Il tradimento delle lavoratrici di Gaggio Montano: la mutilazione progressiva e un copione da imparare

La storia del sito produttivo di Gaggio Montano merita di essere studiata, di più, mandata a memoria.
Nel 2016, dopo 71 giorni di presidio della fabbrica si giunge all’accordo con Saeco-Philips, strombazzato da PD, sindacati e compagnia. Saeco aveva minacciato la chiusura e ottiene i famosi “esuberi volontari” (chi non si alza alla mattina sperando di perdere il posto di lavoro?).
La Saeco è passata da 2172 dipendenti negli anni Novanta a 1400 nel 2009 al momento dell’acquisizione di Philips. Nel 2016 lo stabilimento di Gaggio passa da 543 a circa 350 dipendenti.
(Nella lotta della Saeco, i pompieri confederali arrivano a Gaggio quando il sito produttivo è ancora pienamente funzionante, pieno di macchinari e materiali, e può essere usato da leva nella lotta, ma è meglio fermarsi a strappare un accordicchio per poi sventolarlo ai quattro venti come prova della propria rilevanza, vero CGIL, CISL e UIL?).
Nel 2021 arriva improvvisamente (mica poi tanto) una nuova doccia gelata: Saga Coffee, controllata dal gruppo Evoca, intende cessare l’attività nello stabilimento di Gaggio. A rischio ci sono circa 220-222 lavoratori ma soprattutto lavoratrici (circa l’80% donne). Comincia una nuova eroica mobilitazione: in presidio permanente davanti alla fabbrica, le donne resistono ancora una volta, per circa cento giorni, sempre durante l’inverno. (https://www.resistere.net/2021/11/19/la-montagna-non-si-ferma-e-la-sa-ga-coffee-non-si-sposta/)
In Appennino, la macelleria sociale del padronato si manifesta con conseguenze a più livelli. Togliere centinaia di posti di lavoro da Gaggio significa in primo luogo buttare in mezzo a una strada centinaia di famiglie. Significa poi far morire tutto il paese e il territorio. Significa strappare il tessuto sociale in modo che non possa più essere ricomposto. Significa colpire donne in una fascia d’età in cui trovare lavoro è quasi impossibile, forzarle a trasferirsi insieme alle famiglie, magari dopo un mutuo ventennale, impedire loro di gestire tutto quel lavoro di cura che una donna di 50 anni in Italia ha sulle spalle (genitori anziani, figli adolescenti, patologie).
Le donne di Gaggio non vivono su di sé solo lo sfruttamento di un padronato predatorio, sono colpite anche dalla violenza patriarcale che carica loro sulle spalle quel welfare che quassù in montagna non arriva più (ed è moribondo anche altrove). Sono senza lavoro, senza servizi, senza prospettive, in un territorio desertificato dalla delocalizzazione.
Dopo l’ennesima lotta eroica si ottiene il nuovo piano: il riassorbimento di almeno 137 lavoratori della ex Saga Coffee e la riconversione dello stabilimento verso nuove produzioni.
(Fateci caso: la lotta eroica strappa qualcosa, ma poi intervengono i tavoli, i pompieri, gli accordi. Si ha paura di perdere il braccio, allora si concede al padrone un dito. Ma il padrone non si accontenta, taglia il dito, chiede e intasca soldi pubblici, poi taglia la mano e chiede e intasca soldi pubblici, poi arriva al braccio e i lavoratori non hanno più niente da dare. Alla fine il padronato – con lo spauracchio della carneficina – chiede altri soldi pubblici straordinari, definitivi, fondamentali: tutto il circo partecipa al tavolo di supplizio del mutilato, a cui giunge l’estrema unzione del vescovo. Il padrone giura che metterà via il coltello e intasca i contributi “straordinari”. Poi se ne va, e il corpo – i lavoratori – muore dissanguato e con lui tutto il territorio).
Suona famigliare? Non è forse il copione che si ripete sempre uguale a ogni “vertenza”?
Anche la nuova sutura antiemorragica a Gaggio dura ben poco. Il “progetto industriale” entra in crisi; a marzo 2025, Gaggio Tech viene messa in liquidazione. Sono circa 130 i lavoratori interessati.
Da qui in poi il supplizio si parcellizza: piccoli tagli, accordicchi, discussioni e promesse, 40 lavoratori lì, un po’ di disoccupazione là (il padronato ha imparato, non licenzia mai tutti in una volta, meglio un salasso ogni due anni: serve a dividere i lavoratori, a farli sperare che ogni dito sia l’ultimo).
La Regione apre un tavolo permanente, così è più comodo affettare gli operai. Prima della fuga finale, però, la Regione riesce a mettere in tasca alla multinazionale altri 2 milioni di euro di soldi pubblici. Ad agosto 2026, con un’interrogazione e una capriola, FdI chiede di fare il punto su dove e come siano stati utilizzati questi soldi (sì, il partito della Santanché e dei decreti sicurezza).
Adesso siamo a fine agosto, e sono arrivate le lettere di licenziamento per lavoratori e lavoratrici in cassaintegrazione. L’operazione del padronato è finita ed è perfettamente riuscita.
Unico copione, tante repliche
- La multinazionale di turno vuole delocalizzare per massimizzare i profitti. E lo farà, a prescindere da tutto, perché il padronato opera con un unico principio guida: guadagnare il più possibile.
- Perché non strappare un po’ di soldi pubblici, intanto che ci siamo? La multinazionale (sempre senza volto e senza responsabilità) fa un bell’annuncio di “crisi”, preferibilmente nel picco dell’inverno o dell’estate, così fa divertire chi fa i presidi.
- Si scatena il panico e i lavoratori lottano, compatti, uniti, eroici: tutti si stracciano le vesti, persino i partiti dei padroni. Si protegga il lavoro! Per la multinazionale è ora di passare a riscuotere al tavolo “istituzionale”. Mentre intasca i soldi, riorganizza la produzione, riempie o svuota i magazzini a piacere, sposta macchinari e persone dove più conviene, a volte assume persino (Electrolux rimembri?). Riceve in dono un bel dito operaio.
- Il tavolo funziona! L’operazione (chirurgica) riesce e tutti cantano vittoria: i sindacati che hanno venduto le dita degli operai (ma non le braccia! Poteva andare peggio!) e persino le forze riformiste che governano gli enti locali. Davanti alla rapina a mano armata del padronato, non sanno fare altro che calare le braghe e cacciare i soldi (tanto sono sempre dei lavoratori, mica si possono minacciare espropri o nazionalizzazioni, forti dei lavoratori in lotta! Ma ci mancherebbe, non siamo mica comunisti!). L’unico che tace è quello che ha vinto davvero, il padrone.
- Per un po’ va tutto bene. Ma non dura mai.
- Si materializza (evocata dal sabba dei mercati internazionali) un’altra crisi. Questa volta, al tavolo, il padronato non si accontenta di un dito, vuole tutto il braccio. I “confronti” si perdono in dettagli sempre più insignificanti, si avvitano, si confondono, tutti corrono dietro ai numeri come povere anime in un girone dantesco. Le esigenze del padronato si trasformano per magia nelle esigenze di tutti, di un intero territorio, di un intero comparto. (Presto! Mettiamo in salvo il profitto del padrone! E poi si dice che non c’è solidarietà di classe).
- La montagna partorisce il topolino: altri soldi al padronato, con garanzie progressivamente più labili (in realtà inesistenti, perché nulla lo vincola al rispetto dei patti), mentre da qualche altra parte del mondo, lo stesso padrone si prepara alla replica del copione con altri lavoratori.
- A furia di tagliare dita, braccia e altre libbre di carne assortita, il corpo operaio martirizzato muore, avendo lottato fino all’ultimo. Ne danno il triste annuncio i sindacati, la Regione, la Provincia, il Vescovo, il fruttivendolo (che dovrà chiudere anche lui).
Finita la rappresentazione plastica della bancarotta del capitalismo e dei suoi sodali riformisti e confederali, rimane l’amaro in bocca allo spettatore (a cui toccherà la stessa sorte in un futuro più o meno prossimo).
Sì, perché da sempre, in fondo all’altro braccio, nella mano sinistra, i lavoratori hanno un coltello, e dalla parte del manico. C’è scritto sopra “lotta di classe”. Nessuno chiede loro di tagliare qualche arto al padronato (un po’ à la Germinal), ma per lo meno un pezzettino di portafoglio, ad esempio espropriando gli stabilimenti in crisi e occupandoli, per non fare uscire uno spillo.
Sindacati, enti locali, poteri di varia natura scongiurano i lavoratori di non usare “metodi forti”, fanno di tutto affinché i lavoratori dimentichino che sono loro a produrre i profitti del padronato. Se poi, per caso, i lavoratori insistono a volersi difendere con una forza uguale e contraria, gli stessi partiti che fino a un attimo prima “difendono il lavoro” (e fanno le interrogazioni in Regione) ricorrono ai decreti sicurezza e mandano la celere. Il padrone, oltre al coltello, a volte usa anche il manganello.
Che fare dunque?
Ricordare il copione. Diffidare da chi vende le nostre vite ai tavoli. Non concedere mai nemmeno un dito, nemmeno un’unghia. Lottare compatti e autorganizzati. Obbligare il sindacato a lottare. Lottare anche e soprattutto contro la passività della burocrazia sindacale. Non fermare la lotta mai, nemmeno quando ci dicono che abbiamo vinto. Soprattutto quando ci dicono che abbiamo vinto. Iniziare a tagliuzzare il portafoglio del padrone. Coordinarsi ovunque il padronato metta in scena lo spettacolo.





