La mafia è una montagna di merda, ma anche il capitalismo non scherza

“La mafia è una montagna di merda”, diceva Peppino Impastato, ucciso da Cosa Nostra il 9 maggio 1978.

Cosa nostra non tollerava la pubblicità negativa che Peppino gli faceva, così come la Camorra non tollerava le denunce di Giancarlo Siani, anch’egli ucciso, così come tutti gli eroi nostrani ammazzati da omuncoli che si credono dei grandi uomini.

Le mafie sono una iattura, un parassita incallito che incute timore e diffonde terrore dal piccolo commerciante fino ai capi di governo.

La questione è assai complessa e non di facile soluzione. Anche se siamo tutti, in linea di principio, contro le mafie, qualcuno ne apprezza le gesta, ne imita i comportamenti, ci fa affari e addirittura finisce ad applicare lo stesso metodo, minacce e coercizione, nei luoghi di lavoro nei confronti di chi non abbassa la testa al volere dei padroni.

Qualcuno potrebbe storcere il naso davanti a questo paragone, tra mafia e padroni.

Eppure basta pensare ai 1000 operai che ogni anno muoiono sul posto di lavoro o alle tutele andate via via scomparendo, come l’articolo 18, alla crescente precarietà o al ricorso delle grosse aziende al subappalto delle cooperative (e alla conseguente precarizzazione dei lavoratori in termini di diritti e salari) per capire come la macchina da guerra padronale non abbia nulla da invidiare a un’organizzazione mafiosa.

Se non è mafia questa cosa lo è allora?

Nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in generale è diventato impossibile fare sindacato, anzi è la burocrazia sindacale stessa il primo nemico da combattere. A volte sono proprio alcuni sindacalisti a segnalare all’azienda i lavoratori che danno “fastidio”. Ovviamente ai padroni non basta avere il controllo sugli operai, rivendicano il diritto di sfruttare il territorio e la sua natura.

La situazione dell’ArcelorMittal ne è la riprova: il padrone pone come condizione per produrre l’immunità penale, la mano libera per uccidere altre persone in una città come Taranto già martoriata, dove i decessi di bambini per cancro non si contano più, grazie all’inquinamento che lo stabilimento ha diffuso senza remore negli ultimi anni.

I padroni, così come Totò Riina o come Raffaele Cutolo, sono persone senza morale, travestiti da benefattori, da salvatori dei territori dove lo Stato -apparentemente- latita. Ma in realtà lo stato borghese è presente, proprio nella sua espressione clandestina, la malavita organizzata, che ragiona in termini economici esattamente come la borghesia.

I lavoratori muoiono per vivere. La situazione è angosciante. Si preferisce piegarsi ad un dittatore “benevolo” e soccombere a una condizione che mai potrà cambiare. Quando la dittatura diventa asfissiante l’unica alternativa è impegnarsi per la costruzione di un partito rivoluzionario, che abbia come fine ultimo il rovesciamento completo della società.

La sopraffazione dei potenti altro non è che lo specchio della situazione di privilegio che momentaneamente si occupa: la ruota gira ma tocca al proletariato farla girare, solo i lavoratori possono cambiare quest’ordine costituito, che porta solo morte e distruzione.

Perché è vero che la mafia è una montagna di merda, ma anche il capitalismo non scherza.

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