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NOI, I DANNATI DELLA TERRA

“Il giorno che mi prenderanno, mi ammazzeranno, perché io o li picchierò o mi farò picchiare fino a farmi ammazzare” 

(Stephen Biko) 

di Maddalena Robin e Banda Corbari- Il 16 agosto scorso, 36 lavoratori in sciopero sono stati uccisi, 78 feriti e 259 arrestati dalla polizia del governo “progressista” dell’African National Congress, sostenuto dallo stalinista Partito Comunista Sudafricano.
Le vittime sono minatori in sciopero dallo scorso 10 agosto, che manifestavano, tra altri tremila, per rivendicare condizioni di vita più dignitose ed un salario migliore nella miniera di Platino di Marikana, 100 chilometri a nord-ovest di Johannesburg, un lager di proprietà della multinazionale britannica Lonmin, dove la gente lavora, in condizioni di schiavismo, per un salario medio di 400 euro mensili.
Spaccarsi la schiena ed essere trattati come schiavi per un salario da fame è una cosa che nessuno può accettare, ma la Lonmin ha rifiutato ogni trattativa ed ha, “marchionnamente”, intimato a tutti di interrompere la protesta, minacciando un licenziamento in massa.
Le cronache raccontano di un conflitto tra i due principali sindacati che si stava inasprendo da settimane.
La situazione è così entrata in stallo e la tensione è di giorno in giorno salita finché la fucileria di regime (un regime, lo ricordo, “progressista”) ha aperto il fuoco sui manifestanti, facendo una vera e propria mattanza. Trentasei morti, appunto, e più di settanta feriti.
Come da copione si parla naturalmente di legittima difesa, di uno dei due gruppi, che si è presentato con aria e atteggiamenti minacciosi armati di bastoni (una versione) e di machete (altra versione), questo è bastato perfar scattare la “Strage per Legittima Difesa”, con alibi quali “non sapevamo più come contenere la folla”.
In realtà le immagini sembrano parlare da sole … urlano, più che parlare
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=meqSjgMKv-I]
Inizialmente avevamo evitato di guardare le riprese che l’agenzia Reuters ha diffuso in rete; ci sentivamo in qualche modo legittimati ad esentarci da questa terribile prova: “Siamo persone che leggono e si informano, sappiamo come si svolgono le cose, che bisogno c’è di ulteriori conferme?
Siamo già tanto incazzati ed addolorati per questa strage, perché infierire contro noi stessi con immagini crude che non avrebbero altra utilità se non farci ancora più male?”
Ma poi abbiamo capito che non è così semplice; che non solo le lotte dei lavoratori sfruttati sono le nostre lotte e che, in quanto comunisti quegli uomini, che hanno alzato la testa, sono nostri fratelli e compagni, ma che noi, per il solo fatto di essere nati e vivere al centro del sistema capitalistico, siamo direttamente responsabili di quello sfruttamento, perché gran parte degli oggetti che rendono più confortevole la vita quotidiana è strettamente connessa al platino. 
Avevamo sempre associato l’utilizzo di questo metallo alle industrie aeronautica e aerospaziale ed ai gioielli, senza riflettere sulla lunghissima lista delle sue applicazioni, che va dalla produzione di pace-maker alle cure chemioterapiche, dalla produzione di acido citrico (impiegato nella produzione di farmaci, fertilizzanti, coloranti vari profumi e cosmetici) alla marmitta catalitica, che ad alcuni permette di dormire sonni tranquilli ed ecologici … e poi le lenti ottiche, la produzione di tecnologia a basso costo, lo stesso computer che stiamo usando per scrivervi … la nostra civiltà non ci è mai sembrata così assassina. 
Siamo direttamente coinvolti perché tutto il sistema consumistico da noi costruito e vissuto è fondato sullo sfruttamento delle preziose materie prime africane e sullo sfruttamento dei minatori i cui salari da fame e le cui vite di schiavi ci garantiscono il basso costo e l’abbordabilità dei prodotti. 
Il nome Sudafrica porta alla mente di tutti noi solo fatti ignobili. A partire dallo sterminio delle tribù locali nel corso del Mfecane causato dall’espansione militare degli Zulu con il primo colonialismo, per continuare con l’apartheid: la segregazione e la separazione dei bianchi dai neri che iniziò proprio dallo sfruttamento delle risorse minerarie africane e con l’organizzazione del lavoro in miniera. 
Quando l’apartheid nel 1993 cadde, tutti ci siamo sentiti più “puliti” e con le coscienze tranquille; ma fu solo un’illusione. 
Perché la politica di segregazione razziale non fu sconfitta da un cambiamento culturale, ma fu abbandonata perché costava troppo. 
Si trattò, come sempre, di un problema economico: alla fine degli anni ‘80 il Sudafrica era sull’orlo della bancarotta a causa di un apparato statale doppio, delle sanzioni internazionali per il regime e della fuga dei capitali all’estero. Il tasso di crescita era tra i più bassi al mondo e il PIL pro capite era sceso vertiginosamente. Anche a livello sociale, il Sudafrica era una pentola a pressione in condizioni simili a quelle del Ruanda e nel 1994 mentre sul Ruanda piombava la guerra civile, l’odio razziale, massacri e un apocalittico esodo di massa, in Sudafrica si tennero le prime elezioni a suffragio universale dove, per la prima volta, votarono anche i neri. Ma, osservando in profondità, dietro alle immagini di uguaglianza e alle belle parole di orgoglio e riscatto per la libertà africana pronunciate da Mandela, che a tanti, ma non a noi, piace citare, cosa è cambiato in quel tormentato paese? 
Una classe dirigente in perenne litigio, la povertà, la corruzione e la crescita della disuguaglianza all’interno del paese sono la testimonianza che nei diciotto anni di potere del ANC il Sudafrica è stato il paese con un livello di ineguaglianza tra i più alti del mondo (qui il report di una ricerca condotta dalla stessa università di Città del Capo tra il 1993 e il 2008, che, al di là della fonte, è comunque interessante e significativo). 
Caduta la pesante cortina dell’apartheid, che con il suo terribile abominio metteva in secondo piano tutto il resto, si è andata evidenziando sempre più la disparità sociale. E dalle pallottole di Soweto siamo ora alle pallottole contro i lavoratori che scioperano per i loro diritti. 
La nostra obesa civiltà, che ci fa rimpinzare di cibo, cibo in continuazione per non essere assaliti dall’idea di riflettere su quanto e come noi abbiamo a che fare con paesi come il Sudafrica dovrà finire e sta a noi in quanto comunisti ed internazionalisti far si che arrivi il giorno, in cui la gente sarà stufa di essere soltanto sazia.
Non si dovrà guardare soltanto alla Siria, al Sudafrica, alla miseria dei paesi alla periferia del sistema; a quel punto basterà anche dare un’occhiata realistica alla nostra società per accorgersi di questa incoscienza, che noi definiamo semplicemente disumana. 
Anche a noi, come a tutti, piacciono le cose che rendono la vita più comoda, ma se si è costretti a comperarle per non diventare consapevoli, allora il prezzo richiesto è troppo elevato. 
Allora è arrivato il momento di sollevarci e unirci alle lotte di tutti gli sfruttati a qualsiasi latitudine di questo maledetto pianeta. Solo la rivoluzione cambia le cose. 

“L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso” (Stephen Biko) 

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