Divisi, rassegnati e passivi: la classe operaia davanti all’ennesima crisi del capitale

A guardarla bene, questa classe operaia è davvero irriconoscibile. È stata deturpata da decenni di sconfitte, piccole e grandi, subite dal nemico di classe, il padronato, e dallo stillicidio di tradimenti riservati a lavoratori e lavoratrici da chi dovrebbe difenderli: i sindacati, o meglio dalle loro burocrazie.

Una classe operaia che, per chi ha qualche anno in più sulle spalle, ha un volto irriconoscibile rispetto al passato. È così irriconoscibile che tanti dicono, da utili idioti, che non esiste più. Che in realtà siamo già tutti uguali, che in fin dei conti (a rate) anche un operaio pian piano può comprarsi una Porsche. Che tanto le classi non esistono più, le tute non sono più blu, ma di tutti i colori e le forme, quindi possiamo abbandonare i discorsi triti e ritriti degli anni Settanta. Utili idioti soprattutto di sinistra, perché la destra e il potere economico-finanziario che esprime ha invece ben presente l’esistenza dei lavoratori, dato che non ha smesso neppure per un minuto durante una pandemia mondiale di sfruttarli, annichilirli, prenderli in giro e depredarli.

La classe operaia muore tutti i giorni, produce (plus)valore tutti i giorni, si toglie soldi dalle tasche tutti i giorni. Ma ha preso talmente tante botte che non si riconosce neanche da dentro, non solo da fuori. È invisibile a se stessa quando si guarda allo specchio.

A voler fare un discorso “socio-politico”, si potrebbe dire che la classe operaia ha smesso di esistere alla caduta del muro di Berlino, quando è scomparsa un’idea alternativa di società (per quanto distorta e tradita dallo stalinismo) che comunque faceva ancora paura a capitalisti, industriali, banchieri… Lo squilibrio di potere che si verificò allora a livello mondiale si è ripercosso come un’onda sismica sui diritti dei lavoratori. Un’altra società non era più possibile, il capitalismo non aveva più nulla da temere, aveva mano libera. Molti operai stracciarono la tessera della Cgil dopo il vergognoso accordo sulla Scala mobile. Era il 1993. Il capitale, quando c’è da guadagnare terreno, non indugia.

Da allora è stata una sequela infinita di pugni sul muso: l’invenzione della precarietà, i contratti a chiamata, il lavoro non pagato dell’alternanza col mondo della scuola, il Jobs Act, la gig economy, l’abolizione dell’articolo 18, vero e proprio funerale allo Statuto dei lavoratori, ottenuto con una lunga stagione di lotte operaie il 20 maggio 1970.

Basta guardare in qualsiasi fabbrica media del proprio territorio per accorgersi di questa stratificazione geologica delle sconfitte e dei tradimenti inflitti agli operai.

In primo luogo è cambiato il modo di produzione: orari e ritmi di lavoro sono stati esasperati al limite delle possibilità umane per massimizzare la produzione e i profitti del padronato. È per questo che anche con la generale diminuzione delle attività durante il lockdown, i numeri delle morti e degli incidenti sul lavoro sono rimasti costanti, se non aumentati.

Il sangue degli operai è la benzina nelle Porsche degli industriali.

Questa variabile, quella dello sfruttamento umano esasperato e del suo legame diretto e indissolubile con il profitto, non cambia mai nell’equazione dell’attuale sistema economico.

La produzione è cambiata dunque: grazie ai metodi “intelligenti” o “lean”, come Kaizen, 5S o simili, la catena di montaggio di Chaplin è stata reinterpretata da un serial killer. Ogni segmento dello stabilimento produttivo, ogni reparto, ogni unità viene spinto al massimo, al limite del collasso psicofisico di chi ci lavora, che non sono più persone ma -per prendere in prestito un termine di chernobyliana memoria- sono “bio-robot”. Basta guardare quello che avviene dentro i magazzini Amazon.

Morti, infortuni, malattie professionali sono all’apice. Il trend è chiaro: non si cambiano le modalità di produzione per venire incontro alle esigenze psicofisiche delle persone, ma si cambiano tanti uomini e donne nella stessa mansione dopo averli spremuti, per poi attingere dalla disoccupazione, quel meraviglioso strumento padronale che funge contemporaneamente da bacino di riserva e spauracchio per le maestranze.

La produzione è stata inoltre privata di tutti quegli elementi accessori che le ruotavano attorno. Tutto ciò che non fa strettamente parte della produzione viene esternalizzato: appalti e subappalti che a ogni giro di giostra non fanno che diminuire le spese per il padrone-committente. Il gioco è semplice: si tagliano salari e tutele a ogni scatola cinese, introducendo nello stabilimento dei lavoratori “esterni” che prendono una miseria, non si lamentano della sicurezza, lavorano in condizioni vergognose di cui il padrone originario -magia!- non è più neppure responsabile.

La stratificazione geologica delle sconfitte operaie è evidente nell’estrema varietà di contratti, salari e condizioni che si possono trovare nello stesso metro quadro di fabbrica: esternalizzati con salari da fame, impiegati da cooperative fantasma, create da prestanome dei padroni, “anziani” operai ormai prossimi alla pensione (forse!) con salari e tutele in via d’estinzione, tali da farli apparire (ed è un’idiozia) come dei “privilegiati”, giovani con il contratto di ingresso che percepiscono la metà per lo stesso lavoro, persone a tempo indeterminatamente determinato, sotto il ricatto costante della speranza.

A questa umanità, apparentemente così varia, non sono stati tolti negli anni solo salari, protezioni e sicurezza, hanno tolto loro anche il diritto alla rappresentanza. Il sistema della rappresentanza sindacale unitaria e i successivi accordi del 10 gennaio (Testo Unico) hanno tolto alla classe lavoratrice anche la voce, sostituendola con un sistema di concertazione sostanzialmente obbligata, consentendo al padrone di riconoscere solo quelle rappresentanze sindacali che piacciono a lui, quelle che contrattano e che cedono, che non fanno che chiedere un posto a tavola e raccattare solo briciole, quelle organizzazioni sindacali ormai tramutate in gruppi di interesse, grazie agli enti bilaterali.

Davanti a questo sfacelo, la prima e più ovvia reazione è lo sconforto. Anche perché il padronato, nel silenzio delle burocrazie di Cgil, Cisl e Uil, ha progressivamente precluso ai lavoratori tutte le modalità “tradizionali” di protesta, comprandosi anche la passività di chi i lavoratori dovrebbe portarli in piazza. Cosa fare se il padrone ti bastona sul lavoro e il sindacato tace? Tendenzialmente si incassa e si va avanti. Purtroppo per il lavoratore non è finita qui. Grazie all’ascesa dei populismi e della destra reazionaria, sono stati emanati provvedimenti che restringono sempre più la libertà di sciopero, che rendono illegali i picchetti e i blocchi stradali e comprimono ulteriormente le libertà civili: sono proprio quei decreti Salvini che piacciono anche a qualche operaio, perché crede che siano solo contro gli immigrati.

È difficile immaginare un modo per ribellarsi a un nemico doppio: il tradizionale avversario di classe, il padronato, e il traditore della classe, ossia la burocrazia sindacale. Davanti a tutte le vie sbarrate, ci si spezza in mille rivoli, si cede alla tentazione del populismo becero, si cede al razzismo, altro fenomenale strumento padronale per dividere i lavoratori, vederli combattere tra loro e ingrassare il bilancio.

Si cede a tentazioni irrazionali da fagiani all’Arcicaccia, come ingrossare le fila di trappole travestite da sindacati, come l’UGL, che sta capitalizzando la bancarotta morale della Cgil trasferendo i lavoratori nella proverbiale “brace”.

Non che sindacalismo di base stia meglio: diviso tra ducetti, sette e settarismi, ancora purtroppo incapace di rappresentare una forza realmente unificante nei focolai di lotta, si divide e si frantuma, senza riuscire a colmare le spaccature che attraversano la classe.

Però, i focolai di lotta ci sono, non tutti gli operai hanno rinunciato ad alzare la testa, non tutti si sono rassegnati ad andare in paradiso.

Ciò che manca è la coscienza di sé, la narrazione di sé, la consapevolezza di essere un corpo unico, persone nella stessa situazione, un insieme di individui uniti dallo stesso sfruttamento, ma anche dagli stessi obiettivi e interessi.

Una visione che spinga i lavoratori a guardare oltre a busta paga, contratto, provenienza geografica, età  sesso e a tutti quegli stratagemmi con cui il padronato li ha divisi e schiacciati.

A ogni emergenza, il padronato approfitta per strappare ulteriori soldi e diritti. La classe operaia saprà immaginarsi di nuovo unita, riprendendo in mano gli strumenti con cui ha lottato fin da sotto le piramidi: resistenza, sciopero, autorganizzazione e un programma di lotte da non tradire?

È difficile riprendere in mano la propria vita e non delegare le proprie rivendicazioni. È difficile vincere la miriade di distrazioni di massa che la società ci propina per illuderci di non essere “lavoratori” ma “risorse”, di non essere “sfruttati” ma “valorizzati”. Sapranno i lavoratori smascherare i nemici di classe e unire le lotte? È difficile, ma si rende ogni giorno più necessario.

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