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“LAVORARE PER IL MONDO” n°2: Sull’espressione “dal basso”
Pubblichiamo un articolo del compagno Gianfranco Pala tratto dalla rivista “La contraddizione”, numero 139 (www.contraddizione.it)
TRAVOLTI DALLE FRANE: “DAL BASSO”

uno slogan privo di coscienza marxista

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Una volta che si è visto chiaro nei rapporti interni del tracollo,

tutta la fede teorica sulla necessità dello stato di cose attuale crolla,

prima che tale rovina abbia luogo nella pratica.

C’è qui dunque un interesse assoluto delle classi dominanti

a perpetuare questa confusione vuota di pensiero.

Il disgraziato non vede che, anche se nel mio libro non vi fosse

nessun capitolo sul “valore”, l’analisi dei rapporti reali, data da me,

conterrebbe la prova e la dimostrazione del reale rapporto di valore,.

Altrimenti perché sarebbero pagati i sicofanti ciarlatani, che non

hanno alcun’altra argomentazione scientifica da far valere se non

affermare che in economia politica è assolutamente vietato pensare!?

[Marx, lettera a Ludwig Kugelmann, 11 luglio 1868]



Ancora in tempi recenti è tornato presuntuosamente alla ribalta, con una spocchia prepotente degna di ben altre e articolate argomentazioni, lo slogan “dal basso”. Questa non è altro che una frase politica solo pubblicitaria e quasi priva di senso, se detta isolatamente e non invece in una connessione dialettica con la parola d’ordine “dall’alto”. In effetti quello slogan citato per primo si è diffuso del tutto malamente come se esso potesse rappresentare il “massimo di democrazia”, di contro all’invadenza e alla corruttibilità – presuntivamente attribuite alla burocrazia, e non alle reali cause profonde della crisi politica – delle dirigenze dei “partiti” borghesi, o di quelli modellati in pratica a loro immagine. Il problema è come si possa parlare realmente di democrazia in fasi storiche in cui occorre coscienza dei rapporti di proprietà esistenti, mentre ci sono rigurgiti del fascismo. Senza tali conoscenze la “vecchia” politica preesistente – il fascismo, il nazismo, il new dealguerrafondaio, razzisti “perbene” e “cacciatori di streghe”, di sicuro globalmente anticomunisti – torna sempre a galla. “Grossi ratti sgusciano da vicoli in sfacelo, seguendo in massa questo corteo: Viva la libertà – squittiscono – sì, libertà e democrazia!”, scriveva Brecht nel 1947 nella Germania nazista distrutta, ricordando il rogo dei libri e il patto di Monaco del 1938. Lui rappresentava quei topi di fogna – ogni stato borghese sa bene chi furono ieri e chi dopo e ancora oggi in chi siano raffigurati – come esponenti di oppressione, malattie, inganno, stupidità, omicidi e rapine, che perciò stridono pur cianciando di “libertà e democrazia”.

Senonché la pretesa sempre risorgente di supporre di ripartire unilateralmente, senza unità contraddittoria, dal basso, ipotizzando di dar-voce-a-tutti è decrepita e malamente abusata. Non occorre risalire alle epoche preborghesi, e per noi basta rifarsi alla critica marxista del modo di produzione capitalistico. Abbiamo rammentato più volte quanto scriveva Marx ad Annenkov, nel 1846: “rivolgersi ai lavoratori senza possedere idee rigorosamente scientifiche e teorie ben concrete significa giocare in modo vuoto e incosciente con la propaganda, creando una situazione in cui da un lato un apostolo predica, dall’altro un gregge di somari lo sta a sentire a bocca aperta; un simile gesto avrebbe affossato il movimento e gettato i lavoratori tra le braccia dei capitalisti, invece di conquistarli. Finora, infatti, nulla è stato realizzato se non fracasso ed esplosioni improvvise e dannose, se non iniziative che condurranno alla completa rovina la causa per la quale ci battiamo. L’ignoranza non ha mai giovato a nessuno!”.

Ora appare con evidenza che questi ammonimenti marxiani sono stati completamente dimenticati. Pertanto con sempre maggiore entusiasmo i “marxisti” – i “murksisti” per dirla con Brecht, non essendo in effetti marxisti– si sono buttati su atteggiamenti, parole, e parole d’ordine populistiche di altra tradizione. È così che la tendenza anarchica e anarco-sindacalista – fin alle sue manifestazioni individualistiche conservatrici, se non reazionarie – sia approdata oggi prevalentemente, come si vedrà, quale “autonomia”, se mai “operaia”. Ma essa è stata ripresa ineffabilmente da alcune componenti formalmente marxiste o pure comuniste – avvinghiate all’ambizione di voler rappresentare la “base” contro il prepotere delle dirigenze, vero o presunto – in nome della lotta alla “burocrazia”. Ma una tale burocrazia che, laddove ci sia e sicuramente c’è, è vista come un fenomeno che ha radici originarie, e non che invece dipende essa stessa dalla “impotenza del potere in un momento in cui è possibile non la realtà ma solo la parvenza di governo, con vecchi partiti evanescenti” [Marx].

Già nella Critica della filosofia hegeliana del diritto, Marx aveva scritto che “il potere governativo non è nient’altro che l’amministrazione,“burocrazia”. La burocraziaha come primo presupposto l’autogoverno della società civile [ossia borghese, secondo Marx] in corporazioni. La burocrazia si fonda sulla separazione dello stato e della società civile, e presuppone lo “spirito di corporazione”. Le corporazioni sono il materialismo della burocrazia, e la burocrazia è lo spiritualismo delle corporazioni. Il medesimo spirito che crea nella società la corporazione, crea nello stato la burocrazia. Se prima la burocrazia ha combattuto l’e­sistenza delle corporazioni per far posto alla propria esistenza, ora essa cerca di mantenere a viva forza l’esistenza delle corporazioni per salvare lo spirito corporativo, il suo spirito. La burocrazia è il formalismo di stato della società civile. Essa è la “coscienza dello stato”, la “volontà dello stato”, la “forza dello stato”, in quanto è una corporazione. La burocrazia è forzata a proteggere l’im­ma­ginaria generalità dell’interesse particolare, lo spirito di corporazione, per proteggere l’immagina­ria particolarità dell’interesse generale, suo proprio spirito: lo stato deve essere corporazione, finché la corporazione vuol essere stato”.

Perciò Marx conclude questa definizione e genesi constatando che “la burocrazia, in quanto corporazione perfetta, ha la vittoria sulla corporazione, burocrazia imperfetta. La burocrazia è lo stato immaginario accanto allo stato reale. La burocrazia si pretende ultimo scopo dello stato. Lo spirito generale della burocrazia è il segreto. I “delegati governativi” sono la vera rappresentanza politica non della ma contro la società civile. La polizia, i tribunali e l’amministrazio­ne sono delegati dello stato per amministrare lo stato contro la società civile. Mediante questi “delegati” l’opposizione non è soppressa, ma è divenuta opposizione legale, fissa. L’opposizione è fissata”.

Le circostanze per riprendere in séguito e sistematicamente, dunque, l’analisi della genesi materiale della burocrazia – e rispetto a ciò della critica dimidiata di essa attraverso il ricorso a un populismo spontaneo, cui il peso del potere stava diventando sempre più insopportabile ma privo di coscienza di classe – furono offerte a Marx dal colpo di stato di Napoleone iii. Anche allora il potere dello stato era centralizzato, con esercito, polizia, burocrazia, clero e magistratura, e aveva con il governo il controllo del parlamento: lo stato “sotto il controllo diretto delle classi possidenti, diventò una fabbrica di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con l’irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni esso diventò il pomo della discordia tra le frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti. A misura che il progresso dell’in­dustria moderna sviluppava, allargava, accentuava l’antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, il potere dello stato assumeva sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l’asser­vi­mento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe, un regime di terrorismo di classe aperto e di deliberato insulto della “vile moltitudine”, poteri di repressione sempre più vasti”. Così poté svuotare la forza della società – l’una dopo l’altra, politica popolare e parlamentare – di tutti i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo. “La distruzione della macchina statale non metterà in pericolo la centralizzazione. La burocrazia non è che la forma bassa e brutale di una centralizzazione che è ancora inficiata del suo opposto, del feudalismo” [Marx, Il 18 brumaio; per quest’ultima frase cfr. solo la prima edizione del 1852].

Dunque nella “presa di possesso di questo colossale edificio dello stato, la burocrazia era soltanto un mezzo per preparare il dominio di classe della borghesia, fu lo strumento della classe dominante”. Lo stato sembrava aver acquistata piena autono­mia; la macchina dello stato si era talmente consolidata di fronte alla società civile, che fu per essa “sufficiente avere alla testa un cavaliere d’industria, innalzato sugli scudi dalla soldatesca ubriaca, comprata con acquavite, salcicce e salame. Un’enorme burocrazia, il dominio dei preti come mezzo di governo, la preponderanza del­l’e­sercito, maneggi di borsa, ecc: la parodia dell’imperialismo era neces­saria per elaborare nettamente il contrasto tra lo stato e la società”. Anni dopo, commentando La guerra civile in Francia, Marx per il secondo impero dello stesso Napoleone iii, “il piccolo”, ebbe facilità a osservare come “la speculazione finanziaria celebrò delle orge cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo da un’ostentazione sfacciata di un lusso esagerato, immorale, delittuoso. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era in pari tempo lo scandalo più grande di questa società e il vivaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione, e la decomposizione della società che esso aveva salvato, vennero messe a nudo”: poté perciò dire che “l’imperialismo è la più prostituita e l’ultima forma del potere di stato”.


L’opposizione è una “ribellione degli scheletri, notava Antonio Labriola, Per una democrazia militante. Ancora oggi è così. “Ma perché non viene fuori un’opposizio­ne seria, positiva? La camera è forse una riunione di impiegati o deve finire per essere una burocrazia, capace solo delle rivolte?”. Ecco come debba essere analizzata, dunque, la genesi storica – l’ontogenesi dello sviluppo (o per meglio dire l’inviluppo) dello stato borghese in rapporto alla società che lo integra – della burocrazia: ossia non rabbassandola a mero slogan, ma cercando di capire l’ori­gine nell’involuzione di un corpo sociale quale organismo vivente. L’impo­tenza di tutti i “vecchi” partiti (e tra essi il partito comunista non c’è neppure più, nonostante gli innumerevoli specchietti su cui rimirarsi e arrampicarsi, disposti da altrettanti gruppuscoli sedicenti “comunisti” o giù di lì) non si sconfigge con l’i­gnoranza ma con la politica come scienza.

“Guai a chi si perde nei vuoti giri di parole: parolaio! – spiegava Marx a Lafargue intorno al 1865 – Odiare a morte i politicanti da strapazzo e la loro ciarlataneria. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare! Mentre altri architettano piani per sovvertire il mondo e giorno dopo giorno, sera dopo sera s’inebriano con l’oppio del “domani è la volta buona!”, noi “demonî”, “banditi”, “feccia dell’umanità” cerchiamo di approfondire la nostra preparazione e di approntare armi e munizioni per le lotte future. La politica è studio”. Ciò che manca ancora oggi è la formazione di una coscienza di classe, collettiva, per organizzare in “partito” la parte politicamente cosciente di tutta la classe operaia.

Viceversa tuttora la rivolta, il disagio e l’insofferenza di molti segue supinamente il cattivo senso comune che pretenderebbe di associare simili ribellioni all’odio individuale, disordinato – e tuttavia indiscutibilmente ovvio – contro lo stato di classe borghese. I movimenti che ne discendono hanno, così, la presunzione di ritenere che “un gregge di somari che sta a sentire un apostolo che predica” sia capace di esprimere cose sensate – “sensate”, si fa per dire, invece quanto ciò che allora frulla per la testa dell’“apostolo” di turno – “dal basso” della sua base di massa, per abolire lo stato burocratico e repressivo. Così facendo, il giusto astio rivolto a quello stato di classe rimane solo un’espressio­ne di livore individuale di massa, che sfocia non solo nell’indeterminazione storica della specificità dello stato borghese rispetto all’organo statuale in generale, ma altresì nella confusione tra il concetto scientifico di politica e la pseudopolitica praticata dei partiti. Pertanto la lotta contro l’arbitrarietà e la corruzione di questi si veste degli abiti della repulsione della politica tout court. Tutto ciò conferma complessivamente quanto detto sopra circa la totale mancanza di dialettica tra il “dal basso” e il “dall’alto”.

Non occorre ripetere ancora una volta la critica classica – di Marx, Engels e della Ail – dell’“anarchia” [cfr. Marx – Engels, Critica del­l’anarchismo, che include anche la raccolta dei documenti pubblicati dall’Ail, per il congresso del­l’Aja 1873, contro l’alleanza della democrazia socialista di Bakhunin], nella persona principale che appunto fu Bakhunin. Dietro “parole” decisamente estremiste, la tesi bakhuniana, che i due comunisti definivano tanto “semplice da imparare a memoria in cinque minuti”, risultava di un accesso così popolare che per essa era facile raccattare rapidamente degli aderenti, particolarmente tra “giovani avvocati, laureati e altri “intellettuali” dottrinari”. Ora qui non interessa discutere in ge­nerale sull’anar­chismo bakhuniniano, ma in maniera peculiare sottolineare la stretta relazione tra le posizioni anarchiche e il loro rigetto dell’“autorità” che proviene “dall’al­to”.

La tesi bakhuniana muoveva, infatti, dall’idea fissa che non debba esistere alcuna autorità, cioè in definitiva lo stato sans phrase in quanto male assoluto, confondendo fin dall’inizio autorità con autoritarismo. Secondo codesta idea, quella dei marxisti è una menzogna che nasconde il dispotismo della minoranza governante con l’“autorità” carpita dai rappresentanti popolari divenuti governanti dello stato; un governo imposto alla stragrande maggioranza delle masse popolari da parte di una minoranza privilegiata che “guarderà dal­l’alto dello stato tutti i lavoratori comuni; essi non rappresentano più il popolo”. Fa notare Engels che “una certa autorità, delegata, e una certa subordinazione si impongono come condizioni materiali in ogni organizzazione sociale”: tanto più quanto più grande essa sia, purché si possano controllare e revocare eventualmente tali deleghe. Certo che sotto il dominio del capitale è sulle basi della vecchia società che il proletariato “dà al movimento forme politiche, che più o meno le corrispondono”: ma a es., sostiene Marx, “la rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte con mezzi autoritari”. In quale altra maniera si potrebbe cercare di modificare il corso degli eventi? La “Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non ci fosse stata questa autorità del popolo armato”.

Allora è facile capire perché nelle fasi di crisi, in particolar modo se profonde, trovi facile ascolto la posizione anarchica contraria a ogni forma di delega e favorevole a una presunta “democrazia diretta”; non a caso fin da allora c’era chi invocava l’“azione diretta” (come ancora oggi fanno autonomi anarcosindacalisti, a imitazione dei francofoni, ma non solo). Era contraria all’autori­tà esercitata “dall’alto” in appoggio alla popolare autonomia “dal basso”, contro lo stato burocratico e per l’autonomia anarchica, contro ogni forma di partito organizzato e per i movimenti. “Forse che tutto il proletariato sarà a capo del governo?”, si chiedeva retoricamente Bakhunin, ironizzando sulla forma del partito secondo Engels e Marx: ma questi, con anche maggiore irrisione replicò osservando che “forse tutto il sindacato costituisce il comitato esecutivo? forse che, nell’ordina­mento di Bakhunin dal basso in alto, tutti saranno in alto?”, ossia tutti governerebbero direttamente senza delegare nessuno [critiche che, come si vedrà, saranno poi riprese puntualmente da Lenin]. Pertanto non è un caso che, a es. come adesso, di fronte alla devastante corruzione di partiti evanescenti che hanno reso inaccettabile qualsiasi delega a mestatori ladri e farabutti impresentabili, appaia più semplice accedere a un assoluto rifiuto spontaneo.

Per tale strada la “populazione” neppure si pone il problema di conoscere le cause della crisie quindi di come poter procedere, anziché lottare per raggiungere con sempre maggiori difficoltà la necessaria coscienza, e poi la coscienza di classe, buttando via invece la politica insieme all’acqua fangosa dei partiti in cui il “gregge senza idee” si è crogiolato. Di qui tutta la “copertura rivoluzionaria” dell’individualismo, appartenente interamente a un punto di vista nella società moderna determinato e dominato dalla borghesia e dalla religione, che spinge i lavoratori nelle braccia dei preti o dei borghesi. Allora tutto ciò serviva e serve ancora oggi allo scopo attraverso un populismo d’accatto: esso è stato messo lì per far ritenere che tutto il proletariato sarebbe stato a capo del governo, tutto il popolo avrebbe governato e non si avrebbero avuti altri governanti giacché, scriveva Bakhunin, se “un uomo si governa da sé, è soltanto sé stesso”.

Ma ricorda Lenin che “Engels aveva ragione quando, nelle sua critica al Programma dei comunardi blanquisti (1873) derideva la loro dichiarazione: “Nessun compromesso!”. Questa non è che una frase, diceva, perché a un partito militante i compromessi sono spesso e ineluttabilmente imposti dalla circostanze”. Accedere ai compromessi, necessariin quanto le “circostanze” sono quelle poste dal potere padronale al proletariato sconfitto, è invece ritenuto da Bakhunin inaccettabile, perché “contrario ai principi eterni; piuttosto che violare i principi eterni è meglio che gli operai e le operaie non sappiano leggere, né scrivere, né far conti; meglio che l’igno­ranza e un lavoro quotidiano di 16 ore abbrutiscano le classi operaie, che ricevere l’istruzione da un maestro di scuola dello stato”. Così alla massa dei lavoratori ancora oggi [vedi le berciate di Grillo, da fuori dal sistema dei partiti, ma per poco tempo ancora, o le bischerate di Renzi da dentro, o i nonsense di “occupy”, “indignados” ecc.] il movimentismo populista predica l’astensione dalla politica: “gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici” – scriveva Bakhunin – e siccome sono “veramente religiosi e pieni di fede” preferiscono che la “classe sia crocifissa, la nostra razza perisca”, purché restino “immacolati gli eterni principi!”. In quanto cristiani, devono “credere nella parola del prete e guadagnarsi il paradiso”. E così sia …!

Occorre considerare che Lenin parlò dei compromessi volontari da fare in quanto rivoluzionari, addirittura (3 settembre 1917) poco più di un mese prima della presa di potere, rivolti ai partiti riformisti pseudo democratici, appena dopo sconfitti, che stavano al governo da sei mesi. “oggi è sopraggiunta una svolta così repentina e originale della rivoluzione russa che noi, come partito, possiamo proporre un compromesso volontario” [certo allora non “imposto dalle circostanze”]. Di contro all’idea fissa bakhuniniana dell’“abolizio­ne” (sic) dello stato in quanto espressione di un’autorità esercitata dall’alto, al quale contrapporre l’“autono­mia” dell’agitazione popolare dal basso, Marx e i marxisti videro che simili iniziative dal basso non potevano arrivare mai a un’azione coordinata e consapevole per la cronica inadeguatezza della coscienza di ciò. Pertanto per essi la questione dello stato (di classe) – che nel modo capitalistico di produzione è borghese per definizione – è logicamente da integrare con l’organizzazione del partitodella parte cosciente della classe operaia: infatti i partiti, tutti i partiti conformi e adeguati allo stato borghese, costituiscono già di per sé organizzazioni più o meno coscienti delle varie fazioni della borghesia nella sua molteplicità di capitale, mentre non c’è un partito del proletariato: a meno che appunto non lo si formi in base alla coscienza e conoscenza della sua classe, altrimenti non si va da nessuna parte. Perciò la classe operaia ha essenzialmente bisognodi costituire un proprio partito, mentre la borghesia no, nelle sue multiformi sfaccettature avendo di fatto, tramite lo stato, tutto ciò che le occorre.

Ecco come da Marx si deduce, attraverso la critica all’anarchia, il nesso necessario tra la formazione del partito della classe proletaria e lo stato da conquistare e trasformare, la cui forma borghese è quella da abbattere a favore della dittatura (ossia, per dirla in termini che non tocchino la suscettibilità dei benpensanti, della “direzione”) del proletariato. Codesto nesso consiste appunto nella dialettica da stabilire tra la riflessione consapevole dall’alto (o dall’ester­no come anche si diceva) e la spontaneità immediata (non lo “spontaneismo”), carente di coscienza e priva di coscienza di classe, proveniente dal basso (dal­l’interno dei movimenti di lotta). Per fare un paragone economico alla portata della semplice intuizione, la produzione materiale in qualunque forma e da chiunque sia fatta è indispensabile per fornire l’oggetto del consumo, senza la quale cioè nessun consumo sarebbe pensabile e possibile – anche a dispetto di ciò che blaterano i solóni, accademici e sinistri. Ma a sua volta il “consumo” di tali oggetti fornisce l’esito finale a quanto sia stato “prodotto” non inutilmente: dovrebbe essere ovvio capire quale sia in questa relazione dialettica il momento produttivo fondante, la causa causante, e quale quello costituito dal consumo, l’ef­fetto. Di questo tipo è pure il rapporto di rango razionale tra alto e basso.


Fin dall’inizio del secolo xx il tema dell’errata contrapposizione adialettica tra il “dal basso” e il “dall’alto” – della quale non si era colta la logica connessione della duplice necessaria “conservazione ed elevazione”, l’aufhebung hegeliano – tornò in auge. Lenin, seguendo la logica hegeliana di Marx, si trovò di fronte a una simile diatriba scoppiata decenni prima; ma la specificità, nella fase rivoluzionaria russa, fu determinata, molto più concretamente di quanto espresse Bakhunin il secolo prima rispetto al marxismo e all’Ail. La preoccu­pante novità della nuova fase rivoluzionaria fu che non pochi sedicenti “marxisti” ritennero, nella foga delle lotte, nella momentaneità della confusione e dello smarrimento, di fare proprie le superficiali e non soppesate parole d’ordine bakhuniniane. Così, “semplicemente imparandole a memoria in cinque minuti”, è facile pensare anche che non si avvidero dell’abissale distanza tra il comunismo e l’a­narchia, tra Marx e Bakhunin: fu quest’ultimo, nella ricordata sua folle sentenza sulla “abolizione dello stato”, che nel suo libro sull’anarchia disse espressamente “sono collettivista, e niente affatto comunista”.

Senonché il “dal basso” divenne uno slogan di molti opportunisti e riformisti e moderati, fino ai liberali. Non a caso anche il liberale Gobetti, vittima delle squadre fasciste, sognava la creazione dal basso di un nuovo stato attraverso il “liberalismo rivoluzionario” – ma noi diciamo corporativo – che doveva veder partecipare, appunto, “sia la borghesia capitalistica sia i consigli di fabbrica” [!], nella “coesistenza e collaborazione di tutti gli elementi produttivi … contro i monopoli industriali e contro i rapaci sindacati operai burocratici”. Ma lo hanno fatto proprio anche i rivoluzionari-a-parole, per la lotta interna al partito comunista sovietico, privilegiando i punti di vista di “intellettuali imbevuti fino al midollo di individualismo borghese” [ricorda Lenin in Un passo avanti, due indietro (1904)] rispetto a quelli collettivi.

Il pretesto era che questi ultimi sarebbero provenuti “dall’alto”, e non che l’alto è il carattere della struttura organizzativa cosciente del partito – il cosiddetto “centralismo democratico”: ciò riguardava la forma-partito, perciò, quale che fosse di volta in volta al suo interno la linea vincente, con il sovraccarico di “burocratismo” (altro cavallo di battaglia degli anarchici del xix sec.). Fu poi di nuovo nella seconda metà del xx sec. che quella attitudine anarchica antimarxista, pure a séguito delle faide interne al partito sovietico, divenne emblema delle posizioni anche della parolaia “ala sinistra” del comunismo: essa si richiamava vagamente e variamente a posizioni luxemburgiane, trotzkiste, bordighiste o “autonome” (queste ultime con un riferimento molto più diretto all’a­narchia che non all’analisi marxista), tutte comunque decisamente antileniniste. Così – sotto l’influenza bakhuniniana, … a loro insaputa – costoro predicavano per un’“orga­nizzazione sociale dal basso all’alto, mediante libera associazione, e non dall’al­to al basso mediante un’autorità qualsivoglia”. Ma l’“autoemanci­pazione delle masse” di cui Marx e Lenin spesso parlavano è tutt’altra cosa.

In tale àmbito è strettamente connessa a ciò la dibattuta questione della profonda differenza che sussiste tra sindacato e partito. Mentre il primo è espressione come movimento della spontaneità, poco o nulla cosciente, di tutta la base lavoratrice – la classe in sé, si diceva un tempo, a partire da quella dei “salariati”, ma non solo – il secondo incorpora l’organizzazione dell’avanguardia cosciente del proletariato – la classe per sé, per dirla con quello stesso linguaggio. Dunque in questo caso è dall’alto che solo può provenire la stessa coscienza razionale – il comunismo per il partito della classe, inteso in senso proprio, marxista – epperò una spontaneità ben strutturata ha tutti i requisiti per manifestare dal bassoun’incessante lotta sindacale da parte di tutti i lavoratori. Questo tra l’altro significa che il partito, nella misura in cui per il proletariato abbia perso la battaglia e debba quindi muoversi ancora entro il modo di produzione capitalistico dominante, non può che sottostare a “compromessi necessari” con i partiti dello stato borghese. Ma ciò non vuol dire che non debba fare opposizione, limitarsi a una “ribellione degli scheletri” e scadere nel “cretinismo parlamentare”: proprio mentre il movimento sindacale, in quanto tale, è libero e anzi sospinto verso una lotta intransigente contro il potere esistente.

Insomma: “sindacato comunista” è un ossimoro ingiustificabile! È così che si “degrada la lotta comunista al livello della lotta per gli scioperi” [Lenin]. “È una verità indiscutibile che “in ogni sciopero si nasconde l’i­dra della rivoluzione socialista”. Ma ogni verità astratta diventa vuota frase se la si applica in qualsiasi situazione concreta. È assurdo pensare che da ogni sciopero si possa sùbito passare alla rivoluzione” [è ozioso riportare qui i tanti riferimenti leniniani].Che il sindacalismo, invece di costituire una palestra per sviluppare le conoscenze, possa imboccare anche strade sbagliate e pericolose, è stato dimostrato proprio all’inizio del xx sec. dall’anarco-sindacalismo di Geor­ges Sorel e Arturo Labriola, pronubi (… anche nel senso biologico degli insetti) del fascismo corporativo. Nel secolo precedente c’erano state le falsificazioni sindacali di Proudhon, della chiesa cattolica, del socialismo revisionista fino al successivo laburismo fabiano e a tutto il new deal keynesiano, con tanto di sindacati neocorporativi negli Usa e, a es., alle sue manovre nella “colonia” italica per pagare la scissione sindacale, sospingendola tutta verso forme parapartitiche (non a caso forti in Italia a partire proprio dal mondo cattolico).

La ripresa leniniana della critica marxenglesiana contro la genesi anarchica delle posizioni fin qui richiamate è esplicita. Significa la critica del privilegiare i movimenti spontanei contro la coscienza critica, e tutto ciò si fonda sull’“illu­sione di un presunto inevitabile crollo del capitalismo”. Ora si sa quanto sia una battaglia contro mulini a vento da parte marxista il biasimo scientificamente provato contro l’ideologia anarchica individualistica: sono sistemi separati e conflittuali, perciò una posizione analitica marxista è affatto incompatibile con l’i­deologia bakhuninista, e a quel punto non c’è motivo e spazio di discussione alcuna; ognuno per la sua strada. Senonché se l’attacco a Lenin ha altre motivazioni puntigliose da parte di sedicenti “marxisti”, è necessario sottolineare che tutte quelle sue posizioni furono già espresse da Marx stesso.

“La concezione del mondo degli anarchici è la concezione borghese capovolta. Le loro teorie individualistiche, il loro ideale individualistico sono diametralmente opposti al socialismo. Le loro opinioni esprimono il dominio del caso cieco sul piccolo produttore isolato. La loro tattica, che si riduce alla negazione della lotta politica, divide i proletari e in realtà li trasforma in compartecipi passivi di questa o quella politica borghese, poiché un’effettiva astensione dalla politica è per i lavoratori impossibile e irrealizzabile” [Lenin, Socialismo e anarchia]. Dunque la critica leniniana alle radici anarchiche bakhuniniane e all’erra­ta assunzione delle loro parole d’ordine – come il “dal basso” (o “dall’esterno”) – da parte di quei ricordati “marxisti”, di tutto il xx sec. e ancora di adesso, non ha assolutamente niente a che fare con il marxismo e con Marx, anzi ne costituisce una netta antitesi. Se costoro si reputano ancora tali, marxisti e non appena marxologi – nessuno obbliga a condividere l’analisi di Marx e la sua dialettica materiale, ché anzi noi siamo in netta minoranza – si deve tuttavia solo rammentare a costoro l’origine storica dell’intero processo.

“La classe operaia – scriveva Lenin fin da prima della prima rivoluzione russa, in Che fare? (1902) – con le sole sue forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza sindacale”. Perciò, siccome la coscienza politica di classe non riesce a sorgere spontaneamente dalle masse, essa può essere data “dall’ester­no”; si sa che i lavoratori, in quanto tali, non dispongono di condizioni materiali favorevoli, ma possono soltanto a mala pena, e non sempre, “percepire” il loro antagonismo verso i padroni. In effetti la coscienza sindacale è tale che i lavoratori si sentano, innanzitutto materialmente, “legati al capitale, e mai riescono a sviluppare la consapevolezza della necessità di un’”alternativa””. Un’adeguata teoria rivoluzionaria – senza la quale, secondo un celebre aforisma leniniano, non può esserci una prassi rivoluzionaria – è quella che converge sulla protesta sindacale dei lavoratori portandoli contro il “rafforzamento dell’influenza dell’i­deologia borghese” verso la coscienza politica del comunismo e renderli “consapevoli dell’irriducibile antagonismo fra capitale e lavoro”; la loro “adesione immediata, istintiva” ha bisogno di essere “approfondita in sede scientifica” o altrimenti l’“ideologia borghese resuscita, non tarderà a imporsi spontaneamente alla coscienza dei lavoratori, resterà utopica, e la prassi velleitaria”. Gli intellettuali non comprendono queste circostanze e, fanno “anche senza volerlo, gli interessi del capitale”; può sembrare un paradosso ma il “movimento spontaneo conduce al rifiuto (inconsapevole) del socialismo”. Senonché, precisamente in base alla dialettica tra alto e basso, Lenin, che ha sempre criticato gli intellettuali che amano giustificarlo, spiega che non ha senso logico “accusare lo spontaneismo in sé”: sarebbe folle, perciò, ritenere che possa “maturare la coscienza solo “dall’esterno” e non anche “dall’interno””.

“In sostanza gli opportunisti e la loro difesa di un’organizzazione di partito amorfa, non fortemente coesa e la loro ostilità verso l’idea (“burocratica”) [evidenziazione di Lenin stesso – ndr] dell’edificazione del partito dall’alto in basso, e la loro tendenza ad andare dal basso in alto, dando a qualsiasi professore, a qualsiasi studente di ginnasio, a ogni scioperante la possibilità di annoverarsi tra i membri del partito, lo loro inclinazione verso la mentalità dell’intellettuale borghese e la loro facilità ad abbandonarsi all’elucubrazione opportunistica e alle frasi anarchiche, e la loro tendenza all’autonomismo contro il centralismo” – conclude Lenin nella prefazione di Un passo avanti, due indietro (1904) – “tutto ciò fiorisce oggi in modo lussureggiante”. È questo il significato autenticamente marxiano e marxista da dare al concetto di avanguardia della classe che non può coincidere con la coscienza politica, invero assai scarsa, di tutta la classe operaia e della popolazione; così Lenin denotò di “codismo” il pensare che, con il capitalismo, tutta la classe operaia fosse capace di elevarsi autonomamente alla coscienza necessaria, di contro all’esigenza di elevare – anche attraverso la militanza sindacale in strutture valide solo in sé – strati sempre più vasti al livello cosciente dell’avanguardia.

Perciò Lenin vedeva la controrivoluzione borghese in quei “rivoluzionari” che predicavano una rivoluzione guidata dal basso, in uno con la creazione di “università della coscienza popolare sotto la bandiera del­l’anarchia”. Pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, in La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (settembre 1917) notò che la fase prerivoluzionaria chiedeva di battere lo spontaneismo di alcune tendenze sedicenti marxiste. Ed è soltanto in tale fase che “il controllo veramente democratico, cioè dal basso, esercitato dai sindacati dei lavoratori” – dai sindacati! – possa essere considerato. Sulla situazione politica attuale (marzo 1918) Lenin, per le difficoltà del giovane potere sovietico diceva, dall’alto del partito, che “la parola d’ordine generale resta quella di prima: manovrare, ritirarsi, attendere, continuando con tutte le forze la preparazione”; i socialisti-di-sinistra e gli anarchici per l’“assoluta incomprensione di questa verità gran voce esigono comitati “insurrezionali” e gridano “alle armi”, ecc. Queste grida e questi clamori sono il colmo dell’ottusità; … senza la disciplina ferrea del proletariato non ci si può salvare né dalla controrivoluzione né dalla carestia”. Costoro, per costruire il socialismo dal basso attraverso la rivoluzione, non esitano a “contagiare con il loro isterismo” il proletariato.

Partito – autonomia; dall’alto – dal basso … Ciao dialettica, ciao ciao – bah!!

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