Dopo la strage, il golpe

Dicembre 1970, quando i neofascisti sognavano il golpe: il tentativo di Junio Valerio Borghese

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (la notte dell’Immacolata) il Fronte Nazionale, in stretto collegamento con altre organizzazioni di estrema destra, e con la complicità di un consistente numero di alti ufficiali delle forze armate, tenta di attuare un colpo di Stato militare. A capo dei cospiratori c’è un uomo ormai anziano, grassoccio, con il naso a patata e la postura da gerarca di provincia: il suo nome è Junio Valerio Borghese, il fascistissimo comandante della Decima Mas. Ha già pronto il proclama da declamare alla TV per annunciare l’avvenuto insediamento di una “giunta nazionale”. Il nome in codice è “operazione Tora Tora”, lo stesso che i giapponesi usarono per l’attacco a Pearl Harbour, e sta a significare la volontà di procedere ad un’azione di sorpresa, rapida e vincente.
A Roma e in altre città italiane vengono radunati ventimila attivisti di destra, mentre alcuni reparti militari convergono sulla capitale. L’intento è quello di mettere sotto controllo i gangli vitali della nazione. Occupazione della RAI, controllo delle telecomunicazioni, presa di possesso dei ministeri dell’interno e della difesa, defenestrazione del capo della polizia, arresto del presidente della repubblica (1).
I congiurati si prefiggono la messa in mora della democrazia parlamentare e lo scioglimento delle forze politiche di opposizione. Preparano l’arresto e la deportazione degli esponenti dei partiti della sinistra. Del resto, il comandante Borghese non aveva mai dissimulato i suoi propositi. In una celebre intervista rilasciata alla TV svizzera aveva avuto modo di affermare: “Oggi combatto contro degli italiani, oggi parlo contro degli italiani quando le dico che i nostri nemici più pericolosi in Italia sono i comunisti, quindi degli italiani, e non mi disturba affatto dirle che sono nemici e se potessimo sterminarli sarei molto contento.” (2).


IL PERCHÉ DI UN TENTATIVO AUTORITARIO

Il pronunciamento militare punta a risolvere lo stato di grande conflittualità sociale che prima gli studenti, nel ’68, e poi gli operai con l’autunno caldo hanno innescato nel paese.
In quegli anni il radicalismo operaio mette in discussione una condizione di subordinazione che i padroni ritenevano naturale ed immodificabile. Il vento di protesta che attraversa il paese sospinge lo sviluppo di nuovi movimenti antisistemici, favorisce la partecipazione diretta, rinvigorisce le speranze di riscatto delle classi sociali più deboli: un cambiamento radicale sembra a portata di mano. Il miracolo economico del dopoguerra, fondato sui bassi salari e sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro, rischia di essere vanificato. La crescita delle lotte, le rivendicazioni operaie, il nuovo protagonismo dei giovani rischiano seriamente di incrinare i vecchi assetti di potere. Sale perciò la preoccupazione: “bisogna fare qualcosa, la pace sociale va ripristinata, l’ordine e la disciplina devono tornare a regnare nelle scuole e nelle officine”, è la parola d’ordine che attraversa lo schieramento conservatore.
Sul finire degli anni Sessanta le classi dominanti temono di vedere messi in discussione i loro privilegi. Una parte di esse guarda con favore ad una soluzione radicale che, spezzando le gambe al movimento operaio, avvii una soluzione autoritaria capace di normalizzare la situazione sociale e politica del paese. L’esempio della Grecia – dove nel 1967 un colpo di Stato favorito dagli Stati Uniti ha portato al potere una giunta militare – suggestiona i circoli più apertamente reazionari della borghesia italiana.
I fascisti si mettono prontamente al servizio di questo disegno. Lavorano per creare un clima di fondo adatto a spingere il paese in mani “forti e sicure”. “Basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli”, “Ankara, Atene, adesso Roma viene” scandiscono i manifestanti di destra guidati da Caradonna e De Lorenzo, mentre sfilano sui gradini dell’Altare della patria.
Nel 1969 si era chiuso il contratto dei metalmeccanici. Come sottoprodotto delle lotte radicali dell’autunno caldo, i lavoratori italiani avevano strappato alcune importanti conquiste: abolizione delle gabbie salariali, riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore, affermazione della piena agibilità sindacale, diritto allo studio con la conquista delle 150 ore. Un contratto significativo che, segnando una vittoria, accresce la forza, la fiducia e la consapevolezza della classe operaia. Nella primavera del 1970, nonostante l’ostruzionismo delle destre, la Camera approva lo Statuto dei lavoratori, mentre viene promulgata un’amnistia per i reati contestati durante le agitazioni sindacali dell’autunno caldo. Intanto, la mobilitazione dei lavoratori si riversa fuori dai cancelli delle fabbriche contagia gli altri strati sociali, dà nuova linfa alle lotte popolari, conquista nuova egemonia nella società. Da qui la reazione delle classi dominanti, che con la strategia della tensione tenterà di bloccare l’avanzata delle sinistre e del movimento operaio. Il 12 dicembre del 1969 è il battesimo di fuoco di questa strategia. La strage di Piazza Fontana viene attribuita agli anarchici per sbarrare la strada ai movimenti del biennio ’68-’69, e per favorire una svolta autoritaria. In questo quadro si colloca l’attività del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.


DALLA DECIMA MAS AL DOPOGUERRA

Junio Valerio Borghese, rampollo di una delle più altolocate famiglie dell’aristocrazia romana, fu ufficiale di Marina all’inizio della seconda guerra mondiale e poi comandante della Decima Mas. Pluridecorato per le azioni svolte contro la flotta inglese, dopo l’armistizio aderì alla Repubblica di Salò, rendendosi protagonista, assieme ai nazisti, delle più cruente azioni repressive: rappresaglie, rastrellamenti di civili, massacri di partigiani. Alla fine della guerra, grazie all’aiuto dei servizi americani, dopo un breve periodo di detenzione, venne scarcerato ed iniziò a cooperare con loro (3). Infatti è oramai risaputo che, dopo la fine del conflitto mondiale, alcuni dei più alti esponenti fascisti e nazisti appena sconfitti e in fuga, responsabili anche di reati gravissimi, furono arruolati dai servizi segreti occidentali in funzione anticomunista (4). Lo stesso Otto Skorzeny, il nazista austriaco che aveva organizzato la fuga di Mussolini da Campo Imperatore, appena crollato il Terzo Reich passa armi e bagagli con la CIA.
Nella seconda metà degli anni Quaranta nasce intanto il Movimento Sociale Italiano (MSI), il partito neofascista che raccoglie gli orfani di Salò e del Ventennio mussoliniano. Gli Stati Uniti seguono con benevola attenzione la crescita di un partito come il MSI, dai connotati decisamente anticomunisti. Il principe Borghese ne diventa il presidente onorario nel luglio 1952, per poi allontanarsi dal partito, sul finire del decennio: il MSI era troppo moderato e accondiscendente, troppo votato ai riti parlamentari per l’ardimentoso comandante della Decima Mas. Uscito dal MSI, Borghese lavora al progetto politico del Fronte Nazionale: instaurazione di uno Stato forte, esclusione dei partiti da ogni partecipazione di governo, recupero della dottrina del corporativismo intesa come utile strumento per recidere ogni forma di conflitto sociale. Tutti chiari elementi che connotano la sua visione politica reazionaria. La weltanschauung di Borghese riflette il carattere, la formazione e gli intenti politici del personaggio. Per il principe nero, la critica è concessa solo se “qualificata ed espressa nel quadro degli interessi nazionali”, mentre la libertà dei cittadini è intesa solo come “osservanza assoluta e immediata delle leggi”. Al di sopra di tutto, Borghese mette la restaurazione dell’ordine messo in discussione dai fermenti che maturano nella società; un ordine gerarchico che va assicurato attraverso l’affermazione di un potere assoluto da assegnare all’esercito e alle forze di polizia. Lavora così a diventare il Papadopoulos italiano. A tal fine, accreditandosi come gollista e presentandosi come possibile uomo della provvidenza, stempera i richiami retorici al fascismo, ma ne conserva l’intima sostanza dei contenuti, nonché le relazioni e le complicità con il suo ambiente di provenienza.


IL FRONTE NAZIONALE

Il Fronte Nazionale viene fondato nel settembre del 1968. Nasce come strumento politico di raccordo tra le principali organizzazioni della destra estrema (in primis Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo), ma la sua ragione sociale è il compimento di un colpo di Stato. Si muove, dunque, lungo il crinale che porta ad una soluzione di forza che consenta l’instaurazione di un regime autoritario.
La formazione di Borghese fomenta le tensioni, si erge a baluardo anticomunista, invoca la discesa in campo delle forze armate, alle quali affida un ruolo salvifico per la nazione minacciata dal caos e dalla sovversione. Per alcuni anni, in attesa della tanto agognata “ora X”, Borghese lavora alacremente per realizzare il suo disegno politico: coltiva i rapporti con pezzi dei servizi atlantici, stringe le relazioni con gli ambienti massonici (secondo la ricostruzione del giudice Salvini, consegnata alla commissione parlamentare stragi, anche Licio Gelli avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel progettato golpe), inquadra un raggruppamento politico-militare che vede raccolti insieme generali felloni ed esponenti dell’estremismo di destra. Soprattutto, ricerca e trova l’appoggio fattivo di un pezzo significativo del mondo industriale italiano. Armatori, finanzieri e capitani d’industria aprono i cordoni della borsa e finanziano il progetto di Borghese, in modo particolare quelli liguri e del nord del paese, come documenta il giornalista Camillo Arcuri (5). Alcuni di loro si uniranno a Borghese e saranno in prima fila nel promuovere il golpe. Braccio destro di Borghese è Remo Orlandini, facoltoso imprenditore edile romano, mentre Attilio Lercari, altro uomo di punta del principe, è amministratore delegato di una società del gruppo Piaggio, all’epoca tra i primissimi gruppi industriali del paese.
La rete dei golpisti si estende su gran parte del territorio nazionale, anche al Sud, dove Borghese si è assicurato il sostegno della mafia siciliana. In più occasioni, le confessioni di alcuni tra i più importanti padrini di Cosa nostra, Buscetta, Liggio e Calderone, ricostruiranno il ruolo della mafia nel progettato golpe Borghese. Un rapporto convergente, quello delle cosche con i congiurati del Fronte Nazionale; i primi puntano ad ottenere la revisione dei processi, mentre Borghese, memore dello sbarco alleato in Sicilia, sa quanto sia importante il sostegno della mafia. Inoltre, il Fronte Nazionale punta ad ottenere il benestare dell’amministrazione Nixon. Remo Orlandini si dice certo che il pronunciamento militare ha il sostegno di Washington e che il presidente americano, tramite l’intermediario Hugh Fenwick ha accolto “quasi tutte” le richieste di Borghese (6).


IL GOLPE DELL’IMMACOLATA

Dopo un lungo lavoro di preparazione, per Borghese e i suoi accoliti arriva finalmente il giorno della verità. Il piano dei congiurati prevede la concentrazione a Roma e in altre città di gruppi armati, pronti a intervenire su diversi obiettivi di alta importanza strategica: occupazione di ministeri, arresto di oppositori, controllo degli impianti telefonici e di radiocomunicazione. Quindi, lo stesso principe Borghese avrebbe letto in televisione un “proclama alla nazione”, cui sarebbe seguito l’intervento delle forze armate a suggello definitivo del colpo di Stato.
Nella notte dell’Immacolata si inizia concretamente a dare attuazione al piano golpista. In tutto il Paese ci sono gruppi pronti ad entrare in azione. Alcuni di essi ci entrano effettivamente, come ricostruirà dettagliatamente il senatore Pellegrino, presidente della commissione parlamentare sulle stragi. Una colonna di militi della guardia forestale, comandata dal Colonnello Luciano Berti, si muove da Cittaducale in provincia di Rieti dove era di stanza, e giunge fino a Roma attestandosi nei dintorni degli studi televisivi di Via Teulada. Attivisti di Avanguardia Nazionale, guidati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli interni e si impadroniscono di un notevole quantitativo di armi e di munizioni che vengono distribuite ai congiurati. Il Generale dell’aeronautica Casero e il Colonnello Lo Vecchio sono pronti ad occupare il Ministero della difesa. Gruppi numerosi di militanti di estrema destra si ritrovano in diverse parti della capitale ove attendono la distribuzione delle armi. Tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono, con compiti di comando, il Generale Ricci e il Tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (che in seguito sarà prima deputato del MSI e poi latitante dopo la sparatoria di Sezze Romano dove nel 1976 viene ucciso dai fascisti un giovane militante della FGCI). Il Colonnello Amos Spiazzi muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con il preciso obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, all’epoca dei fatti una delle zone più “rosse” della penisola (7).


ARRIVA IL CONTRORDINE

Poi, nel corso della notte, il golpe già in fase di avanzata esecuzione viene repentinamente bloccato. L’alzamiento tanto agognato fallisce sul filo di lana. Il contrordine viene impartito dallo stesso Borghese ai suoi increduli sodali, e l’operazione Tora Tora viene sospesa.
Il variegato fronte politico-militare anticomunista assemblato dal principe nero è fermato. Tutti a casa, i gruppi armati vengono smobilitati, e ai congiurati viene comandato lo “sciogliete le righe”.
I motivi del dietrofront rimangono tuttora un mistero. Forse qualcosa è andato storto, inceppando la macchina organizzativa dei golpisti; forse una parte dello schieramento reazionario utilizza i golpisti ma non vuole andare fino in fondo, teme le reazioni interne e ha paura di non riuscire a padroneggiare la nuova situazione. Secondo alcuni, molto plausibilmente, una delle ragioni dell’insuccesso dei congiurati dell’Immacolata risiede nell’improvviso ritiro del sostegno americano, che di conseguenza ha determinato il disimpegno dei militari. Secondo un’altra ipotesi che poi sarà a più riprese formulata, il golpe venne incoraggiato e poi fermato proprio per neutralizzare i fautori della “soluzione greca”. In altre parole, “destabilizzare per stabilizzare”, far “tintinnar le sciabole” per meglio normalizzare, lanciare dei chiari messaggi a destra e a manca per rinfocolare la teoria degli opposti estremismi e per rinsaldare un assetto politico imperniato sul sistema di potere democristiano. Comunque sia, il golpe tentato da Borghese fu una cosa estremamente seria e pericolosa. Fu l’unico, tra i progettati piani eversivi atti a rovesciare le istituzioni repubblicane, a superare la fase teorica della semplice ideazione e giungere fin sulla soglia della piena realizzazione esecutiva.


LE REAZIONI A SINISTRA

Per alcuni mesi, l’opinione pubblica rimane all’oscuro del progettato e fallito golpe dicembrino. La notizia si diffonderà solo nel marzo del 1971, quando il giornale Paese Sera uscirà con uno scoop che divulgherà i dettagli del tentativo di Borghese. La rivelazione del quotidiano romano impressiona, suscitando a sinistra paura ed apprensione, ma anche una vigorosa reazione. Scattano le precauzioni e la vigilanza viene rafforzata. I militanti della sinistra percepiscono che le minacce non sono finite, e moltissimi di loro eviteranno per giorni di dormire nelle loro case. Le sedi sindacali vengono presidiate dagli operai, mentre un robusto cordone sanitario viene steso intorno alle sedi del PCI e delle altre forze della sinistra. Le mobilitazioni sono immediate e partecipate: cortei e presidi si tengono in tutte le principali città del Paese. Anche il sindacato – unitariamente – si mobilita e indice uno sciopero generale. E poi, L’ARCI Caccia – associazione di massa legata al PCI – promuove cortei pacifici nelle regioni dell’Italia centrale, che vedono però i suoi partecipanti sfilare con il fucile in spalla (8), come a dire: “non ci provate, questa volta siamo pronti, non ci sarà un’altra marcia su Roma”.


LE INTERPRETAZIONI E I PROCESSI

Non solo per la pubblicistica di destra, ma anche per una parte importante dell’opinione pubblica, il golpe Borghese è sempre stato considerato una farsa, una parodia mal recitata da uno sparuto gruppetto di avventurieri senza alcun spessore. Una burletta salace interpretata da nostalgici vecchietti, ridotti a fantasmi del passato, senza seguito né progettualità e respiro politico. Insomma, una cosa da ridere. Un golpe da operetta, come da più parti si è sostenuto.
Junio Valerio Borghese come Giuseppe Tritoni, il macchiettistico ex ufficiale interpretato da Ugo Tognazzi e portato sugli schermi da Monicelli nel film “Vogliamo i colonnelli”. Una valutazione minimizzante che sarà fatta propria anche dalla sfera giudiziaria: tutti gli imputati verranno assolti. La Corte d’assise d’appello motiverà il proscioglimento affermando: “che i clamorosi eventi della notte in argomento si sono concentrati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni…”, “e nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica…”.
Anche in questo caso, così come nelle altre vicende inerenti alle stragi e alla strategia della tensione, avrà una sua importanza decisiva la rete collusiva dei rapporti tra gli eversori e i pubblici funzionari dello Stato.




Note:

(1) Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro – Rizzoli 2008 p. 142

(2) Sergio Zavoli, La notte della repubblica – Mondatori 1995. p. 131

(3) Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore – L’Unità 2006 p. 53

(4) Federico Sinicato, Atti del convegno 1969/2009 – Punto Rosso p. 43

(5) Camillo Arcuri, Colpo di Stato – Rizzoli 2007

(6) Franco Ferraresi, Minacce alla democrazia – Feltrinelli 1995 p. 225

(7) Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi – reperibile in rete

(8) Aldo Giannuli – opera citata p. 143

Piero Nobili
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