Occupazione e oppressione energetica: quando l’energia è la clava di padronato e colonialisti contro gli oppressi e gli sfruttati

Qualcuno pensa di parlare di energie (rinnovabili e non) senza fare i conti con il sistema capitalistico in cui viviamo, dove ogni settore privato e privatizzato non può che obbedire alla logica del profitto e alle leggi che governano l’economia.

Qualcuno pensa che – in questo sistema economico e geopolitico – l’energia sia un soggetto neutro, ovvero che non possa trasformarsi in uno strumento coloniale, imperialista e oppressivo.

Chi pensa che una transizione nucleare in Italia vada ad alleggerire le bollette delle famiglie, che sono già allo stremo, è un illuso. Come è un illuso chiunque pensi che l’energia nucleare prodotta possa contrastare il cambiamento climatico, lo stesso cambiamento climatico che rende problematico raffreddare le centrali.

Il problema della continuità energetica, davanti a un riscaldamento globale in crescita più che esponenziale, si pone con la massima urgenza e gravità, ma è da illusi pensare che la classe padronale se lo stia ponendo per cercare soluzioni per gli sfruttati: gli attuali progetti di minicentrali nucleari (di produttori rigorosamente privati) sono destinati ad alimentare gli stabilimenti, i siti produttivi e logistici dei padroni, servono a garantire a loro la continuità energetica, per la loro produzione, per il loro profitto.  È da illusi pensare che il nucleare (di cui noi tutti subiremo le conseguenze, grandi o piccole, a breve e a lungo termine) verrà usato a vantaggio delle classi subalterne.

Come nella storia è avvenuto con ogni altra forma di energia, per altro.

Finora le fonti fossili sono state utilizzate per spingere le rivoluzioni industriali per gonfiare all’esasperazione la produzione e la movimentazione di merci, spesso rapidamente obsolescenti o non necessarie, che a loro volta spingono i profitti della classe sfruttatrice.

L’energia-fatto naturale non è l’energia-prodotto capitalista.

È recente la notizia che a Ribolla, nel grossetano, la multinazionale israeliana Shikun & Binui Ltd. (attiva nei territori palestinesi occupati e negli insediamenti israeliani) costruirà trentaseimila pannelli fotovoltaici su 25 ettari, tramite una società con 2500 euro di capitale e zero dipendenti. Un bel business coloniale, quello che sottrae da un lato terra fertile all’agricoltura e alla produzione di cibo e dall’altro produrrà energia “pulita” da vendere, senza nessun beneficio per le comunità locali.

Il sole – di tutti – verrà trasformato in profitto privato.

La politica locale, e non solo, tace o balbetta, chiede verifiche a sé stessa, prende tempo, si passa la palla.

In un cortocircuito squisitamente capitalistico, il tutto avviene qualche metro sopra la miniera interessata dallo scoppio del 1954, in cui persero la vita 43 minatori. Coltivazione a rapina ieri, coltivazione a rapina oggi. Chi ci rimette è sempre la stessa classe, le stesse persone.

La produzione di energia, a prescindere dalla sua forma e dalla tecnologia con cui la si ottiene, è necessaria per la sopravvivenza della specie, non può essere oggetto di speculazione capitalistica, imperialistica e persino coloniale.

Ogni attività necessaria alla sopravvivenza degli esseri umani (il settore scolastico, sanitario, farmaceutico…) deve essere sottratta alla logica del profitto, se non vogliamo che sia usata come arma dalla classe sfruttatrice contro gli sfruttati.

Questo semplice concetto è da tenere presente prima di ogni discussione sulle forme di energia, sulla produzione delle merci, sulla gestione dei rifiuti e degli impatti ambientali: nessuno crede che sia la decrescita felice la strada da percorrere, ma il rovesciamento degli attuali rapporti di produzione e del sistema capitalistico quello sì, ci vuole. È premessa necessaria per capire cosa serve davvero al genere umano (e non solo) per vivere bene e in salute, una volta che si è liberato dall’impronta ipertrofica, nociva, artificiale e drogata di una classe parassitaria. Una classe di ladri, come sono ladri i “coloni” nei territori palestinesi: terra, acqua, aria, ambiente e persone sono “asset” da sfruttare, da rubare, da far fruttare. È la stessa classe di ladri, il padronato, che sfrutta per anni i territori marginali, sfrutta i lavoratori, si ingozza di sussidi pubblici, poi delocalizza abbandonandoli alla desertificazione, con la conseguente emorragia di posti di lavoro, di vite, di servizi, che rendono queste aree materiale perfetto da speculazione. È quello che sta succedendo a Gaggio Montano, all’ex Saga Coffee, in tutto l’Appennino ed è quello che succederà a Electrolux se non si lotta uniti.

Nel frattempo non si può rimanere a guardare: già il cambiamento climatico generato dal capitalismo causa milioni di vittime, che appartengono a una classe sola.

Il cambiamento climatico è un atto di guerra di classe!

Fuori i complici del genocidio! Tutto il mondo è Palestina!

Sosteniamo la lotta delle comunità locali contro la speculazione capitalista, coloniale e imperialista!

Stop alla rapina dei territori e delle risorse da parte del padronato!

La produzione di energia deve essere pubblica!

Occorre riprendere una mobilitazione che saldi la difesa dell’ambiente con la difesa degli sfruttati: solo abbattendo il capitalismo e la sua classe di ladri, sfruttatori e assassini è possibile mettere un freno a un evento antropico che conduce a un genocidio che non ha più etnia o confine.

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