Lavoro e bisogni: una questione da riproporre, oggi più che mai

Stefano Falai

Di questi giorni è la notizia che un giovane ingegnere, laureato da poco – 110 cum laude – ha vinto un concorso per operatore ecologico, cioè netturbino, in un comune del Meridione, con un salario di 1200 euro al mese. Secondo l’articolo, uscito su La Repubblica, il ragazzo si sarebbe dichiarato soddisfatto: “Finalmente potrò programmare il mio futuro” avrebbe dichiarato. “Non ne potevo più di lavori precari a poche centinaia di euro al mese”. Nell’articolo si evidenziava, inoltre, che in questo concorso i primi dieci classificati fossero tutti laureati.

A questo punto, verrebbe da chiedersi come mai il quotidiano d’avanguardia del pensiero liberaldemocratico abbia ritenuto opportuno pubblicare una notizia quasi irrilevante, tutt’al più una nota colore. Ma siccome qua nessuno è fesso, è probabile che si volesse intendere: chi s’accontenta gode. E quindi, che i tanti giovani laureati, soprattutto meridionali, che emigrano all’estero, potrebbero evitare di abbandonare il suolo natio se fossero dotati di un certo spirito di adattamento.

Comunque, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, la questione dei bisogni fondamentali dell’umanità – casa, salute, alimentazione e riproduzione di specie, in relazione al lavoro di produzione dei beni – vale senz’altro la pena di essere riproposta all’attenzione programmatica della sinistra rivoluzionaria, in generale e nel dibattito teorico del marxismo rivoluzionario. È un argomento difficile da affrontare, perché sbatte contro il muro di gomma dei luoghi comuni, che, oggi più che mai, assumono la forza dell’egemonia della borghesia sullo spirito dei tempi. Per cui, rimane il problema dell’opportunità di sollevare un argomento tanto distante dalla realtà. Un problema, però, con il quale hanno dovuto da sempre misurarsi i marxisti rivoluzionari: solo un passo davanti alla coscienza delle masse.

Tuttavia, configurare una società liberata dallo sfruttamento, se da una parte pone dei problemi, dall’altra può diventare uno strumento formidabile per motivare il proletariato alla lotta, come del resto lo è già stato in passato; anche in versione stalinista e socialdemocratica. Si tratterebbe in sostanza di una propaganda, opportunamente ben formulata, indirizzata alle avanguardie di classe e a soggetti, individui e collettivi, di quello che, con molta titubanza e relativi distinguo, può ancora definirsi il popolo della sinistra.

Allora, se l’unico merito storico della borghesia è quello di avere progressivamente accelerato la produttività del lavoro, oggi, con la rivoluzione informatica e telematica, e nella relativa contraddizione fra capitale e lavoro (fra produzione sociale e profitto), si inasprisce la divisione del lavoro fra borghesia e proletariato, e fra dirigenti e dipendenti. Nel senso che i proletari ad alta scolarizzazione vengono arruolati per forza nell’esercito industriale di riserva. Così, in questo contesto, aggravato dalla crisi da sovraccumulazione, si realizza un dumping sociale senza precedenti dal dopoguerra a oggi.

Si impone dunque, più urgentemente che mai, l’abolizione della divisione fra lavoro direttivo e lavoro esecutivo, attraverso una sostanziale riduzione dell’orario di lavoro e la gestione consiliare delle politiche industriali. Un sistema in cui l’ingegnere potrebbe usare una parte del tempo nella produzione concreta e il manovale, in un sistema di scolarizzazione permanente, acquisire conoscenze di livello superiore.
Del resto, anche la borghesia si sta occupando di questi temi, sebbene ovviamente allo scopo di aumentare lo sfruttamento dei lavoratori, vedi: la formazione continua e l’adattabilità a più ruoli. E questo dimostra che il capitalismo, nell’aspetto che riguarda l’interazione fra funzioni diverse, propende paradossalmente verso una società di tipo socialista, sospinto dalla globalizzazione dei processi produttivi.

Resta da vedere come la crisi ambientale e le relative risposte che il capitale riuscirà ad attivare renderanno più o meno necessarie, al fine del profitto, l’istruzione scolastica delle classi lavoratrici. Questo dipenderà dallo svolgersi della lotta di classe. Ma, a prescindere, l’unità fra lavoro intellettuale e lavoro manuale e, in direzione opposta, la separazione fra reddito da lavoro e soddisfazione dei bisogni fondamentali, con un sistema di welfare a copertura totale, vale sempre la pena di essere riproposto nel programma transitorio e nella relativa propaganda dei comunisti rivoluzionari.

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