LA POLITICA DI LENIN

Princìpi e tattica, per la rivoluzione

di Marco Ferrando

Autonomia di classe e battaglia per l’egemonia, intransigenza dei principi e duttilità della tattica: sono questi gli elementi essenziali della politica di Lenin sia sul versante russo, sia sul versante internazionale. Con una precisa avvertenza: nessuno di quegli elementi è in qualche modo “isolabile”, ed anzi ognuno di essi trova il suo stesso significato proprio nella relazione dialettica con l’insieme degli altri fattori. E questa relazione a sua volta è governata dal fine: il rovesciamento della borghesia, la conquista proletaria del potere. Tenere presente questo insieme, razionalizzarlo, assimilarlo è condizione decisiva per comprendere il leninismo nella sua profondità e attualità. Rimuoverlo o disperderlo significa fare, fosse pure involontariamente, la caricatura del leninismo; e prestarsi a quelle innumerevoli e interessate deformazioni di cui è stato oggetto da parte della socialdemocrazia, dello stalinismo, del centrismo.

Luxemburg e Lenin nella battaglia internazionale antirevisionista

L’autonomia di classe del movimento operaio dalla borghesia è la base stessa del marxismo. Tutta la politica di Lenin parte dalla riaffermazione di questo principio basilare. E non in termini astratti, ma nel vivo della battaglia politica all’interno del movimento operaio internazionale e della socialdemocrazia russa.

Lungo il corso della sua evoluzione storica, già nel primissimo Novecento la II Internazionale aveva visto riaffacciarsi al proprio interno tendenze apertamente “revisioniste”: che mettendo in discussione la prospettiva stessa della rivoluzione socialista, attaccavano il principio dell’indipendenza politica di classe e legittimavano scelte di collaborazione con governi borghesi. Se la via “realistica” al socialismo passava ormai attraverso la progressiva modifica degli equilibri parlamentari e istituzionali, perché mai continuare ad opporre un’obiezione di principio all’ingresso di propri ministri nei governi borghesi “progressisti”? Se i socialisti fossero determinanti per una più avanzata maggioranza politica di governo un loro disimpegno e “isolamento propagandistico” non favorirebbe forse le forze reazionarie a tutto danno del movimento operaio?

Eduard Bernstein aveva dato corposità teorica a queste sollecitazioni, ben presenti nel settore parlamentare della socialdemocrazia tedesca e nelle sue rappresentanze istituzionali regionali (lander). E il “caso Millerand” in Francia nel 1900, con l’aperto ingresso di un parlamentare “socialista” in un governo borghese, testimoniava che la questione era tutt’altro che una questione “teorica”.

Queste posizioni furono inizialmente combattute dalla maggioranza delle forze dell’Internazionale. Ma in termini e da angolazioni  significativamente differenti.

Kautsky e il suo “centro” svilupparono un contrasto debole, segnato dalla preoccupazione dominante di una possibile scissione della destra parlamentare della socialdemocrazia: un contrasto che finiva col ridurre la questione, fondamentalmente, alla necessaria riaffermazione dell’autorità del partito nei confronti dei suoi gruppi parlamentari ma che sminuiva il carattere politico e di principio del problema. Era l’esordio storico del centrismo, e il presagio della sua deriva futura.

Fu invece la sinistra rivoluzionaria dell’Internazionale a partire da Rosa Luxemburg a sviluppare contro il revisionismo una battaglia politica di fondo e di principio.

Riforma sociale o rivoluzione, scritto dalla grande Rosa nel 1898 in diretta risposta a Bernstein, è sotto questo profilo un testo magistrale che demolisce l’intero impianto teorico del revisionismo e ne sviscera impietosamente le implicazioni politiche e pratiche: innanzi tutto l’abbandono dell’indipendenza politica di classe a favore del “ministerialismo”. E non si trattava solamente di una risposta “teorica”. Luxemburg denunciò con vigore tutti i sintomi della cancrena che si avvicinava: dalle combinazioni governative tra socialdemocrazia tedesca e centro borghese cattolico in alcuni lander regionali sino al voto a favore da parte di settori parlamentari socialdemocratici a stanziamenti governativi per la spesa militare. Ed estese la battaglia al terreno internazionale: contrastando con due bellissimi articoli il cosiddetto “esperimento belga”, che nel 1902-03 aveva visto il sacrificio delle potenzialità di lotta indipendente del movimento operaio ad un “inammissibile” blocco politico, fosse pure transitorio, tra la socialdemocrazia belga e il liberalismo borghese in nome di una riforma (oltretutto contraddittoria) del sistema elettorale.

Fu proprio questa vigorosa battaglia contro le prime manifestazioni della deriva emergente, a rivelare agli occhi di Rosa la timidezza opportunistica del centro di Kautsky, il suo rifiuto di una battaglia vera, e quindi ad affrettare la sua rottura col kautskismo nel 1908 (con lo scritto Teoria e prassi).

La tendenza bolscevica della socialdemocrazia russa fu parte della battaglia della sinistra rivoluzionaria della II Internazionale. E’ vero: Lenin comprenderà più tardi di Rosa la natura politica del centrismo kautskiano (e quando la comprenderà la sua contrapposizione al centrismo kautskiano sarà semplicemente spietata). Ma la sua opposizione al revisionismo fu dall’inizio caratterizzata da un’argomentazione di principio intransigente che andava ben al di là dell’obiezione kautskiana. Valga per tutti l’articolo del 1908 dedicato interamente alla denuncia del fenomeno revisionista e alla difesa dell’indipendenza politica del proletariato internazionale: “L’esperienza delle alleanze, degli accordi e dei blocchi col liberalismo socialriformista in Occidente e col riformismo liberale (cadetti) nella rivoluzione russa ha dimostrato in modo convincente che questi accordi non fanno che annebbiare la coscienza delle masse, non accentuano  ma attenuano l’importanza effettiva della loro lotta, legando i combattenti agli elementi più inetti alla lotta, più instabili e inclini al tradimento. Il millerandismo francese, che è l’esperienza più notevole di applicazione della tattica politica revisionista su grande scala, su scala veramente nazionale, ha dato del revisionismo un giudizio pratico che il proletariato di tutto il mondo non dimenticherà mai…

“‘Il fine è nulla, il movimento è tutto’, queste parole alate di Bernstein esprimono meglio di lunghe dissertazioni l’essenza del revisionismo. Determinare la propria condotta caso per caso; adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l’evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali a un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista.” (Lenin, Marxismo e revisionismo, in Opere scelte, vol. II, p. 10).

E non fu un testo isolato. Basti pensare a quanto Lenin scriveva, ad esempio, già nel 1899: “Che cosa hanno introdotto di nuovo in questa teoria i chiassosi ‘innovatori’ che hanno al presente sollevato tanto rumore, raggruppandosi attorno al socialista tedesco Bernstein? Assolutamente nulla: non hanno fatto fare un solo passo avanti ala scienza che Marx ed Engels ci hanno raccomandato di sviluppare; non hanno insegnato al proletariato nessun nuovo metodo di lotta; non hanno che ritirarsi, prendendo a prestito frammenti di teorie arretrate e predicando al proletariato non la teoria della lotta, ma la teoria dell’arrendevolezza; dell’arrendevolezza nei confronti dei peggiori nemici del proletariato, dei governi e dei partiti borghesi...” (Lenin, Il nostro programma).

Detto di passata, la riscoperta di questi articoli di Lenin è già di per sé sufficiente a smentire radicalmente la tesi tanto diffusa di una natura esclusivamente “russa” del bolscevismo, di una sua estraniazione dalla storia del movimento operaio europeo. La verità è opposta: nonostante l’indubbia specificità delle condizioni russe, nonostante le specificità delle condizioni di vita della socialdemocrazia russa del primo Novecento, condannata ripetutamente alla clandestinità, Lenin e il bolscevismo trovarono naturale partecipare attivamente alla vita dell’Internazionale e, in essa, alla battaglia per il marxismo rivoluzionario e per l’indipendenza politica di classe. Socialdemocrazia e stalinismo, per ragioni diverse hanno cancellato “questo” Lenin internazionalista del primo Novecento. E’ bene che i marxisti rivoluzionari lo riportino oggi alla luce.

Il bolscevismo contro l’alleanza con la borghesia liberale

Ma è soprattutto nella vicenda russa che la battaglia leninista per l’autonomia del movimento operaio si dispiegò in tutta la sua ricchezza come asse centrale del bolscevismo.

Tanta parte della vulgata staliniana ha teso a “ricostruire” la storia del bolscevismo russo, come storia di una ricerca di blocco con la borghesia liberale in nome della necessità della “rivoluzione democratica”: una ricerca che poi sarebbe naufragata per il disimpegno della borghesia russa. Non era questo il senso – essi dicono – della vecchia parola d’ordine bolscevica della “dittatura democratica degli operai e dei contadini”?

Nulla è più lontano dalla verità.

La formula della “dittatura democratica” degli operai e dei contadini, varata da Lenin alla vigilia della rivoluzione del 1905, rivelava – è vero – un problema irrisolto (e non secondario) circa la dinamica della rivoluzione russa e, in essa, circa il rapporto tra misure democratiche e misure socialiste, quindi tra proletariato e masse contadine. Era, per così dire, una formula “algebrica”, non priva di rischi, che solo lo sviluppo della rivoluzione del ’17 e la battaglia di Lenin avrebbero tradotto – come vedremo –  in termini conseguentemente rivoluzionari.

Ma equivocare tra tale questione e il rapporto del bolscevismo con la borghesia liberale è una colossale mistificazione. Al di là delle sue contraddizioni irrisolte la formula della “dittatura democratica degli operai e dei contadini” non solo escludeva nel modo più netto ogni blocco politico con la borghesia liberale russa ma si basava esattamente sulla rivendicazione della rottura più radicale con quella borghesia .

In definitiva, tutta la concezione leninista della rivoluzione russa, e tutta la battaglia del bolscevismo contro il menscevismo – dal 1903-05 sino all’ottobre del ’17 – ruotano attorno a questo nodo strategico cruciale: la lotta per l’indipendenza del proletariato russo dal liberalismo borghese “progressista”.

La concezione menscevica della rivoluzione russa, in incubazione dal 1902-03 ma sviluppatasi compiutamente alla vigilia del 1905, si basava su un assunto molto chiaro: la prossima rivoluzione russa sarà “una rivoluzione borghese” in virtù dell’arretratezza della Russia feudale e zarista, quindi il compito della socialdemocrazia sarà quello di rispettare questa naturale tappa storica, rispettando l’egemonia borghese sulla rivoluzione, ed anzi incoraggiandola attivamente: perché solo se la borghesia si deciderà a prendere la testa della “sua” rivoluzione, superando incertezze e tentennamenti, si potrà avviare una vera modernizzazione capitalistica e occidentale della Russia, con il suo parlamento e le sue istituzioni liberali; e solo quando questo accadrà potrà iniziare la lotta della socialdemocrazia per il socialismo, che è tappa storica successiva. Questa concezione generale – che interpretava il materialismo storico in termini “positivisti”, secondo una visione sempre più dilagante nella II Internazionale – finiva con il teorizzare di fatto una politica di blocco con la borghesia nella “rivoluzione democratica”: quindi una sospensione della lotta contro la borghesia nel quadro di tale rivoluzione.

Ebbene: il bolscevismo si sviluppò contro questa concezione e questa politica. A partire da una concezione per molti aspetti opposta della rivoluzione russa e della sua prospettiva. Lenin riconosceva il carattere democratico dei compiti immediati della rivoluzione (riforma agraria e assemblea costituente). Ma non per questo riconosceva un ruolo egemone della borghesia nella rivoluzione. Al contrario. Lenin analizzava meticolosamente i mille intrecci tra zarismo e liberalismo russo, tra borghesia industriale e proprietà fondiaria, tra borghesia russa e capitale internazionale. Perciò stesso comprendeva che la borghesia russa non solo non si sarebbe posta alla testa di una “rivoluzione democratica” ma temeva la rivoluzione popolare più di ogni altra cosa: il suo obbiettivo massimo era il superamento dell’autocrazia zarista in direzione di una monarchia costituzionale, ma proprio per disinnescare la miccia di una possibile esplosione rivoluzionaria antizarista. Del resto: lo stesso liberalismo borghese nella rivoluzione francese del 1789 o nella rivoluzione inglese della metà del Seicento, o nel risorgimento nazionale italiano, non si era forse sistematicamente contrapposto alla trascrescenza popolare della rivoluzione per non mettere a rischio il proprio ruolo sociale? Il giacobinismo francese, gli indipendenti di Cromwell, il mazzinianesimo italiano, le tendenze piccolo borghesi radicali delle rivoluzioni borghesi: non si erano forse scontrate, persino al di là delle loro intenzioni iniziali, con il carattere controrivoluzionario della borghesia liberale? E se ciò era accaduto persino in epoche storiche non ancora segnate prevalentemente dalla contraddizione di classe tra capitale e lavoro e dello sviluppo del movimento operaio, quale ruolo “rivoluzionario” avrebbe mai potuto esercitare la borghesia russa a fronte di una classe operaia in rapida espansione e in un contesto internazionale segnato dall’ascesa sociale e politica del movimento operaio? La conclusione di Lenin era inequivoca: “La borghesia russa è e sarà controrivoluzionaria sullo stesso terreno democratico”.

Il suo modello di riferimento – diceva Lenin – sarà la “via prussiana”: un compromesso politico con lo zarismo attorno a un progetto di modernizzazione autoritaria, controllata, dall’alto, senza la partecipazione popolare e contro le rivendicazioni operaie e contadine. Per questo un’autentica rivoluzione democratica capace di realizzare in modo conseguente una radicale riforma agraria e di conquistare l’assemblea costituente potrà essere realizzata solamente dagli operai e dai contadini russi contro la borghesia russa. La formula della “dittatura democratica operaia e contadina” rifletterà precisamente questa prospettiva di rottura col liberalismo russo in aperta contrapposizione al menscevismo.

Aggiungo che la stessa concezione leninista del partito in contrapposizione alla concezione menscevica – quale fu codificata nel II congresso del Posdr – aveva una precisa connessione con le diverse concezioni delle due tendenze circa la prospettiva della rivoluzione russa e il rapporto con la borghesia: il menscevismo ricavava dall’“inevitabile” egemonia borghese sulla rivoluzione democratica una funzione sussidiaria della socialdemocrazia russa che doveva limitarsi a rappresentare le rivendicazioni economiche degli operai lasciando “la politica” alla borghesia. Da qui anche la famosa rivendicazione avanzata da Martov di un “partito largo” cui potesse appartenere “ogni scioperante”. Il bolscevismo ricavava dalla necessaria egemonia operaia e contadina sulla rivoluzione, in contrapposizione alla borghesia, la necessità di un partito d’avanguardia di militanti e di quadri radicato nella classe e tra le masse, capace di esercitare un ruolo rivoluzionario indipendente ed egemone.

Infine la diversa concezione della rivoluzione russa in ordine al rapporto con la borghesia coinvolge l’intero confronto tra bolscevismo e menscevismo attorno alla tattica elettorale. Il menscevismo rivendicava tradizionalmente (e praticava) le alleanza politico-elettorali con il liberalismo russo, ciò che nei fatti significava l’adattamento del menscevismo alla piattaforma liberale. Il bolscevismo si oppose ai blocchi elettorali con i liberali rivendicando l’autonoma presenza della socialdemocrazia russa alle elezioni (e ammettendo invece la possibilità di accordi elettorali tecnici nelle cosiddette elezioni di secondo livello, riservate ai soli “grandi elettori”).

La politica leninista nella rivoluzione russa: l’opposizione di principio ai governi borghesi

Ma fu il 1917 la cartina di tornasole decisiva della politica del bolscevismo.

A seguito della rivoluzione di febbraio, che aveva rovesciato lo zarismo sotto l’onda d’urto di una gigantesca sollevazione popolare, i dirigenti menscevichi e socialrivoluzionari – largamente maggioritari nei soviet – si predisposero a sostenere il governo borghese provvisorio, dominato dal partito borghese dei cadetti e dal partito degli ottobristi. E a partire dal maggio ’17 entrarono direttamente in un governo di coalizione con la borghesia. Non era forse “borghese” la rivoluzione russa? Non erano forse “democratiche” le rivendicazioni centrali della rivoluzione di febbraio? Occorreva consolidare la tappa democratica della rivoluzione e “l’unità democratica” con la borghesia, evitando di spaventarla con rivendicazioni socialiste “storicamente immature”. Questa era la politica del menscevismo.

La posizione di Lenin fu esattamente opposta. In aperto contrasto con la stessa posizione contraddittoria e incerta di una parte del gruppo dirigente bolscevico, Lenin sviluppò una battaglia decisiva per affermare controcorrente l’opposizione di classe del proletariato russo nei confronti del nuovo governo borghese. E’ vero, affermava Lenin, le rivendicazioni di febbraio erano di carattere democratico. Ma il governo borghese scaturito da febbraio e sostenuto dal menscevismo si opponeva – non a caso – alla loro realizzazione: negava la terra ai contadini, rifiutava di convocare l’assemblea costituente, continuava la guerra imperialista in totale contrapposizione alla rivendicazione della “pace”. Il problema non era premere sul governo borghese perché rispondesse alle richieste di massa. Il problema era di spiegare alle masse, sulla base della loro stessa esperienza, che nessun governo della borghesia e di coalizione con la borghesia poteva soddisfare le rivendicazioni democratiche elementari. E che solo rompendo con la borghesia e concentrando nelle proprie mani, cioè nei soviet, tutto il potere era possibile realizzare le rivendicazioni di febbraio.

Questa soluzione, a sua volta, avrebbe intrecciato inevitabilmente il completamento della rivoluzione democratica con la rivoluzione socialista, e la rivoluzione socialista russa con lo sviluppo della rivoluzione socialista internazionale. Nelle Tesi di aprile, Lenin sviluppa così sino in fondo quel principio di indipendenza dalla borghesia che già la formula della “dittatura democratica degli operai e dei contadini” conteneva; ma lo sviluppa contro le ambiguità di quella formula e in opposizione a chi si aggrappava ad essa per difendere una politica di sostegno, seppure “critico”, verso il governo borghese provvisorio. La vittoria di Lenin nella battaglia interna al bolscevismo su questo punto cruciale fu determinante per la stessa sorte della rivoluzione russa.

Questa politica di indipendenza di classe fu peraltro difesa e affermata da Lenin in un altro passaggio decisivo del processo rivoluzionario del 1917: il passaggio dell’agosto. E’ un vero passaggio di scuola per la politica rivoluzionaria. Nell’agosto ’17 il governo borghese di Kerensky, che un mese prima aveva colpito e represso il partito bolscevico schiacciandolo nella clandestinità, fu apertamente attaccato e insidiato da destra, per opera di una controrivoluzione militare guidata da un generale zarista (Kornilov). Non si doveva dunque dismettere, fosse pure temporaneamente, l’opposizione di classe al governo Kerensky, e passare al sostegno politico del governo democratico contro la reazione zarista? Non era questa la condizione stessa della difesa della rivoluzione di febbraio dal tremendo pericolo della controrivoluzione militare?

La pressione sul bolscevismo fu fortissima e aprì brecce in settori dirigenti del partito. Ma Lenin mostrò un’intransigenza inflessibile. Certo, si doveva combattere attivamente e in prima fila la reazione controrivoluzionaria con la più ampia rivendicazione dell’unità di lotta di tutte le forze operaie e popolari. Ma questo non significava affatto sostenere politicamente Kerensky. Al contrario, occorreva dire la verità alle masse, nel momento stesso dell’unità d’azione: proprio la politica di Kerensky aveva aperto le porte a Kornilov, proprio la negazione delle rivendicazioni di febbraio e la repressione antioperaia e antibolscevica aveva allargato il margine di manovra della controrivoluzione. Dunque la lotta per la terra, per l’armamento del popolo, per l’assemblea costituente era più che mai attuale proprio per indebolire le basi sociali della controrivoluzione, approfondire le sue contraddizioni e sconfiggerla: ciò che implicava esattamente la continuità dell’opposizione politica al governo, non la sua rimozione: “anche adesso non dobbiamo sostenere il governo Kerenski. Verremmo meno ai nostri principi. Come, ci si domanderà, non si deve dunque combattere Kornilov? Certamente bisogna combatterlo. Ma non è la stessa cosa. Vi è un limite tra le due posizioni, e questo limite alcuni bolscevichi lo sorpassano, cedendo al ‘conciliatorismo’, lasciandosi trascinare dal corso degli eventi.

Noi facciamo e faremo la guerra a Kornilov come le truppe di Kerenski, ma non sosteniamo Kerenski, anzi smascheriamo la sua debolezza. Qui sta la differenza. E’ una differenza abbastanza sottile ma essenziale e che non si può dimenticare.” (Lenin, Al comitato centrale del Posdr, pp. 273-74).

Questa posizione di principio che riaffermava l’opposizione comunista al governo di “centrosinistra” non ostacolò la battaglia contro la reazione monarchica che finì sconfitta, col concorso degli stessi bolscevichi. In compenso creò le migliori condizioni perché un mese dopo il bolscevismo apparisse l’unico possibile riferimento alternativo per l’avanguardia di massa degli operai, dei contadini, dei soldati a fronte del fallimento del governo di coalizione. Era la premessa decisiva dell’Ottobre.

E’ appena il caso di osservare che la rivoluzione d’Ottobre si realizzò rovesciando un governo di centrosinistra, frutto di una rivoluzione democratica e sostenuto dai vecchi partiti di sinistra: è bene ricordarlo ai tanti teorizzatori  di un Lenin precursore dei “fronti democratici” e dei “governi progressisti”.

La lezione della rivoluzione russa circa la necessaria indipendenza politica dei comunisti fu estesa da Lenin alla III Internazionale comunista. Le fondamenta programmatiche dell’Internazionale, già al primo congresso del 1919, furono al riguardo inequivocabili: il rifiuto di ogni coalizione con la borghesia, di ogni sostegno, diretto o indiretto, ai governi borghesi fu assunto dall’intero movimento comunista internazionale delle origini come discriminante di fondo nei confronti del riformismo e del centrismo. Peraltro, proprio il rifiuto di ogni sostegno ai “propri” governi di guerra e la rivendicazione del disfattismo rivoluzionario aveva rappresentato il terreno della rottura definitiva col socialsciovinismo riformista della II Internazionale e della costituzione della III Internazionale. Successivamente in occasione del secondo congresso dell’Internazionale, il rifiuto di ogni forma di coalizione o sostegno ai governi della borghesia, anche dei più “democratici”, rientrò tra le 21 condizioni formalmente poste per l’adesione all’Internazionale: e quindi rappresentò in quel contesto uno dei terreni di demarcazione di principio da ogni forma di centrismo conciliatore.

La stessa critica dell’“estremismo, malattia infantile del comunismo” (su cui tornerò) – contrariamente al diffuso luogo comune seminato ad arte dallo stalinismo – non “ammorbidì”  affatto l’intransigente opposizione ad ogni governo borghese. Al contrario, proprio nell’Estremismo è possibile cogliere, di passata, l’ampia argomentazione di Lenin in replica ai comunisti inglesi su come meglio prepararsi a rovesciare un possibile futuro governo laburista, “governo di furfanti e          della borghesia”, entro la più totale indisponibilità a qualsiasi attenuazione della critica dei comunisti nei loro confronti. Così come nel quadro della difesa della politica seguita dalla sezione tedesca (criticata invece dalla sinistra interna) Lenin non mancò di rigettare l’argomento “teoricamente e politicamente sbagliato” secondo cui sarebbe stato possibile entro la democrazia borghese, un governo di sinistra al di sopra delle classi quale passo transitorio verso la dittatura del proletariato: no, diceva Lenin, entro la repubblica borghese ogni governo, quale che sia la sua composizione politica, altro non sarebbe di fatto che un governo della classe borghese per il quale i comunisti non possono portare alcuna responsabilità. E proprio la denuncia di ogni governo come comitato d’affari della borghesia “anche nella repubblica più democratica” è al centro dell’elaborazione leninista di Stato e rivoluzione, del Rinnegato Kautsky e di centinaia di articoli.

Infine il principio della rottura con la borghesia e il rifiuto di ogni forma di governismo borghese fu riaffermato in relazione al contesto dei paesi coloniali e semicoloniali: dove il Congresso internazionale dei popoli oppressi di Baku (1920) e le Tesi dell’Internazionale sulla questione coloniale distinguevano nettamente la possibile convergenza dei comunisti con movimenti nazionali di liberazione “radicali e rivoluzionari” a guida piccolo borghese (vedi la proposta dei fronti unici antimperialisti) dall’aperto respingimento di ogni blocco con le forze della borghesia nazionale indigena, agenzia dell’imperialismo presso il popolo oppresso.

Su ogni terreno e da ogni versante l’antigovernismo bolscevico rappresentò il recupero più coerente della tradizione rivoluzionaria di Marx  e di Engels. Solo la malafede o l’ignoranza possono negare o nascondere questa verità.

La conquista della maggioranza della classe: la lotta di Lenin contro l’estremismo

E tuttavia una lettura del bolscevismo semplicemente e solo come “difesa dell’autonomia di classe” e intransigenza dei principi, pur cogliendo un elemento essenziale di verità, finirebbe anch’essa per darne un’immagine semplificata e poco formativa della politica di Lenin. Magari un’immagine cara al bordighismo e a qualche setta ultrasinistra, ma semplicemente non vera, non corrispondente alla realtà.

Per Lenin la difesa ostinata e prioritaria del principio dell’autonomia di classe e del rifiuto di ogni coalizione con la borghesia non fu mai un fine a sé, una semplice linea di confine, un puro atto di autodemarcazione. Fu sempre in funzione della prospettiva rivoluzionaria reale. Quindi fu sempre connessa e dialettizzata alla politica di conquista della maggioranza delle masse politicamente attive, che è condizione decisiva per la conquista proletaria del potere. E, a sua volta, l’azione di conquista della maggioranza è la politica tesa a strapparla all’influenza di quei partiti e direzioni (riformiste, centriste, nazionaliste borghesi o piccolo borghesi) che controllano le masse in funzione della democrazia borghese e/o imperialista: è la lotta per un’altra direzione, un’altra egemonia nella/della lotta di massa.

Questo è un punto davvero essenziale della politica di Lenin. Una lunga tradizione, particolarmente forte nel filone togliattiano dello stalinismo, ma soprattutto nella “nuova” sinistra italiana ha teso spesso a contrapporre Gramsci e Lenin nella questione strategica dell’egemonia. Secondo questa lettura, Lenin avrebbe incarnato in buona sostanza una tradizione rivoluzionaria operaista-economicista in qualche modo espressione dell’arretratezza russa, del carattere semplificato di quella società civile e della particolare debolezza di quello Stato (il tutto secondo un inquadramento esclusivamente “russo” del fenomeno bolscevico). Viceversa Gramsci avrebbe incrnato un marxismo creativo, vitale, occidentale, espressione della maggiore complessità della società civile europea e quindi capace di superare la vecchia rozzezza dell’operaismo e dell’economicismo russo in direzione del concetto dell’egemonia.

Questa rappresentazione è falsa da cima a fondo.

Da un lato deforma il pensiero e la politica di Gramsci per avallarne un inesistente antileninismo (tema che non rientra nell’economia di questo scritto). Dall’altro ignora soprattutto un aspetto essenziale dell’intera politica di Lenin: che è per l’appunto la battaglia per l’egemonia.

La battaglia per l’egemonia – nel pensiero e nella politica di Lenin – si pone a due livelli distinti e intrecciati: la battaglia per l’egemonia nella classe e la battaglia per l’egemonia della classe sull’insieme delle masse oppresse e sfruttate, sul blocco sociale dell’alternativa rivoluzionaria.

Sul primo terreno Lenin sviluppò una polemica costante contro le posizioni, generalmente estremiste (e spesso settarie) che si attestavano sulla pura e semplice petizione comunista e rivoluzionaria di tipo identitario senza curarsi della conquista delle masse.

Queste posizioni, apparentemente radicali, hanno, secondo Lenin, un risvolto teorico e pratico disastroso. Sul piano teorico contraddicono l’essenza stessa del marxismo come “guida per l’azione” rivoluzionaria, ostile per definizione alla semplice passività propagandistica. Sul piano politico sanciscano la rinuncia alla costruzione di una direzione di massa alternativa e quindi favoriscono la tenuta del controllo burocratico riformista (o centrista) nelle masse stesse. Il bolscevismo si è quindi costruito e affermato contro queste posizioni sul piano nazionale e internazionale. E nel corso di tutta la sua storia.

E’ relativamente nota la polemica di Lenin contro il rifiuto di lavorare nei sindacati di massa e contro il rifiuto alla partecipazione ai parlamenti borghesi. Meno nota è la natura dell’argomentazione di Lenin e il fatto che quella battaglia sia stata sviluppata nello stesso contesto russo e ben prima della precipitazione rivoluzionaria del ’17.

Dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, e in particolare negli anni 1908-1910, Lenin fu impegnato nelle fila stesse del bolscevismo in uno scontro politico durissimo contro le tendenze dell’“otzovismo” e dell’“ultimatismo”. Queste tendenze rispondevano alla sconfitta della rivoluzione e alla diffusa demoralizzazione con una radicalizzazione formalistica delle posizioni: “Che senso ha lavorare in sindacati in larga misura controllati da Zubatov e dalla polizia zarista? Che senso ha partecipare ad elezioni truccate, entro regole elettorali vessatorie e umilianti per la socialdemocrazia russa? Che senso ha puntare a partecipare a una Duma reazionaria, puntello dello zarismo, frutto della sconfitta della rivoluzione?”

La proposta era semplice: uscita dai sindacati e boicottaggio della Duma. Una proposta che faceva proseliti nel bolscevismo perché appariva pura, intransigente, frontalmente contrapposta a quel liquidazionismo menscevico che puntava alla legalizzazione della socialdemocrazia entro una sorta di costituzionalizzazione dello zarismo. La polemica di Lenin fu durissima contro tali posizioni. E non, come potrebbe intendersi, da un versante per così dire “moderato”, di chi si preoccupa semplicemente di “salvaguardare” la presenza “istituzionale” del partito. Ma dal versante della prospettiva rivoluzionaria. Proprio perché la rivoluzione è stata temporaneamente sconfitta, proprio perché il movimento di massa è ripiegato, proprio perché i rivoluzionari sono più deboli e isolati tra le masse, proprio per questo il problema decisivo per i rivoluzionari non è quello di “arrendersi” al proprio isolamento, costruendovi sopra una razionalizzazione teorica e una retorica formalistica ma, all’opposto, è quello di rimontare la china utilizzando tutti i possibili canali di rapporto con le masse, anche i più distorti e deformi, anche quelli offerti dall’odiato zarismo: perché solo così è possibile utilizzare a pieno ogni spazio per sviluppare controcorrente la coscienza dei lavoratori e della masse, contrastare la sfiducia dilagante, inserirsi in ogni contraddizione e fermento di ripresa, contrastare la presa del menscevismo liquidatore e opportunistico. Tutte condizioni decisive per favorire il rilancio rivoluzionario e, in esso, l’egemonia della socialdemocrazia rivoluzionaria.

E’ utile ricordare che proprio il dispiegamento di questa politica permise ai bolscevichi di conquistare alla lunga posizioni egemoni in importanti sindacati nel momento della ripresa delle lotte (1912-14) e anche di guadagnare una presenza modesta ma preziosa nella Duma, che si rivelerà efficacissima nell’agitazione disfattista contro la guerra. Non a caso nella polemica dell’Estremismo, dieci anni dopo, Lenin richiama questa esperienza del bolscevismo e la sua attualità tanto più nel contesto europeo occidentale. Perché tanto più in un contesto segnato, a differenza che in Russia, da una tradizione storica della democrazia borghese parlamentare, dalla presenza di forti e radicati sindacati di massa, sarebbe del tutto assurdo, dal punto di vista della politica rivoluzionaria, voltare le spalle “per principio” a questi ambiti di intervento. Tanto più in Occidente, quello sarebbe il più grande regalo alla democrazia borghese, alle burocrazie dirigenti dei sindacati, all’opportunismo riformista e centrista.

Larga parte della polemica contro l’estremismo nel 1920 si appoggia proprio sull’argomento della maggiore complessità della rivoluzione in Occidente rispetto alla vecchia Russa: e basterebbe questo riferimento semplice per smentire tutta la vulgata ricorrente sulla cosiddetta “angustia nazionale” del bolscevismo russo.

Ma l’opportunismo parlamentare e sindacale, così diffuso in Occidente, non mostra forse il carattere corruttivo del parlamento e dei sindacati verso le forme del movimento operaio? Non è questa una buona ragione per tenersi fuori da quelle sedi?” Così argomentava con sfumature interne diverse, il grosso dell’estremismo antileninista. Ma la risposta di Lenin (e di Trotsky) demistificava nel metodo l’equivoco di fondo di quella obiezione.

Certo: il parlamentarismo borghese esercita una posizione corruttrice. Così come l’ambiente della burocrazia sindacale. Più in generale tutta la politica rivoluzionaria e tutti i rivoluzionari, quale che sia il loro ambito d’intervento, sono esposti alla pressione quotidiana della società borghese, delle sue istituzioni, delle sue agenzie nel movimento operaio. Ma pensare di ovviare a questo rischio, sottraendosi alla politica di massa, significava semplicemente rinunciare alla rivoluzione.

Ben altra doveva essere la risposta: quella di costruire un partito capace di ricondurre il carattere multiforme della propria politica di massa in ogni sede del suo esercizio, ai principi della rivoluzione, alla tensione verso il fine. Capace di subordinare il lavoro parlamentare alla prospettiva di rovesciamento del parlamento borghese, contro ogni adattamento alle sue regole del gioco. Capace di subordinare il lavoro sindacale alle prospettive della conquista proletaria del potere, contro ogni logica di puro “sindacalismo” di sinistra. La risposta di Trotsky a Gorter, dai banchi della III Internazionale resta da questo punto di vista esemplare. E mostra una volta di più che per il bolscevismo non esisteva alcuna questione tattica separata a sé stante (la “questione parlamentare”, la “questione sindacale”) ma diverse articolazioni tattiche di un’unica politica per la conquista del potere. E che, a sua volta, proprio l’unicità e il rigore della politica rivoluzionaria poteva governare la molteplicità della tattica evitando la deriva dell’opportunismo.

La tattica rivoluzionaria del fronte unico e del governo operaio

La tattica del fronte unico e del governo operaio rispondeva da un altro versante alla medesima questione: la conquista delle masse per il potere. Anche in questo caso, contro le resistenze dell’estremismo e partendo dall’esperienza viva della rivoluzione russa.

Di cosa si trattava? Si trattava intanto di un’elaborazione tattica che poggiava sull’analisi marxista della realtà obiettiva e sulle necessità obiettive della lotta di classe: quelle della più ampia unità di lotta dei lavoratori contro le classi dominanti. E al tempo stesso della stretta relazione, nella dinamica della lotta, tra gli obiettivi immediati della mobilitazione di classe e la necessità di rompere con il capitalismo in crisi. “Uniamoci nella lotta comune attorno ad una piattaforma indipendente che risponda alle comuni esigenze della nostra classe. Uniamoci nella comune rottura con la borghesia, dentro una lotta comune per il potere dei lavoratori. Perché nessuna delle rivendicazioni elementari della nostra classe è compatibile con questa società: e ognuna di esse richiede una rottura anticapitalistica.”

Questo approccio, rivolto innanzitutto e sempre alle grandi masse, era traducibile in un’impegnativa articolazione tattica. Quella della sfida alle direzioni maggioritarie del movimento operaio, riformiste e/o centriste, perché rompessero con la borghesia, realizzando con i comunisti l’unità d’azione contro di essa sulla base di una piattaforma di classe. Perché questa articolazione tattica? Perché era quella più funzionale a smascherare e a compromettere le vecchie direzioni agli occhi dei settori più avanzati e combattivi della loro base proletaria e così di allargare presso quella base, l’influenza alternativa dei comunisti. Non a caso il terzo congresso dell’Internazionale che varò la tattica del fronte unico indicò la conquista delle masse (“alle masse!”) come motivo ispiratore della politica dei partiti comunisti.

Questa innovazione tattica – tanto più suggerita nel ’22 dalle difficoltà della rivoluzione europea, dalla possibile stabilizzazione capitalistica, dalla permanente influenza di massa della socialdemocrazia e del centrismo – incontrò la forte resistenza del bordighismo italiano, del Kapd tedesco, del tribunismo olandese. Una resistenza diversamente motivata: nel caso del borghismo da una visione essenzialmente passiva e propagandistica della politica rivoluzionaria; nel caso del Kapd e del tribunismo da una concezione della politica rivoluzionaria come offensiva lineare e permanente.

Ma, pur partendo da angolazioni diverse, gli argomenti finivano spesso col convergere. “Che senso ha aver fatto la scissione e aver creato i partiti comunisti se poi si ripropone l’unità d’azione con l’opportunismo? Perché si deve ripiegare su tatticismi da politicanti quando i comunisti sono gli unici a vantare la nettezza e purezza di una lotta anticapitalistica per il potere? Come si può proporre l’unità d’azione a partiti che hanno tradito il proletariato e votato i crediti di guerra?” Tali obiezioni rivelavano in realtà, dentro l’involucro di un’intransigenza formale, un’incomprensione profonda della politica rivoluzionaria e della sua complessità, sostituendola con l’altisonanza della frase o con la retorica del sentimento. Il problema – replicarono insieme Lenin e Trotsky – non è semplicemente riaffermare la propria fede nel comunismo e nella rivoluzione: il problema è conquistare le masse alla rivoluzione. Il problema non è semplicemente la denuncia del tradimento delle direzioni riformiste e centriste: ma distruggere la loro influenza sulle masse  quindi sottrarre la masse alla loro influenza. Non sta qui il senso stesso della “tattica”?

Ancora una volta fu proprio l’esperienza del bolscevismo ad essere indicata come prezioso laboratorio ed esempio. Nel luglio del ’17 i dirigenti socialrivoluzionari e menscevichi, che partecipavano ad un governo borghese e di guerra, avevano represso frontalmente l’avanguardia del proletariato russo e il partito bolscevico. Ma ciò non aveva impedito ai bolscevichi un mese dopo, di fronte alla  minaccia controrivoluzionaria di Kornilov, di rilanciare la proposta sfida agli altri partiti operai e contadini perché realizzassero con i bolscevichi l’unità d’azione contro la reazione, naturalmente nel quadro della propria perdurante opposizione al governo borghese. Anche così i bolscevichi uscirono dall’isolamento, avvicinarono la base dei partiti riformisti, allargarono la propria influenza rivoluzionaria. Del resto: la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” aveva rappresentato la parola d’ordine centrale della politica bolscevica nel ’17. Ma poiché socialrivoluzionari e menscevichi detenevano la maggioranza nei soviet sino al settembre, quella parola d’ordine aveva un solo significato: chiedere pubblicamente a socialrivoluzionari e menscevichi di rompere con il  centro liberale cadetto e di prendere il potere attraverso i soviet e sulla base dei soviet.

Non era stata proprio questa tattica politica sistematica, incalzante, ad aver logorato la credibilità delle direzioni riformiste agli occhi della loro base di massa? Ad avere dimostrato alle masse non attraverso la sola denuncia, ma attraverso la loro esperienza pratica, che le loro direzioni preferivano perpetuare la coalizione col centro liberale cadetto in opposizione alle rivendicazioni di febbraio, piuttosto che unirsi ai bolscevichi per realizzare quelle rivendicazioni rompendo con la borghesia? E a chi obbiettava che quella tattica poteva andar bene in Russia ma non nella moderna Europa, Lenin e Trotsky replicarono che proprio il radicamento infinitamente più saldo e sperimentato del riformismo occidentale rispetto al riformismo russo chiariva che tanto più in Occidente il problema della conquista delle masse non poteva essere affrontato semplicemente con la denuncia o con la propaganda; ma richiedeva la complessità della manovra e della tattica e, quindi, l’assimilazione profonda dell’esperienza vittoriosa del bolscevismo russo. Ancora una volta proprio la maggiore complessità della rivoluzione in Occidente veniva invocata contro la semplificazione dell’estremismo.

L’egemonia proletaria sulle masse oppresse: l’antieconomicismo di Lenin

Ma la concezione dell’egemonia, in Lenin non riguardava unicamente l’aspetto – pur essenziale – della “conquista della maggioranza” del proletariato. Riguardava anche lo sviluppo dell’egemonia del proletariato sul più ampio blocco sociale della rivoluzione. Solo conquistando a un programma anticapitalistico l’insieme della masse oppresse il proletariato poteva veramente candidarsi al potere: questo era un punto centrale della politica di Lenin, contro ogni forma di grettezza operaistica ed economicistica. Il fatto che Lenin sia stato rappresentato lungamente come economicista ed operaista dimostra solamente la potenza geometrica dell’incontro tra l’ignoranza e la mistificazione.

Proprio il Che fare? – solitamente indicato come la massima espressione del ristretto operaismo leninista – è in realtà la più ampia argomentazione leniniana nella necessità di superare ogni economicismo operaistico. Alle posizioni dell’economismo – incubatore del menscevismo – che sosteneva la necessità che la socialdemocrazia si limitasse alla lotta economica, il Che fare? opponeva tutta la necessaria ampiezza della politica rivoluzionaria del proletariato. Che per essere tale doveva allargare lo sguardo all’insieme alle masse oppresse, rivolgersi ai contadini oppressi dall’aristocrazia fondiaria, alle minoranze nazionali schiacciate dallo zarismo grande russo, alla gioventù studentesca e alle forze intellettuali private dei più elementari diritti di libertà; e ricondurre l’insieme delle oppressioni e delle contraddizioni che investivano la società russa alla necessità del rovesciamento rivoluzionario dello zarismo e della conquista del potere da parte degli operai e dei contadini. Solo una classe operaia capace di elevarsi al di sopra della propria spontanea coscienza tradunionistica avrebbe potuto ricomporre attorno a sé l’intero blocco delle masse oppresse e guadagnare la testa della rivoluzione russa. Viceversa una classe che si fosse limitata all’angusto economicismo avrebbe affidato alla borghesia liberale l’egemonia della rivoluzione e dei suoi sbocchi, a tutto danno non solo del proletariato ma dell’insieme delle masse oppresse. Da qui la funzione decisiva della socialdemocrazia rivoluzionaria, e dell’avanguardia proletaria in essa raccolta, per sviluppare la coscienza del proletariato russo  sul terreno della rivoluzione e, con essa, la sua egemonia alternativa.

Peraltro, tutta la politica del bolscevismo russo per quasi vent’anni è stata la testimonianza vivente di questa ispirazione politica antieconomistica ed “egemonistica”. La stessa formula della dittatura democratica degli operai e dei contadini – al di là della sua algebricità – non era forse la misura della centralità del rapporto tra proletariato urbano e masse contadine? Conquistare al proletariato della città i contadini salariati, sottrarre la maggioranza contadina piccolo proprietaria e non sfruttatrice all’egemonia della borghesia liberale: questo era per Lenin il compito strategico centrale della politica bolscevica in Russia. L’egemonia proletaria sulle masse rurali e la rottura con la borghesia erano dunque le due facce della medesima politica, entrambe contrapposte al menscevismo.

Questa politica dell’egemonia proletaria sul blocco sociale alternativo non si limitò al contesto russo ma si estese alla politica internazionale del bolscevismo.

Nell’Occidente avanzato dell’Europa capitalista la III Internazionale contrastò ogni deriva o suggestione operaistico-sindacalista. La polemica leninista con l’anarco-sindacalismo internazionale nei primi anni venti aveva esattamente questo segno. Ma benché poco conosciuta, questa battaglia politica di Lenin e di Trotsky passò anche attraverso le fila della stessa III Internazionale, talora intrecciandosi con la battaglia contro l’estremismo. Il tribunismo olandese e il kapdismo, in particolare (e in una certa misura anche il bordighismo) polemizzarono pubblicamente con la concezione bolscevica della rivoluzione in Occidente rimproverandole una visione eccessivamente estesa del blocco sociale rivoluzionario. “In Russia eravate costretti a un blocco sociale con i contadini data l’arretratezza di quella società. Ma nell’Europa capitalistica la rivoluzione deve essere esclusivamente operaia. Perché tutto il resto della società, inclusa la piccola borghesia impiegatizia, la piccola borghesia commerciale urbana, la piccola borghesia rurale, è organicamente legata al capitale. Rivolgersi a questi strati significa compromettere la rivoluzione”.

Gorter in particolare si era distinto per questa polemica nella sede del terzo congresso dell’Internazionale comunista. E proprio a Gorter giunse la replica di Trotsky, a nome della maggioranza leninista dell’Internazionale. Una replica teorica e politica. La replica teorica contestava a Gorter l’operaismo gretto dell’antico Lassalle, il quale aveva affermato che al di fuori del proletariato il resto della società rappresentava “un’unica massa reazionaria”; già Marx aveva polemizzato contro questa concezione, nella sua Critica del programma di Gotha. E questa critica restava attuale, non solo relativamente ai paesi coloniali e semicoloniali, ma anche nel contesto del capitalismo  dell’Europa occidentale. Tanto più in una società capitalistica strutturata e complessa segnata da un dominio plurisecolare della borghesia, il proletariato non potrà realizzare la rivoluzione se non saprà intervenire in tutte le contraddizioni: sottraendo all’influenza della borghesia capitalistica settori inferiori di classe media, neutralizzandone altri, intercettando fasce di piccola borghesia impoverita dalla crisi del capitale, sia nella città sia nelle campagne.

Naturalmente questa posizione non aveva nulla a che spartire con quella che sarà togliattianemente la cosiddetta “politica delle alleanze” condotta dallo stalinismo. Che cercava, come nell’esperienza del Pci, di legarsi a interessi medioborghesi privilegiati (vedi il “ceto medio” emiliano) per subordinare ad essi il proletariato e negoziare meglio la collaborazione di classe con la grande borghesia. All’opposto: la politica dell’egemonia proletaria sugli stati inferiori della classe media per Lenin e per Trotsky era parte integrante della politica di rottura con la borghesia e di costruzione delle condizioni di successo della rivoluzione. Era un caso che proprio Lenin nel 1915, nell’indicare i requisiti di una situazione rivoluzionaria, citasse tra questi lo spostamento a sinistra delle classi medie?

In realtà Lenin dimostrava una volta di più una visione complessa della dinamica rivoluzionaria e della linea di frattura di una rivoluzione proletaria: che non era riducibile semplicemente alla linea divisoria, economicamente intesa, tra capitale e lavoro, ma al processo vivo della lotta di classe, alla costruzione e scomposizione dei blocchi sociali, all’intreccio tra fattori sociali e avvenimenti politici, alla lotta multiforme tra le classi fondamentali sul terreno dell’egemonia sociale politica, culturale.

Peraltro, proprio la storia europea del Novecento – col fenomeno del fascismo e del nazismo – avrebbe dimostrato, seppur a negativo, il peso della piccola borghesia negli equilibri della lotta di classe nell’Occidente avanzato smentendo ogni economicismo semplificatorio e confermando la necessità di una politica rivoluzionaria capace della più ampia egemonia di classe.

Socialismo e liberazione nazionale: la complessità della rivoluzione socialista

Infine, il concetto di egemonia del proletariato sull’insieme delle masse oppresse trovò in Lenin una espressione di carattere mondiale. Uno degli sviluppi più profondi del marxismo rivoluzionario da parte di Lenin fu rappresentato dalla comprensione dell’enorme importanza dei grandi sommovimenti anticoloniali dei popoli oppressi, a partire dall’Asia, e della sollevazione di tutte le nazionalità oppresse dall’imperialismo ai fini dell’affermazione della rivoluzione socialista internazionale.

Già in Russia la politica di pieno sostegno del bolscevismo al diritto di autodeterminazione delle nazionalità oppresse dall’impero russo aveva concorso alla vittoria dell’Ottobre. E proprio questo sarà uno dei primi punti d’attacco di Stalin alla tradizione politica del bolscevismo, come rivela il durissimo contrasto tra Stalin da un lato e Lenin (e Trotsky) dall’altro, attorno alla questione georgiana.

Ma è sul terreno mondiale che la questione assumeva un carattere rilevantissimo, in particolare dopo l’Ottobre. La vittoria della rivoluzione, congiunta agli effetti della prima guerra imperialista, e alla spartizione coloniale che ne seguì, fu un potente impulso allo sviluppo del movimento anticoloniale su scala internazionale: in Asia, a partire dall’India e dalla Cina, in Medioriente e nell’intera nazione araba, nel cuore stesso dell’Europa, a partire dall’Irlanda e dai Balcani.

Il marxismo rivoluzionario – secondo Lenin – doveva assumere quel vasto moto come un riferimento essenziale. I comunisti rivoluzionari dei paesi delle nazionalità oppresse dovevano prender parte attiva al sommovimento anticoloniale evitando ogni ripiegamento propagandistico e attendista, e battendosi apertamente al suo interno per uno sbocco coerente antimperialista e socialista, in contrasto aperto col nazionalismo borghese e incalzando le contraddizioni delle forze nazionaliste piccolo borghesi più radicali. Ogni rinuncia alla battaglia per l’egemonia proletaria nel movimento anticoloniale, magari in nome dell’arretratezza economica sociale di quei paesi, avrebbe significato riproporre, nella sostanza, l’impostazione del menscevismo russo. Proprio la rivoluzione d’Ottobre aveva dimostrato, contro ogni lettura positivistica del marxismo, che un paese arretrato può essere più maturo per la rivoluzione proletaria di un paese avanzato. E che la rivoluzione socialista in quel paese arretrato poteva a sua volta sospingere l’intero processo rivoluzionario mondiale.

Analogamente, i partiti comunisti dell’Occidente capitalistico e dei paesi imperialisti erano chiamati dalla III Internazionale ad un pieno e incondizionato sostegno ai sommovimenti anticoloniali delle nazioni oppresse. E quindi a combattere non solo ogni socialsciovinismo a sostegno del “proprio” imperialismo contro la nazione che esso opprimeva, ma anche qualsiasi neutralità pacifista tra nazioni dominanti e nazioni dominate. Costruire nel proletariato delle metropoli d’Occidente la coscienza della convergenza di fondo con le ragioni dei popoli oppressi dal proprio imperialismo, sostenere la loro rivolta contro il proprio imperialismo, era per Lenin, un compito prioritario dei partiti comunisti d’Europa e d’America. Anche per favorire nei movimenti coloniali una cosciente indentificazione nel comunismo e quindi la battaglia di egemonia dei comunisti delle nazioni oppresse.

In questo quadro, e in questo spirito, la III Internazionale assunse la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione di tutte le nazioni oppresse (ivi incluso il diritto alla separazione). Un diritto già rivendicato dal movimento per la III Internazionale, e in primo luogo dal bolscevismo russo, nel pieno corso della guerra imperialista.

Questa impostazione incontrò obiezioni e resistenze lungo il processo della sua maturazione. Non solo da parte del riformismo e del centrismo, com’è naturale, ma anche nel campo del marxismo rivoluzionario. “Se i comunisti sono per il superamento delle nazioni, come possono sostenere i diritti nazionali, sia pure di nazioni oppresse? Se i comunisti sono i rappresentanti coerenti della classe operaia ‘che non ha patria’ come possono combinare l’indipendenza di classe col sostegno a movimenti nazionali non proletari per di più guidati da forze nazionaliste?” E ancora: “Il concetto di autodeterminazione nazionale non è forse contraddetto dalla natura stessa dell’imperialismo che nega ogni possibile indipendenza reale delle nazioni soggiogate? L’unica risposta vera alle istanze nazionali dei popoli oppressi è la rivoluzione proletaria e non la rivendicazione di ‘diritti nazionali’ esclusivamente formali”. Queste e altre obiezioni schematicamente riassunte – venivano poste alternativamente o da tendenze diverse dell’“estremismo” o da tendenze che inclinavano verso posizioni centriste. In un caso, autorevolissimo, dalla marxista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, seppur negli anni relativamente lontani del dibattito sulla questione polacca.

Lenin (come la maggioranza dell’Internazionale) replicò energicamente a questi argomenti critici con un vigore proporzionale all’importanza cruciale che tale questione a suo avviso rivestiva per i destini stessi della rivoluzione socialista internazionale. Il testo di Lenin Contro l’economicismo imperialista è, tra gli altri, un efficace compendio di tale replica. “E’ vero”, diceva Lenin, “i comunisti sono i veri custodi dell’indipendenza proletaria ma, proprio in ragione della propria prospettiva indipendente, devono far proprie tutte le ragioni di emancipazione delle masse opresse, ivi inclusa l’emancipazione nazionale dal giogo coloniale. Non farlo sarebbe – questo sì – la rinuncia alla propria prospettiva, a unico vantaggio dell’imperialismo e delle stesse borghesie nazionali dei popoli oppressi, votate al compromesso subalterno con l’imperialismo”.

E’ vero”, diceva Lenin, “i comunisti rivendicano il superamento storico delle frontiere nazionali dentro la prospettiva della repubblica proletaria mondiale. Ma questa prospettiva di libera federazione dei popoli del mondo implica la rottura di ogni sudditanza coatta delle nazioni oppresse alla dominazione imperialista. A sua volta, nessun popolo può essere libero se opprime altri popoli.

E ancora, in risposta alla Luxemburg: “E’ vero, l’autodeterminazione nazionale piena e stabile delle nazioni oppresse è incompatibile con la natura economica dell’imperialismo. Ma proprio per questo, come altre rivendicazioni democratiche, il principio di autodeterminazione nazionale va connesso alla prospettiva proletaria socialista: e può contribuire ad avvicinare a tale prospettiva, proprio sulla base dell’esperienza concreta della sua incompatibilità con il capitalismo mondiale, masse grandi dell’umanità. Viceversa, il rifiuto di quella rivendicazione significherebbe voltare le spalle alle aspirazioni di emancipazione e di libertà di quelle masse oppresse e per di più proprio nel momento del loro levarsi di fatto contro il giogo coloniale”.

Ma al di là di ogni replica specifica, Lenin trae spunto dal confronto sulla questione nazionale per riproporre una lezione di fondo sui caratteri stessi della rivoluzione proletaria. La rivoluzione proletaria internazionale secondo Lenin (e Trotsky) non poteva che riflettere il carattere ineguale e combinato del capitalismo mondiale. Chi pensa alla rivoluzione socialista come a una linea retta e uniforme, semplicemente e unicamente “proletaria”, scambia la realtà con la propria immaginazione. Tanto più nel quadro internazionale.

Ecco cosa scriveva Lenin a commento dell’insurrezione irlandese del 1916 e contro la sottovalutazione della sua importanza: “Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni delle piccole nazioni nelle colonie e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari fondiari, della Chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale, ecc. significa rinnegare la rivoluzione sociale. Ecco: da un lato si schiera un esercito e dice: ‘Siamo per il socialismo’, da un altro lato si schiera un altro esercito e dice: ‘Siamo per l’imperialismo’, e questa sarà la rivoluzione sociale! Soltanto da un punto di vista così pedantesco e ridicolo sarebbe possibile affermare che l’insurrezione irlandese e un ‘putsch’.

Colui che attende una rivoluzione sociale ‘pura’, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione…

La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere….” (Lenin, Risultati della discussine sull’autodecisione, p. 353).

Conclusione

Riscoprire la verità del bolscevismo, liberandolo dalle sue caricature, non significa solo onorare la sua storia ma investirlo nel futuro del movimento operaio e dalla sua giovane generazione.

Anche oggi, come un secolo fa, si dischiude una svolta d’epoca profonda, segnata dalla crisi del capitalismo internazionale, dalla rottura dei vecchi equilibri sociali e politici, dalla ripresa delle contese imperialistiche e delle corse coloniali, dall’acutizzarsi della lotta di classe e dello scontro tra imperialismo e popoli oppressi.

Anche oggi, come un secolo fa, le vecchie direzioni del movimento operaio consumano la crisi del proprio riformismo, si associano sempre più strettamente ai governi liberali controriformatori e coloniali, moltiplicano le contraddizioni con la propria base sociale.

Anche oggi, come un secolo fa, è necessaria una battaglia internazionale per una nuova direzione del movimento operaio e per il rilancio della prospettiva rivoluzionaria e socialista, quale unica vera alternativa alla barbarie del capitalismo.

E così, come un secolo fa, la riscoperta da parte di Lenin del “vero” Marx, riscattato dalle deformazioni riformiste, fu decisivo per il rilancio della prospettiva rivoluzionaria, così oggi il recupero del “vero” Lenin, liberato dalle deformazioni staliniane, socialdemocratiche e centriste, è decisivo per la rifondazione di un partito rivoluzionario. Perché, tanto più oggi, solo il recupero dell’intransigenza dei principi e, insieme, della complessità della rivoluzione, può armare la lotta per la conquista del potere.

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