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LA CLASSE OPERAIA E LA CRISI MONDIALE: STATO DELLA SITUAZIONE

(Articolo di Lucas poy tradotto da G.Satta e tratto da Prensa Obrera n.1136, organo del Partito Obrero, partito rivoluzionario argentino che insieme al Partito Comunista dei Lavoratori e altri partiti di vari paesi e continenti da vita al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale)
Diverse settimane dopo la notizia della crisi globale sono stati costretti a recuperare, in pieno XXI secolo, il linguaggio della “vecchia” lotta di classe. L’irruzione della classe operaia ha cambiato il panorama. Gli scioperi che hanno scosso il cuore industriale della Cina – e la sollevazione di massa di lavoratori tessili del Bangladesh, due settimane fa – sono gli eventi più importanti della risposta operaia alla crisi mondiale, così come mostrano l’esplosione della forza elementare del proletariato nel quadro della bancarotta del capitale. La serie di scioperi generali che hanno luogo in Europa e la risposta dei lavoratori di questo continente ai piani di aggiustamento delle imprese e dei loro governi evidenziano anche un processo di sviluppo che, con lo sciopero “selvaggio” dei lavoratori della Metro de Madrid sembra essere entrato in una nuova fase. La lotta dei lavoratori greci presenta un equilibrio molto fragile che può rompersi in qualsiasi momento come conseguenza del completo impasse economico e dei tentennamenti politici all’interno del partito di governo. Lo sviluppo diseguale della lotta dei lavoratori contro il fallimento del capitalismo in diverse parti del pianeta, mostra tutte le sfumature di una maturazione politica che è in pieno sviluppo.

Cina: nulla sarà come prima
La recente ondata di scioperi operai in Cina ha ricevuto più attenzione e più cura nella stampa finanziaria della grande borghesia internazionale che nelle pubblicazioni della sinistra, ad eccezione di Prensa Obrera. Gli apologeti del capitale non sbagliano quando avvertono l’importanza degli scioperi esplosi nel cuore industriale della Cina. La loro perspicacia si è fortemente ridotta, questo sì, quando hanno cercato di spiegare questo ascesa operaia come conseguenza del declino relativo della popolazione giovane che entra nel mercato del lavoro – prodotto delle politiche ufficiali di controllo delle nascite – dopo i piani ufficiali di “stimolo” degli ultimi anni. “Complessivamente, questi effetti hanno, per la prima volta, portato l’offerta di lavoro al di sotto della domanda” dice il Financial Times (2 / 6). Queste spiegazioni “sociologiche”, al di là della loro importanza, non sono sufficienti per capire che l’elemento chiave degli scioperi in corso è l’irruzione della forza elementare delle masse che spezza tutte le strutture create per contenerla e modifica il quadro delle relazioni tra le classi.

Si tratta milioni di giovani che lavorano per imprese appaltatrici delle principali multinazionali del pianeta. Negli impianti dove si assemblano le nuovissime PlayStation 3 della Sony ed i sofisticati iPhone della “progressista” di Apple, i lavoratori eseguono turni di dodici ore, senza riuscire a sedersi o parlare tra loro, sottoposti ad un regime carcerario anche per andare al bagno. Poiché la maggior parte di loro sono immigrati dalle zone rurali, vivono in dormitori collettivi forniti dalle aziende stesse. In una di esse, la Foxconn, che è il principale produttore di elettronica al mondo, la notizia degli ultimi mesi è stata l’ondata di suicidi dei giovani dipendenti, per la disperazione dovuta a giornate di lavoro molto lunghe e monotone e all’impasse di una vita senza senso.

La crisi degli ultimi anni è stata il laboratorio accelerato in cui è maturata rapidamente l’esperienza di questa nuova generazione di lavoratori cinesi. “Si verificano proteste dei lavoratori lungo il delta del fiume Pearl e dello Yangtze dall’inizio dell’anno” (Financial Times, 11/6), non se n’è giunti a conoscenza a causa del loro carattere localizzato e per la decisione delle imprese e del governo di non diffonderne la notizia, al fine di evitare una “cattiva stampa”. Altre vanno ancora più in là (sottinteso : nel tempo, credo N.d.T) : “In effetti, la Cina ha sperimentato una notevole agitazione industriale negli ultimi decenni, per lo più localizzata e poco conosciuta” (Financial Times, 10 / 6).

“Chang Kai, docente di Relazioni Industriali e Diritto presso l’Università di Renmin, ha detto che il numero di scioperi è aumentato ad un tasso del 30% annuo” (The Guardian, 17 / 6). Quando i conflitti vennero alla luce il mese scorso, sono state varie le società multinazionali che hanno segnalato che negli ultimi mesi c’erano stati scioperi nei loro impianti cinesi. Tra il moltiplicarsi degli “incidenti” industriali – come sono definiti dal governo cinese – e l’attuale ondata di scioperi, tuttavia, vi è un salto di qualità. Avevano ragione chi segnalava che la novità degli scioperi del mese scorso è stata la loro “interconnessione”: ogni conflitto è stato l’ispirazione del successivo. “I lavoratori si tengono al corrente sulle azioni di sciopero attraverso i telefoni cellulari e altri dispositivi di messaggistica istantanea” (Financial Times, 11 / 6).

In svariati dei recenti scioperi, i lavoratori hanno fronteggiato la burocrazia sindacale ufficiale e rivendicato la formazione di sindacati indipendenti, basati su rappresentanti eletti, a partire dall’esperienza fatta durante il conflitto. Il Wall Street Journal (14 / 6) si è allarmato di fronte al fenomeno: “Il fatto che i lavoratori chiedano il diritto di formare sindacati indipendenti”, ha affermato, “dà una dimensione politica al conflitto di lavoro. Se i lavoratori potranno eleggere democraticamente i loro dirigenti sindacali, sarebbe un svolta nella storia del movimento operaio cinese “.

La burocrazia del PCC ha mantenuto un silenzio prudente durante lo sviluppo degli scioperi, anche se a metà del mese scorso ha rotto gli indugi e dichiarato che “i lavoratori hanno ricevuto la quota minore della prosperità economica” e che gli scioperi “dimostrano la necessità di una tutela organizzata del lavoro nelle fabbriche cinesi”. Coloro che sostengono che il governo cinese non disapprovi che le imprese straniere aumentino le retribuzioni, in quanto contribuiscono a “promuovere il consumo”, nel contesto della crisi, vedono solo una parte del film, perché la burocrazia teme come la peste la possibilità di un intervento operaio, che necessariamente travalicherebbe i canali dei propri apparati sindacali controllati dallo stato e aprirebbe la strada ad una crisi di regime.

“Gli esperti ritengono che i leader del PCC siano molto preoccupati per la possibilità di uno scenario come quello della Polonia degli anni 1980, in cui un movimento sindacale indipendente portò alla caduta del regime” (Wall Street Journal, 14/6). L’attuazione di accordi collettivi di lavoro sarebbe una sconfitta aperta per il regime politico cinese – all’elezione di rappresentanti da parte dei lavoratori seguirebbe la rivendicazione di sindacati indipendenti e quindi della libertà di espressione e del diritto di sciopero. Jorge Castro, nel Clarín, ha avvertito l’entità del problema quando in un editoriale ha affermato che “il problema dei lavoratori migranti non è salariale, ma politico”. La sua previsione che il regime cinese permetterà una redistribuzione per adattarsi alle nuove circostanze, tuttavia, riflette meno la realtà che non i suoi desideri e in ogni caso mette in luce un errore di metodo: nessun “adattamento” con queste uniche caratteristiche potrebbero realizzarsi nel contesto di crisi senza precedenti.

Così guardano solo a una parte del film anche quelli che concludono che la conseguenza della rivolta operaia cinese sarà un aumento aritmetico dei “costi del lavoro” e la fine della manodopera a basso costo fornita dalle masse di questo paese. Le dichiarazioni della giovane di 21 anni che ha diretto lo sciopero Honda (“la nostra lotta non è per i 1.800 lavoratori, ma si tratta di difendere i diritti di tutto il proletariato cinese”) mostra l’alto livello di complessità delle discussioni che si sviluppano tra i lavoratori e dimostrano che la maturazione di questa avanguardia si sviluppa al ritmo accelerato che contraddistingue la crisi globale. Allo stesso tempo mostra la profondità dei dibattiti che hanno luogo: se, da un lato, la “difesa del proletariato contro il capitale” implichi una lotta contro la restaurazione capitalista, il supporto ad alcuni settori del PCC, e il consolidamento di un’opposizione di classe contro lo sviluppo capitalista, o, al contrario, significhi una lotta per la rivoluzione sociale, che deve prima rovesciare la dittatura restaurazionista del PCC e stabilire un’autentica dittatura del proletariato.

Bangladesh: sciopero di massa
I lavoratori “peggio pagati al mondo” di fronte all’ondata di scioperi operai in Cina non sono mancati quelli che hanno detto che la conseguenza sarebbe stata la delocalizzazione di molte imprese in altri paesi asiatici, tra cui il Bangladesh. Pensavano senza dubbio all’industria tessile di quel paese, dove è impiegata, da imprenditori che producono per i marchi dell’ abbigliamento più sofisticati al mondo, una forza lavoro di oltre quattro milioni di lavoratori, per l’85% donne, in condizioni dantesche di sfruttamento : con un salario minimo di 25 dollari sono, secondo Financial Times, “i peggio pagati al mondo”.
L’idea degli analisti pecca di inadeguatezza, perché proprio questo strato della classe operaia super-sfruttato è appena stato protagonista di una vera e propria esplosione di scioperi di massa. Dal 13 giugno e per più di una settimana, decine di migliaia di lavoratori tessili hanno lasciato le fabbriche occupando strade e autostrade: il 21 c’è stata una massiccia manifestazione di massa di oltre 50.000 persone che ha occupato le vie, accolta da una brutale repressione che ha lasciato oltre un centinaio di feriti. Gli scontri con la polizia sono durati diversi giorni e si sono trasformati in vere rivolte nei quartieri operai. Il padronato ha cercato di passare all’offensiva con una massiccia serrata di oltre 250 fabbriche e tutte le aree industriali sono state militarizzate. Il 23, tuttavia, il governo ha dovuto cedere: il ministro del lavoro ha riconosciuto che il salario minimo “ormai non corrispondeva più alla situazione attuale” e ha promesso di rivederlo nei prossimi mesi. Sotto la pressione delle ordinazioni insoddisfatte dei loro clienti stranieri, le aziende hanno tolto il lock-out[1] e i lavoratori sono rientrati in fabbrica seguiti da una costante sorveglianza della polizia, in mezzo a stabilimenti distrutti dagli scontri dei giorni precedenti.

“Dobbiamo evitare la violenza, perché stiamo assistendo a una ripresa economica e le agitazioni operaie minacciano le ordinazioni dei nostri clienti”, ha affermato un think-tank[2] degli imprenditori tessili. Insieme agli scioperi dei lavoratori cinesi, la rivolta operaia dei tessili del Bangladesh, segna un salto nella risposta del proletariato alla crisi capitalistica: il fatto che provenga dai settori più sfruttati della classe operaia mondiale è un dato che dovrebbe essere registrato da tutti coloro che credevano che la bancarotta economica fosse una questione di pura statistica.

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