Invalsi: una nuova forma di schiavitù sull’altare del capitalismo

di Nikita

Io insegno. Preparo, tra le altre cose, i miei alunni alle forche caudine della prova Invalsi. E poi, più tardi, a fine anno, dovrò valutare le loro competenze.

Provo ad addormentare il cervello, provo a non farmi prendere dal vizio assurdo del pensare. Poi vedo gli occhi, scurissimi e persi nel vuoto, di Y. che viene dal Marocco ed annega di fronte ad espressioni come “fare il cicerone” ormai obsolete anche qui.  Mi sento sfiorare la mano da A. che ha due genitori operai che, alle sei di sera, tornano sfiniti e c’è da preparare la cena, c’é da farsi una doccia, e magari non ce la fanno proprio a cercare con lei i sinonimi di “repentino” ed “indelebile”. Un tocco lieve, gentile com’è lei. Una richiesta d’aiuto. Un aiuto che non posso darle perché falserebbe il risultato, non la allenerei correttamente. S. invece lancia ai compagni sguardi soddisfatti e consegna in anticipo. Lei viene da una famiglia alto-borghese; i suoi, entrambi professionisti, la portano a teatro, alle mostre, le regalano libri, l’aiutano con i compiti e, quando non hanno tempo, c’è una dada pronta a farlo.

Chiudo gli occhi, mi ripeto che sto cadendo in un trito stereotipo, ma la rabbia mi monta dentro, inarrestabile e potente come un’alluvione. Ma, in uno sprazzo di lucidità, intravedo una verità dannatamente semplice: la prova Invalsi è quanto di più socialmente orripilante uno Stato possa concepire.  Perché, se è vero come è vero, che la scuola è un’agenzia formativa che può, in un contesto capitalista, offrire opportunità di emancipazione sociale, è altrettanto terribilmente vero che chi vive in un contesto culturalmente meno elevato, troverà nell’ Invalsi un ostacolo problematico. E in questi anni a nulla sono valse le proteste dei docenti, gli scioperi, il rifiuto della correzione: il MIUR è andato avanti per la sua strada, senza ascoltare. Anzi, ha fatto di peggio, ha creato un’altra “mostruosità senza senso” (come il filologo Luciano Canfora ha definito l’Invalsi): la certificazione delle competenze che, con lo “spirito di iniziativa”, accoglie fin dalla primaria la competenza chiave europea dello “spirito di iniziativa e di imprenditorialità”. Quindi, per indirizzare la forma mentis dei ragazzi verso lo status imprenditoriale secondo il modello Entrecomp (Entrepreneurship Competence Framework), il MIUR emana, per la scuola secondaria di secondo grado, il “Sillabo” per l’educazione all’imprenditorialità, stanzia finanziamenti dedicati e auspica una cooperazione a livello nazionale inviando all’ADI (Associazione Docenti e Dirigenti Italiani, più dirigenti che docenti, in realtà) il suddetto Entercomp con preghiera di ampia diffusione. A che tanto affanno?  Questa spinta alla mentalità imprenditoriale è ancora più grottesca e incomprensibile quando in parallelo negli ultimi anni si stanno abbattendo con la scure i diritti dei lavoratori (articolo 18, Jobs Act) e si stanno profilando all’orizzonte sempre maggiori modalità di lavoro non pagato per i giovani, con le Borse lavoro, la defunta Garanzia Giovani e adesso con la truffa dell’alternanza scuola-lavoro, una delle più invereconde forme di sfruttamento degli ultimi anni. Questi ragazzi diventeranno tutti imprenditori? O più verosimilmente andranno a ingrossare il bacino di disoccupati, sotto-occupati, troppo-qualificati e sfruttati?

La complicità tra scuola e aziende al fine dell’ottimizzazione dei profitti è ormai un patto d’acciaio.

Dalla primaria alle superiori l’Italia sdogana, con la benedizione dell’Europa, una nuova, solo apparentemente più elevata, forma di schiavitù ed immola sull’altare del capitalismo nuovi, ignari agnelli. Complimenti!

 

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