Per un antifascismo di classe

Sono ormai anni che in Italia si assiste a una ripresa impetuosa di manifestazioni politiche e organizzazioni fasciste, mentre il razzismo e una cultura di destra radicale hanno fatto una breccia enorme nelle classi lavoratrici, nei quartieri popolari e in quello che era il blocco sociale di riferimento della sinistra.

Il Ministro Salvini, con un ruolo sempre più preponderante nel governo “giallo-bruno” Lega-M5S, soffia sul fuoco della xenofobia fino al punto di commettere un crimine contro l’umanità respingendo dei rifugiati in un paese in guerra, come la Libia.

Lo stesso Salvini è oggi il campione di settori popolari affascinati dalla retorica della destra fascista. Le sue ruspe distruggono i campi nomadi, Casapound e Forza Nuova completano il pogrom aizzando i residenti dei quartieri poveri contro i Rom e i migranti che cercano una soluzione abitativa.

Ancora una volta razzismo e fascismo vengono utilizzati dalle destre per dividere la classe lavoratrice; ponendo da una parte i cosiddetti lavoratori autoctoni e dall’altra i migranti, si crea un falso nemico contro cui scatenare le proprie frustrazioni e sofferenze. I poveri e i poverissimi diventano i nemici di Stato, mentre il padronato continua indisturbato nei suoi affari.  I porti chiusi in faccia ai migranti che scappano da guerra e miseria sono il prodotto dell’intervento imperialista del capitalismo italiano in Libia, l’effetto collaterale delle politiche padronali sul piano internazionale.

Oggi non può bastare un antifascismo di maniera, retorico, da celebrare solo alle feste comandate.

È urgente un ritorno alle mobilitazioni di classe. Lo dimostra proprio questo governo: le leggi contro la ricostituzione del partito fascista, la sua propaganda la Costituzione non bastano a respingere il fascismo. Se quelle leggi servissero, non potrebbero esistere un governo e un ministro che favoriscono la crescita delle organizzazioni fasciste. Salvini con le sue leggi sulla sicurezza e sulla legittima difesa lo dimostra eloquentemente.

È necessario riprendere, oggi come non mai, il filo dell’antifascismo come lotta di classe del mondo del lavoro contro il padronato.

PER UN ANTIFASCISMO ANTICAPITALISTA

«Nessuno deve restare indietro, sia esso italiano, nero o rom». Un ragazzo di quindici anni, figlio di un licenziato di Almaviva, ha fronteggiato da solo i fascisti nella borgata di Torre Maura a Roma. Lo ha fatto dopo che ha visto i fascisti calpestare il pane destinato ai rom, sospinto da un senso elementare di umanità e di giustizia. L’episodio dice molto, soprattutto a sinistra. 

Dice è che è possibile contrastare i fascisti, anche sui temi più difficili. La loro piccola e momentanea vittoria rischia di propagare l’esempio in altri quartieri e città, offrendo una bandiera miserabile a settori popolari immiseriti. È’ necessario allora recuperare l’iniziativa antifascista costruendo il fronte unitario più largo e determinato.

L’episodio coraggioso indica anche come contrastare il fascismo. “Nessuno deve restare indietro, italiano, nero o rom” corrisponde a una piattaforma di mobilitazione che vada ben al di là della solidarietà. E’ necessario avanzare rivendicazioni comuni capaci di unire tutti gli sfruttati al di là di ogni differenza etnica. Casa per tutti anche attraverso l’esproprio di grandi proprietà immobiliari; un lavoro per tutti con l’investimento pubblico nel risanamento di case fatiscenti e strade disselciate; un sistema di servizi sociali, a partire dagli asili, che dia supporto alle famiglie povere… sono rivendicazioni patrimonio dell’iniziativa antifascista. I fascisti occupano spazi che la sinistra ha abbandonato e tradito. Solo rioccupando quegli spazi è possibile tagliare l’erba sotto i piedi dei fascisti. Ma ciò non significa tenere convegni sull’abbandono delle periferie, magari sotto elezioni. 
Significa organizzare gli sfruttati e la loro lotta contro il loro vero nemico: il capitalismo, innanzitutto quello di casa nostra.

L’antifascismo, più che mai, o è anticapitalista o non è.

Oggi distribuiamo il triangolo rosso: distintivo dei detenuti politici nei lager nazisti. Per non dimenticare i 40.000 italiani strappati dalle loro case dai militi della Repubblica Sociale o dalle truppe naziste e deportati, insieme a ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova, ecc. Per non dimenticare che dei deportati italiani 10.000 furono ebrei e circa 30.000 gli antifascisti, i e le resistenti, i lavoratori (spesso arrestati dopo gli scioperi). Per non dimenticare che solo uno su dieci fece ritorno: il 90% fini annientato dalla macchina di sterminio hitleriana, alimentata anche dal fascismo italiano.

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