Parole come macigni, una storia quotidiana.

di Nikita

Nella vita capitano cose. A me è capitato di trovarmi, quasi per caso, ad insegnare. Ed è stato amore a prima vista. Poi è capitato che il MIUR decidesse, a partire dal devastante anno Domini 2020, di rendere obbligatorio l’insegnamento dell’ Educazione Civica. Ignorando a bella posta che, sotto nomi e forme  diverse, noi l’ Educazione Civica l’ abbiamo sempre fatta, ma lasciamo perdere. Quindi capita che, in occasione della giornata dedicata alla violenza contro le donne, io decida di parlarne con i ragazzi, dedicando  la seconda parte della lezione ad affrontare invece un altro tema “caldo” e cruciale, il bullismo. Bene. Guardiamo insieme i due bei monologhi di Paola Cortellesi , uno sulla violenza domestica e l’altro sul diverso significato di alcuni termini al maschile e al femminile (cortigiano/cortigiana, ricordate?). Poi leggiamo un illuminante articolo di Enrico Galiano, scrittore e prof-youtuber, sulla forma passiva: e mentre sembra affrontare la grammatica, in realtà Galiano riflette sul fatto che i giornalisti, quando scrivono di stupri o femminicidi, nei titoli ricorrono molto spesso, per non dire sempre, alla forma passiva. Donna UCCISA dal fidanzato. Ragazza VIOLENTATA dal branco. Il soggetto è, e non solo grammaticalmente, sempre la donna. Ed il soggetto è, non grammaticalmente, ma nell’accezione comune, chi compie l’azione.  Il che suggerisce, sottilmente, molto sottilmente che in fondo le donne se la vanno sempre a cercare perché il soggetto non è lui, come sacrosantamente dovrebbe essere, non è l’assassino, lo stupratore, ma lei, che quindi un po’ di colpa ce l’ha.

I ragazzi sono affascinati da questo miscuglio di analisi sociologica e grammatica, annuiscono, portano esempi, discutono, fanno mature e consapevoli  riflessioni.

Ok, ora passiamo  al bullismo e facciamo un gioco : disegniamo su un foglio il ritratto schematizzato di un* compagn* che proprio non ci piace, poi lanciamo al disegno una serie di insulti e, ad ogni insulto, accartocciamo il foglio (preciso che lo scopo del gioco è quello di mostrare come, anche se poi cerchiamo di ripianare il ritratto – metafora delle scuse – il disegno mostrerà ferite insanabili). Fantasia a briglia sciolta nelle offese molto colorite, poi uno fa “tua mamma è una t***a!” ed un’altra “figlio di p*****a!” Ma no, Dio, che fastidio, ragazz*! Abbiamo parlato un’ora di donne che subiscono violenze psichiche e fisiche, del linguaggio … già il linguaggio, non abbiamo parlato del linguaggio. A chi, anche fra voi tutte che forse mi state leggendo chiedendovi dove vuole andare a parare questa, a chi di noi non è mai sfuggita qualche esclamazione tipo “porca p*****a” o “t***a Eva”  o simili?  Chi è senza peccato, scagli la prima pietra, ma non credo che sarà una sassaiola! Perché ci siamo abituate, perché non sembra importante, perché è di moda, perché lo dicono tutti, perché … ma soprattutto perché il pensiero dominante è declinato al maschile, perché a livello subliminale, lo abbiamo accettato.  Abbiamo permesso, e continuiamo a farlo, che, in quella base della comunicazione umana che è il linguaggio, sia insita una violenza che viene continuamente reiterata. E qui un po’ di colpa l’abbiamo davvero: la colpa di lasciar passare questa brutalità filiforme in grado di insinuarsi ovunque, anche in noi.

Per cambiare le cose dovremo epurare il linguaggio dall’oltraggio desemantizzato forse un piccolo passo l’avremo fatto. Non costa nulla, ma è un modo per dire “io sono mia e del mio corpo faccio ciò che voglio”. Sembra solo uno slogan vetero-femminista, desueto, logoro, antiquato, ed invece è ribaltare il mondo, guardarlo finalmente con i nostri splendidi, luminosi occhi rivolti al futuro. E lasciarci dietro le spalle quel filtro di occhi maschili, spesso violenti, sempre noiosamente convinti di essere superiori.

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