Ti stupro – Il fascismo e la sua politica di annichilimento delle donne

Di recente, a Castel Bruciato, i fascisti di CasaPound hanno assediato una famiglia di etnia rom a cui era stata assegnata una casa popolare, urlando “troia”, “ti stupro” a una terrorizzata madre che teneva in braccio una ancor più terrorizzata bambina. 

Questa minaccia, lo stupro, è invece stata messa concretamente in pratica da parte di due camerati di CasaPound di Viterbo, che hanno brutalizzato una donna resa incapace di difendersi all’interno della sede del partito. 

Lo stupro come arma di guerra politica e sociale è una costante dell’azione politica dei fascisti, vecchi e nuovi. Non rappresenta una casualità criminale, ma una conseguenza diretta di una cultura della sottomissione e dell’oggettivizzazione femminile e di annichilimento dell’avversario politico. 

Fu un atto politico lo stupro di Franca Rame, finalizzato a zittire la voce di una donna, ma prima di tutto di una comunista. 
Lo stesso carattere punitivo, di genere e di classe, ebbe lo stupro nel 1975 di Rosaria Lopez e di Donatella Colasanti da parte di quattro fascisti pariolini, la prima torturata e barbaramente uccisa, la seconda sfuggita dal destino della compagna fingendosi morta. 
Le due erano ragazze di borgata, appartenenti a un genere, quello femminile, e a una classe, quella proletaria, che i neofascisti ritenevano e ritengono inferiore, e che era (ed è) ammissibile annichilire, brutalizzare, sfruttare, persino uccidere. 

I vigliacchi atti fascisti nei confronti delle donne che i camerati compiono oggi sono figli degli stessi atti che compivano i loro nonni del Ventennio. Sono profondamente radicati nella stessa ideologia misogina, bigotta e sessuofobica. 
Durante il fascismo la donna veniva considerata solo ed esclusivamente nella misura in cui svolgeva una funzione utile all’uomo e al regime. Era innanzitutto una fattrice, un’incubatrice di giovani virgulti italici. Ieri Mussolini premiava le donne che partorivano molti figli per la patria, e oggi i neofascisti di Forza Nuova propongono il reddito per le madri. 

In questa filosofia di sfruttamento individuale e statale del corpo femminile, gioca(va) un ruolo fondamentale anche la chiesa cattolica, che da sempre e con ampia documentazione teologica afferma che la donna è un essere inferiore, non finito, un uomo malriuscito (San Tommaso, San Paolo). 

Va da sé che, non potendo aggirare il dato biologico che sono le donne a fare figli, tale capacità riproduttiva vada strettamente normata, togliendo alle donne qualsiasi controllo sul proprio corpo, che è corpo di servizio al regime. Nessuna contraccezione, nessun accesso all’aborto, nessuna possibilità di autodeterminazione di sorta. 
La donna fascista è prima di tutto madre. Chi devia da questo ruolo – per scelta o per impossibilità – o chi si ribella, è spesso marginalizzata, quando non addirittura internata in manicomio o resa inoffensiva (come avvenne a Ida Dalser, che ebbe il figlio illegittimo del Duce, Benito Albino, entrambi internati e morti in manicomio). 

L’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, istituita nel 1925, rese subito evidente che quest’organo non tutelava la donna in quanto tale, ma tutelava la sua funzione riproduttiva. Infatti nel testo viene definita “madre”, non donna. Al di fuori della donna-mater, la donna serviva a poco nel fascismo. 
Anzi. Un altro utilizzo che il camerata poteva fare del corpo della donna era quello ricreativo, a cui aveva sempre e comunque diritto. Le case chiuse del periodo mussoliniano, di cui oggi non a caso la destra invoca la riapertura, costituiscono un esempio lampante: la prostituta è il necessario contraltare alla moglie per il camerata. Nessuna delle due è un individuo riconosciuto ed entrambe hanno funzioni diverse e complementari per il pater familias. Un concetto ribadito persino dall’attuale ministro dell’Interno. 

Il lavoro è un altro punto dolente per i vecchi e nuovi fascisti. Essendo il lavoro, e quindi l’autonomia economica, la strada principale e privilegiata per l’autodeterminazione della donna, i fascisti vecchi e nuovi lo avversano e fanno di tutto per renderlo inaccessibile. La difesa della famiglia tanto sbandierata dai neofascisti è subordinata a una condizione ferrea: che la donna non lavori. 
La mancanza di indipendenza economica è la ragione strutturale per cui tante donne ancora oggi rimangono in contesti famigliari violenti, spesso fino a perdere la vita. 
La prima mossa del vecchio fascismo in questo senso fu precludere alle donne l’istruzione, sia come docenti sia come studentesse. Nel 1926 alle donne venne attivamente impedito di insegnare materie scientifiche negli istituti superiori. Rimasero solo a fare le maestrine dal braccio alzato. 
Nel 1938 il fascismo emanò una legge per limitare la percentuale massima di donne impiegate negli uffici pubblici e nelle ditte private a un massimo del 10% della forza lavoro. 

Il capitalismo, di cui il fascismo è espressione più platealmente violenta, sta perseguendo lo stesso obiettivo oggi come allora: con precarietà, flessibilità e attacchi ai diritti dei lavoratori e lavoratrici e alla maternità, si stanno spingendo le donne sempre di più dentro casa. Nel meridione due donne su tre non lavorano. I tassi di abbandono del lavoro in seguito alla maternità sono inquietanti. L’attacco ai servizi e al welfare dei governi di ogni colore persegue lo stesso obiettivo: costringere le donne a scegliere la famiglia, ricacciandole nella passività e controllandone la vita riproduttiva. 

Ma torniamo ai nostri camerati odierni, che promettono lo stupro e lo mantengono. Non possiamo stupirci. A legalizzare lo stupro fu proprio il Duce, con il nuovo Codice penale del 1930, che sanciva il matrimonio riparatore. Donne, maggiorenni e minorenni, potevano essere tranquillamente stuprate; si risolveva tutto sposandole. Il fascismo condannava quindi le donne non solo a subire violenza, ma a convivere con il proprio stupratore per tutta la vita. Persino l’incesto venne considerato un delitto contro la morale, e non contro la persona. 
Il Codice penale del 1930 regalava agli uomini altri ameni diritti, come il delitto d’onore, per cui in uno stato d’ira era giustificabile uccidere una donna che avesse disonorato un uomo con la sua condotta, fosse egli padre, marito o fratello. Chiaramente a sessi inversi tutto questo non funzionava. La legge parlava chiaro. Altrettanto chiaramente il giudizio sull’eventuale “disonore” spettava a una giuria di uomini. 
L’impunità che di fatto si garantiva a chi uccideva una donna era un’arma di oppressione straordinaria, un ricatto costante: qualsiasi donna che non avesse rispettato la volontà dell’uomo che la comandava rischiava ogni giorno la vita, e il suo assassino aveva l’impunità garantita. Una vita di sopraffazione giornaliera. Il delitto d’onore sanciva l’inferiorità della donna anche per la giurisprudenza. 

Abbiamo dovuto attendere il 1981 per abrogare queste leggi vergogna. Perché anche alla neonata Repubblica borghese facevano comodo. 

Quello fascista era un vero e proprio sistema oppressivo, violento e assassino, che si concretizzava in tutti gli aspetti della vita femminile. In questo contesto si inserisce lo stupro come arma di guerra utilizzato nelle colonie, con l’istituzione del madamato, dello stupro sistematico delle partigiane e delle donne combattenti. 
Ancora negli anni Settanta, incalzato da Elvira Banotti, un esterrefatto Montanelli difendeva l’abuso verso il suo «animalino docile», ossia la bambina di dodici anni comprata e violentata quando era militare in Abissinia. 
Nella campagna di Libia, a donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati. Giovani indigene furono violentate e sodomizzate (ad alcune infisse candele nella vagina e nel retto). Una tattica di guerra che i fascisti vecchi e nuovi applicano agli oppositori politici, alle minoranze, ai bersagli del loro odio. 

La barbarie dei fascisti, di ieri di oggi, si radica nella vigliaccheria che questi dimostrano verso chi ritengono inferiori. Le donne hanno l’aggravante, agli occhi dei fascisti, di detenere il potere della maternità, un aspetto che è assolutamente necessario controllare per chi non riesce a rapportarsi da pari con gli altri. L’oppressione di genere si arricchisce di un aspetto aggiuntivo rispetto all’oppressione razzista, coloniale e politica: quello sessuale. 

La sostituzione etnica di cui vaneggiano i fascisti, e le conseguenti iniziative per il sostegno alla maternità (ovviamente italica), è appunto il terrore della contaminazione, il razzismo che incontra il sessismo. 
Si tratta di un’espressione terribile del proprio senso di inferiorità biologica, psicologica e sociale. Lo stupro, anche quando è privo di connotati politici (se mai lo fosse) è sempre una questione di potere, la pulsione sessuale dello stupratore non c’entra nulla. 
Lo stupro, nel caso dei fascisti, è assunto a programma politico, a strumento di controllo, a prassi militante. 
Se il fascismo si è fregiato dell’ambizione di costruire un uomo “nuovo”, un superuomo nietzschiano animato da un’inarrestabile volontà di potenza, la donna “nuova” costruita e immaginata dal fascismo è terribilmente vecchia, non moderna, medioevale. 
Tale concezione della donna, sostanzialmente sovrapponibile a quella fondamentalista cattolica, non è altro che uno specchio che rovescia e rivela che, in realtà, questa virile volontà di potenza, concretizzata nella violenza sessuale e nella prevaricazione di classe, non è altro che la più plateale dimostrazione di impotenza. 

Wilhelm Reich ha giustamente colto tutto il potenziale della repressione sessuale come strumento di controllo sociale in Psicologia di massa del fascismo

«Se esaminiamo la storia della repressione sessuale e l’origine della rimozione sessuale constatiamo che essa non ha inizio all’origine dello sviluppo culturale, e che quindi non è la premessa per lo sviluppo culturale, ma cominciò a formarsi solo relativamente tardi insieme al patriarcato autoritario e all’inizio della divisione in classi della società. Gli interessi sessuali di tutti cominciano ad entrare al servizio degli interessi di profitto economico di una minoranza; sotto la forma del matrimonio e della famiglia patriarcali questo dato di fatto ha assunto una precisa forma organizzativa. Con la limitazione e la repressione della sessualità i sentimenti umani subiscono una trasformazione, nasce una religione sessuo-negativa e gradualmente costruisce una propria organizzazione sessuo-politica, la chiesa con tutti i suoi precursori, il cui obiettivo è soltanto quello di annientare il piacere sessuale degli uomini e quindi anche quel briciolo di felicità su questa terra. Tutto questo ha un preciso significato sociologico in rapporto con l’ormai fiorente sfruttamento della forza lavorativa umana. […] L’uomo educato e formato autoritariamente non conosce le leggi naturali della autoregolazione, non ha alcuna fiducia in se stesso; ha paura della propria sessualità perché non ha mai imparato a viverla naturalmente. Egli declina quindi ogni responsabilità per le proprie azioni e le proprie decisioni e chiede di essere diretto e guidato […] Il fascismo ideologicamente è la ribellione di una società malata mortalmente sia sul piano sessuale che economico contro le dolorose ma decise tendenze del pensiero rivoluzionario verso la libertà sessuale ed economica, una libertà al solo pensiero della quale l’uomo reazionario viene assalito da una paura mortale.» 

Come combattere quindi un esercito di brutali scimmie represse, incapaci di vedere la propria disumanizzazione, impotenti e balbettanti, sempre alla ricerca freudiana di un padre a cui dimostrare la propria virilità? (Non a caso uno degli stupratori di Viterbo inviò proprio al padre il video dello stupro, dimostrazione all’autorità superiore delle sue prodezze fasciste). 

Non è possibile una rieducazione. Non è sufficiente una battaglia culturale. Le radici di comportamenti apparentemente sporadici affondano in un sistema sociale completamente marcio, che va abbattuto, cancellato e ricostruito. 
Lo stupro è espressione di potere di un genere sull’altro, di una classe sull’altra, dello sfruttatore sullo sfruttato. 
Non è pensabile tagliare qualche ramo del sistema capitalistico e aspettarsi che smetta di produrre questi frutti maleodoranti. 
Capitalismo, sfruttamento e fascismo vanno sradicati con la rivoluzione socialista. Altra strada non esiste. 




* Gustavo Ottolenghi, Gli Italiani e il colonialismo. I campi di detenzione italiani in Africa, Milano, SugarCo, 1997, pp. 60 in poi.

MG
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