Caldo estremo e crisi ecologica
Considerazioni sulla necessità dello stato di emergenza ambientale
Contributo esterno di F.S.

La richiesta, al Governo, della dichiarazione dello -stato nazionale di emergenza ambientale- può essere per il movimento socio-ambientale uno strumento politico formidabile. Ha il merito di essere semplice, comprensibile a livello di massa e quindi un mezzo di propaganda efficace. Si potrebbe obbiettare che esso sia un provvedimento provvisorio e circoscritto al territorio colpito, che si applica soltanto dopo un evento che impedisce, interamente o parzialmente, la ripresa delle normali attività sociali. Implicita è poi la cessazione quando tali attività saranno ripristinate.
Ma, la gravità progressiva della crisi ecologica autorizza a spingersi oltre, per la semplice ragione che è globale, colpisce ovunque anche se diversamente, e non è temporanea, come un terremoto o una alluvione, anzi, al contrario, anno dopo anno si aggrava. Per cui, la rivendicazione dello stato di emergenza ambientale non è come rimediare a un danno, o prevenire la malattia di un soggetto a rischio, piuttosto il tentativo di salvare la vita a un paziente già gravemente ammalato; quindi, ha carattere d’urgenza. Occorre precisare, che il malato non è il pianeta Terra, il quale continuerà ad esistere ancora per milioni di anni, ma, l’attuale sistema economico, sprecone e scarsamente efficiente, che sta distruggendo le condizioni ambientali indispensabili per la nostra sopravvivenza.
Per cui, in vista delle prossime elezioni politiche, rivendicare che questa dichiarazione venga inserita nel programma di Governo, scritta nero su bianco, farebbe pressione sui dirigenti politici, attualmente impegnati in tutt’altre faccende; cioè, ad applicare le solite formulette fallimentari della presunta economia di mercato. Ovvero, incentivi al consumo di oggetti in gran parte inutili e dannosi per l’ambiente e sgravi fiscali alle imprese senza distinzioni. Per non parlare delle grandi opere come il ponte sullo stretto, paradigma di decadenza cognitiva strutturale della società del consumo nell’antropocene.
Lo stato di emergenza ambientale, presuppone che tutte le risorse disponibili vengano impiegate a favore dell’ambiente: economiche, scientifiche e culturali. Si può pensare a un grande progetto di rinaturalizzazione dell’intero territorio nazionale e alla riconversione in senso ecologico delle attività produttive, comprese le industrie belliche. All’interno di questi principali settori di intervento, occorrerà stabilire alcune priorità. Per esempio, la messa in sicurezza dei territori maggiormente a rischio idrogeologico e la climatizzazione naturale (termotecnica passiva) degli edifici e degli agglomerati urbani.
Naturalmente, è lecito aspettarsi che la dichiarazione dello stato di emergenza ambientale verrà rifiutata con sdegno dalle attuali classi dirigenti: ignorata, strumentalizzata, ridicolizzata e perfino criminalizzata (ecoterrorismo). D’altronde, come sempre è accaduto nella storia dei Sapiens, quando la vecchia società sta per finire e quella nuova tarda ad arrivare, coloro che hanno a lungo governato, con il sostegno della parte più retriva della società, anziché accettare il proprio declino tendono a irrigidirsi per riprodurre un passato sempre più lontano, con crescente autoritarismo grottesco. Ma, se il movimento socio-ambientale riuscirà a crescere, localmente e internazionalmente, mantenendo fermi i propri principi, coltivando la certezza di rappresentare l’unico futuro possibile per l’umanità, ci saranno tutte le condizioni per iniziare l’indispensabile transizione ecologica.





