e iniziare a parlare del costo sociale del profitto.

Una politica economica che parte dal presupposto che più crescono i profitti più cresce il PIL e l’occupazione è in realtà la giustificazione ideologica dell’assistenzialismo statale alle imprese private. Essa ha subito una forte accelerazione a partire dall’abolizione della scala mobile, è proseguita poi con la precarizzazione del lavoro e poi con i continui tagli allo stato sociale, alla contrattazione di secondo livello e al “cuneo fiscale”, insieme alle continue riforme delle pensioni e dei tagli al welfare. Il risultato è stato il trasferimento dei redditi da lavoro ai profitti da capitale.

Insomma, sono stati principalmente i lavoratori dipendenti a finanziare i capitalisti con i tagli alla sanità, ai servizi, alla scuola, allo stato sociale, ai salari, agli stipendi e alla previdenza sociale.

Comodo fare gli imprenditori con i soldi dei lavoratori.

Finché i mezzi di produzione rimangono nelle mani di chi sfrutta, ogni crisi verrà pagata da chi lavora. La “crisi” Electrolux, come quella di altri gruppi in Europa e nel mondo, dimostra che il capitale non si accontenta di produrre, ma vuole speculare; non ha confine e non si ferma davanti a nessuna percentuale o risultato, mentre i lavoratori vengono lasciati soli con salari da fame e prezzi alle stelle. È necessario affrontare la questione della proprietà dei mezzi di produzione: o una classe parassitaria di capitalisti continuerà a decidere delle nostre vite, oppure la classe lavoratrice saprà organizzarsi per abbattere questo sistema.

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