Nippon paradox

Di Riflesso Incondizionato

Il Giappone è un paese affascinante, ai confini fra oriente e occidente; moderno, anzi super-tecnologico, ma nello stesso tempo arcaico e misterioso. I giapponesi hanno un atteggiamento di rispetto per il loro territorio. Lo si vede nella cura maniacale dei boschi, dei giardini e dei campi coltivati, anche se solo il dodici per cento del territorio è adatto all’agricoltura.

Però questo legame con la terra, profondamente radicato nella loro cultura, con l’avvento della rivoluzione industriale è diventato quasi un folklore, mentre la sostanza è all’opposto, o quasi. Essendo un paese con pochissime fonti energetiche naturali, il Giappone, per soddisfare la sete del sistema industriale, è stato costretto a importare gran parte dell’energia necessaria: gas e idrocarburi soprattutto. E oggi è il maggior importatore di petrolio globale.

Ma una quota non irrilevante di energia elettrica proviene ancora dalle centrali nucleari. Dopo la tragedia di Fukushima (11 marzo 2011), nella quale avvenne una fuoriuscita di radiazioni uguale per intensità a quella di Cernobyl, i reattori più pericolosi vennero spenti. Tuttavia ancora oggi sono attivi 42 reattori, altri nove sono programmati, a fronte di 18 in via di spegnimento, in quanto obsoleti. Perciò, non sembra che il paese del sol levante preveda di abbandonare il nucleare. E nel frattempo vi sono problemi di stoccaggio per le migliaia di tonnellate di acqua radioattiva, usata per il raffreddamento delle scorie: non sanno più dove metterla.

Domanda. Si può vivere felici, consumando quanto mezza Africa, in un ambiente esteticamente perfetto, senza cassonetti debordanti rifiuti in mezzo alla strada e circondati da boschi e giardini bellissimi? Ovvio che sì, è il Paradiso Terrestre! Ma quanto costa pro capite in termini energetici?

I giapponesi non solo migliori o peggiori di qualsiasi altro popolo o nazione del mondo, sono semplicemente loro: sono nati in un paese povero di risorse, esclusa la pesca, e per diventare un paese tecnologico, capitalista e imperialista, sono stati costretti, dai loro gruppi dirigenti e dominanti, a una vita disciplinata dal potere feudale, da una spiritualità dominata da riti ancestrali e codici di onore e sudditanza. I militari che modernizzarono il Giappone, a cavallo del Novecento, lo fecero soltanto dal punto di vista tecnologico e della centralizzazione del potere, mantenendo perciò una egemonia culturale sulle classi subalterne in continuità col Giappone feudale. In questa operazione, che noi potremo definire trasformista, furono favoriti dal fatto che il loro paese era rimasto per troppo tempo isolato. Solo le classi dirigenti più elevate, soprattutto militari, avevano sviluppato relazioni con altre culture. Le classi popolari (artigiani, contadini e pescatori) non ne sapevano niente. Ma ciò non toglie che nel rapporto fra estensione del territorio e numero di abitanti, i giapponesi consumino una quantità di energia superiore (impronta ecologica) a paesi molto più grandi con lo stesso PIL (prodotto interno lordo) e maggiore popolazione… Eppure amano molto le foreste, i giardini… e i ciliegi fioriti del loro bellissimo paese.

Il paradosso nipponico dimostra che si può amare la natura e nello stesso tempo avviarsi alla catastrofe ecologica.

In Europa non esiste da millenni un rapporto mistico con l’ambiente naturale, la sensibilità ecologica è un fatto storicamente recente. E non bisogna pensare che essa sia patrimonio esclusivo

della sinistra, o perlomeno della maggioranza di coloro che si dichiarano di sinistra; anzi, parrebbe il contrario. Le associazioni ambientaliste: WWF, Italia Nostra, Green Peace, Lipu ecc. sono state fondate da elementi piccolo-borghesi. Il partito dei Verdi, ora scomparso, si scontrò più volte con i sindacati e con la mentalità industrialista della maggioranza della classe operaia che votava per i partiti di sinistra. Se poi retrocedessimo ancora nel tempo, scopriremmo che il primo studio sulle piogge acide fu promosso dall’MSI (destra nazionale), erede diretto del fascismo, già negli anni Settanta. Inoltre, se guardiamo all’estrema destra, vi sono molte testimonianze filmate del periodo fascista, e soprattutto nazista, che rivelano una mitologia del rapporto fra la natura e gli umani.

Ma in questo rapporto, l’ambiente naturale è un semplice riflesso delle doti, fisiche e mentali, degli ariani, come razza superiore destinata a governare il mondo, che incarna la maestà e l’ordine ancestrale della natura stessa. Si tratta di una relazione puramente artificiale, dove fra uomo e natura regna un ordine progettato e ordinato secondo l’estetica della bellezza e della volontà umana. Insomma, basta che la merda non si veda e non se ne senta la puzza; nel senso che le industrie possono continuare a fare ciò che vogliono, l’importante è trovare il modo di nascondere le scorie e moltiplicare i profitti. Ovvio che la natura non funziona così, ma, l’ideologia e la cultura deforme in questo caso sono bestie malefiche.

Nei prossimi decenni la questione ambientale diventerà un terreno di lotta fra concezioni opposte e contrarie e non c’è dubbio che il fascio-ambientalismo farà la sua parte, negando il problema ecologico o proponendo misure repressive con il pretesto della salvaguardia ambientale. La dittatura ecologica potrebbe essere alle porte, una dittatura per cui noi salariati dovremo differenziare con la massima precisione ogni materiale, pena aumenti in bolletta, ma gli industriali saranno liberi di usufruire a piacimento delle risorse naturali in tutte le fasi della produzione, scaricando sulle nostre spalle il carico sociale del loro inquinamento, facendoci credere che siamo noi il vero ago della bilancia e non la loro fame insaziabile di profitti, per cui sacrificano noi e il pianeta.

Ricollocare nell’alveo della scienza le soluzioni per la salvezza del pianeta, con una attenta programmazione dell’energia e della materia consumata per produrre i beni necessari, è una battaglia già cominciata che i rivoluzionari non possono ignorare.

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