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DOVE VA RIFONDAZIONE? OPPOSIZIONE A MONTI MA NON AL PD

di Marco Ferrando- L’ottavo congresso nazionale del PRC tenutosi a Napoli a inizio dicembre ha avuto un carattere singolare. La proposta politica centrale su cui si erano svolti i congressi di circolo – la proposta dell’alleanza democratica col PD – veniva clamorosamente spiazzata, alla vigilia del congresso nazionale, dalla svolta della situazione politica: la nascita del governo Monti e il sostegno del PD a tale governo. Come rimediare all’inconveniente? Come riposizionare la proposta congressuale? Questo diveniva il cuore del congresso nazionale. Il segretario nazionale del PRC, Paolo Ferrero, ha dato una soluzione semplice al problema. Nella sua relazione, come nelle sue conclusioni ha insistito su un concetto chiave: il PD “Ha commesso un errore clamoroso” evitando di andare alle urne e sostenendo il nuovo governo. Ma il PRC non deve commettere l’errore speculare di dire “Mai più col PD”. Perché? Perché “nessuno può prevedere come saranno gli schieramenti politici quando si andrà a votare”, e dire “mai più col PD” significherebbe fare un regalo a Veltroni.

 LA QUESTIONE DEL PD 
 Questa costruzione argomentativa è tanto falsa quanto rivelatrice. Il PD non ha commesso in realtà alcun “errore” nel sostenere Monti. Ha invece confermato, nei termini più clamorosi, la propria natura di classe. Di più: ha rivelato che la propria natura di classe prevale, com’è naturale, su ogni altra considerazione politica e opportunità elettorale. Per quale ragione il segretario del PD ha rinunciato all’occasione di una vittoria elettorale annunciata da tutti i sondaggi e quindi al proprio premierato? Per quale ragione è giunto, col sostegno a Monti, a mettere a rischio in prospettiva la sua stessa segreteria ? Per una ragione molto semplice: la pressione della gravissima crisi finanziaria del capitalismo italiano ha spinto i poteri forti verso un’altra soluzione politica. Quella di un governo straordinario di emergenza nazionale, sostenuto da tutti i partiti borghesi, capace di assumere misure straordinarie contro i lavoratori. Il PD e Bersani hanno semplicemente sacrificato la propria fortuna “particolare” all’interesse generale del capitale e al comando della borghesia italiana. Quel capitale e quella borghesia di cui il PD si candida a rappresentanza credibile e nel cui nome il Partito Democratico è stato fondato.

 OPPOSIZIONE A MONTI MA PORTE APERTE AL CENTROSINISTRA
 Rimuovere questa verità sotto la categoria dell’”errore” significa non tanto sbagliare l’analisi ma giustificare la politica del PRC, per il passato, e per il futuro. Non solo la rimozione della natura di classe del PD “salva” retrospettivamente la proposta congressuale dell’alleanza democratica col PD. Ma la tiene in vita per un imponderabile futuro: qualora frani l’esperienza Monti e si vada anticipatamente a votare con la vecchia legge elettorale, o qualora lo scenario politico del 2013 e una nuova legge elettorale ripropongano l’opportunità dell’alleanza di centrosinistra. Oliviero Diliberto, come sempre più esplicito di Ferrero, ha chiarito il concetto qualche giorno dopo in una intervista all’Unità: “ Cercheremo di favorire chi nel PD si propone di ricostruire il centrosinistra. La nostra opposizione è a Monti, non al PD”. Si poteva essere più chiari? Il fatto che il PD sia un partito borghese, impegnato per di più a sostenere la macelleria di Monti contro lavoro, pensioni, sanità, appare a Ferrero e Diliberto un dettaglio secondario. L’essenziale è preservare contro ogni principio di classe il canovaccio dell’alleanza col centrosinistra per cercare di ritornare ad ogni costo nel gioco della politica “che conta”: il gioco della politica borghese. Quello per cui, come ha spiegato Diliberto, la garanzia di dieci parlamentari val bene il sostegno quinquennale a un governo di centrosinistra, al fianco della borghesia e contro i lavoratori. Come del resto il PRC ha fatto per ben 5 anni nell’ultimo quindicennio (’96-’98 col primo governo Prodi, 2006-2008 col secondo governo Prodi).

 MONTI E DINI
L’opposizione del PRC al governo Monti è naturalmente un fatto certo e una scelta netta.
Ma non contraddice affatto, di per sé, la prospettiva di recupero del centrosinistra. Al contrario. Solo la riconquista di una dote elettorale favorita dall’opposizione a Monti può consentire domani al PRC di tentare di ricomporre un’alleanza col PD. Non è forse ciò che accadde nel 95 a fronte del governo semitecnico di Lamberto Dini (sostenuto dal centrosinistra e dalla Lega)? Il PRC fece un’opposizione dura a Dini, più dura nei toni di quella oggi riservata a Monti. Ma fece opposizione perchè quel governo aveva spezzato l’”alleanza progressista” col PDS realizzata un anno prima dal PRC, e perchè solo la rimozione di quel governo poteva consentire la ricomposizione dell’alleanza. Fu esattamente ciò che accadde: quando la caduta di Dini aprì la via – appena un anno dopo – all’accordo di centrosinistra con Romano Prodi (e al voto favorevole del PRC alle leggi di precarizzazione del lavoro e ai campi di detenzione per i migranti). Naturalmente non è affatto detto che lo scenario si ripeta. Troppe sono le incognite sui futuri scenari politici. E sono largamente indipendenti dalle volontà di Paolo Ferrero. Ma quel che è certo è che i gruppi dirigenti del PRC e della FDS faranno tutto quanto è nelle loro disponibilità per ricomporre l’alleanza col PD. L’opposizione a Monti, nei loro auspici, è solo una parentesi obbligata. Tutto questo conferma un giudizio di fondo: l’impermeabilità dei gruppi dirigenti del PRC alle lezioni amare di un quindicennio, ed anzi l’eterna coazione a ripetere un canovaccio politico fallito. Quello della ricerca di un blocco politico con la borghesia “democratica”.

UN’OPPOSIZIONE RIFORMISTA 
 Questa prospettiva peraltro segna già oggi alcuni caratteri della politica del PRC, al di là dell’opposizione a Monti. E’ il caso delle politiche locali del PRC: dove permangono le alleanze di governo più impresentabili col centrosinistra (talvolta estese alla UDC come nelle regione Liguria); e dove la ricerca dell’alleanza col PD, ovunque possibile, alla vigilia delle prossime elezioni amministrative, è una costante della politica del partito. E’ il caso della stessa impostazione programmatica del PRC: dove Ferrero e Grassi si sono premurati di precisare, in sede di Congresso, che la proposta di annullamento del debito pubblico va non solo circoscritta alle sole banche tedesche, ma va intesa come leva negoziale di pressione sulla BCE per ottenere la modifica del suo Statuto. Evitando “derive estremiste e irragionevoli” che possano magari compromettere la credibilità del partito presso il centrosinistra. E’ il caso infine delle stesse parole d’ordine del PRC verso il governo Monti. Dove l’opposizione al governo convive col rifiuto della parola d’ordine della sua cacciata, attestandosi invece sulla richiesta a Monti di “un’altra politica economica”. Anche qui non si tratta della convinzione reale che un governo dei banchieri possa realizzare una politica favorevole al lavoro. Si tratta della volontà di evitare un immagine antisistema, una rottura delle relazioni di rispetto istituzionale con Napolitano (il cui saluto è stato applaudito al Congresso), un danno a futura memoria nei rapporti col PD. Opposizione sì, ma senza rompere i ponti con Bersani: questa è insomma la cifra della linea congressuale del PRC. In un congresso che ha peraltro rimosso l’intera tematica della svolta necessaria dell’azione di massa contro padronato e governo proprio nel momento in cui solo un salto radicale dell’opposizione sociale può erigere una diga di resistenza e aprire la via di un’alternativa.

MINORANZE INTERNE SENZA PROSPETTIVA
 In questo quadro va valutato il ruolo delle minoranze congressuali del partito: la mozione di Falce e Martello (13,4%) e la terza mozione (5,3%), sommatoria eterogenea di diversi gruppi locali. Le minoranze, e soprattutto la seconda mozione, hanno sicuramente raccolto una volontà di contrasto della politica del partito, presente in particolare in settori operai e giovanili del PRC. E’ una volontà cui guardare con attenzione e rispetto. Ma questa volontà cozza irrimediabilmente con la costituzione materiale riformista di un partito irriformabile, come l’esperienza di vent’anni ha dimostrato. Questo è il punto decisivo. I gruppi dirigenti delle minoranze voltano le spalle a questa verità, limitandosi a far leva sul dissenso interno per conservare sine die il proprio spazio di nicchia nel PRC: alternando blocchi senza principi (e fallimentari) con i dirigenti riformisti del partito (come quando avallarono la falsa “svolta a sinistra” del Congresso di Chianciano), con ricollocazioni all’opposizione interna. Senza mai dare, in ogni caso, alla parte migliore del partito una prospettiva politica indipendente: quella della costruzione di un autonomo partito comunista e rivoluzionario.

PER IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE 
Eppure è questa la necessità riproposta dall’intera storia del movimento operaio, e dalla stessa vicenda di Rifondazione. E questa è la ragione della nascita e della costruzione del Partito comunista dei Lavoratori. Che dentro l’azione di fronte unico contro il governo Monti, dentro la più ampia disponibilità unitaria di lotta e di confronto, continuerà a rivolgersi ai compagni migliori del PRC per dire loro: ”non si può stare tutta la vita da comunisti in un partito riformista. Costruite con noi il partito della rivoluzione. Costruiamo il NOSTRO partito”.

(Pubblicato su “Il giornale comunista dei lavoratori”  – gennaio/febbraio 2012)

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