Pescatori, marinai, pupi e pupari

Di partigiano stanziale
I marò Girone e Latorre meritano il rispetto dovuto ad ogni umana sofferenza ma, l’immagine distorta che i media ci propinano su di loro la trovo ripugnante.
Inoltre, se si riflette onestamente sulla vicenda, risulta evidente che i cori nazional-patriottici che si ergono dall’italico suolo e che potrebbero anche risultare controproducenti per gli interessi dei due, sono in malafede.
Non c’è dubbio che abbiano diritto ad un giusto processo che chiarisca le circostanze e le responsabilità di una vicenda fino ad ora rimasta oscura, dietro la quale si celano probabilmente interessi e convenienze che vanno oltre il fatto specifico.

Ma essi, volontariamente e con il permesso o l’ordine dei superiori, si trovavano a guardia di una proprietà privata, più o meno come se dipendessero da un’agenzia di vigilanza privata, appunto, o fossero liberi professionisti cioè i cosiddetti contractors, che tolto l’ eufemismo significa mercenari.

Ci vengono rappresentati come eroi; ma gli eroi sono altra cosa, sempre che esistano. Sono eroi coloro che, spontaneamente e senza compenso, rischiano la vita per una causa alta e nobile nel senso più puro del termine, e ciò non mi sembra riguardi i marò.

Ci vengono mostrati nelle loro divise immacolate e con l’espressione austera, ma non parlano: sembrano manichini esposti in vetrina. Così, intorno a loro si crea un’aura posticcia di dignità e coraggio come se fossero reduci da chissà quale epica impresa, icone dell’italianità presunta.

La dignità è sempre legittima ma cosa c’entra il coraggio? In realtà, in tali missioni di protezione anti-pirateria il rischio è inferiore a quello che corre un qualsiasi bracciante-schiavo che lavora dall’alba al tramonto sotto il sole cocente, e per una paga dieci volte inferiore.

Per gente come loro, addestrata a compiere le azioni più ardue, doveva essere un gioco da ragazzi; per cui nei loro panni mi riterrei semplicemente sfortunato. A meno che ”gatta ci covi” ma per il momento non possiamo supporlo.

Ci vogliono far credere che sono i marò le vittime, ma non si capisce di chi e per cosa. Non hanno subito violenze e sono trattati molto meglio di un qualsiasi detenuto in attesa di giudizio rinchiuso in un carcere italiano o indiano, dei quali però non s’interessa nessuno.

E le vere vittime passano in secondo piano, anzi sembrano inesistenti: infatti, con una compattezza senza crepe, i nostri media tanto solleciti a far mercimonio di ogni intima sofferenza non le hanno ritenute degne di un nome. “Due pescatori” le chiamano: indistinti, senza volto e senza identità propria. Che vita facevano? In quale città vivevano? Niente! Una livida cappa di omertà è calata su di loro.

Per saperne di più è necessario cercare sulla rete ma, nell’apparato mediatico al servizio dello Stato padrone (pubblico e privato), rimangono ombre che si perdono nel sottofondo tetro di questa bieca rappresentazione.

E le ombre si sa non producono comprensione, o pietà o qualsiasi altro sentimento che possa umanizzarle e perciò renderle degne di attenzione.

Celare e manipolare i fatti per condizionare le coscienze è pratica corrente delle classi dirigenti, in ogni paese ambito e occasione; ma in questo caso hanno passato il segno e non per la vicenda in sé, rispetto ad altre irrilevante, ma per il modo in cui hanno trattato la verità. E non trovo altre parole per concludere.

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