Perché il M5S è un movimento reazionario di massa

Pubblichiamo un’intervista a Marco Ferrando al sito “Il Pane e le rose”, nella quale vengono affrontati i temi all’ordine del giorno della fase attuale a partire dall’analisi e da un bilancio della natura del Movimento 5 Stelle e del suo portato sulla scena politica degli ultimi anni

Il sito Il Pane e le rose è stato tra quelli che, nell’ambito della sinistra di classe, meno hanno concesso circa la possibilità di usare “da sinistra” i successi elettorali del Movimento 5 Stelle. Alla luce dei fatti odierni, si è trattato d’un atteggiamento sensato ma forse è venuto il momento di spendere parole definitive sulla suddetta organizzazione politica. Per questo, non solo al fine di dissipare le residue illusioni attorno alla creatura di Gianroberto Casaleggio ma anche per collocarla correttamente nel quadro politico italiano, vi presentiamo una conversazione con Marco Ferrando. Le definizioni usate dal portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori sono indubbiamente forti, ma si fondano su una precisa analisi del blocco sociale di riferimento dei “grillini”.

Anzitutto, vorremmo tue valutazioni circa il consenso elettorale di cui il Movimento gode nei settori popolari… 
Credo che tra le ragioni fondamentali vi siano la crisi del movimento operaio e il connesso arretramento della coscienza politica della classe lavoratrice. Stiamo parlando di evidenti responsabilità da parte dei dirigenti politici e sindacali della sinistra italiana. Si pensi solo al fatto che, al piede di partenza di una devastante crisi economica, il governo Prodi s’è reso responsabile della più grande detassazione dei profitti – dell’Ires (Imposta sul reddito delle società) in particolare – mai vista sino ad allora, passata anche con i voti di Rifondazione Comunista. Le burocrazie sindacali confederali, poi, proprio negli anni più bui della crisi hanno quasi azzerato le spinte conflittuali, giungendo a indire solo tre ore di sciopero contro la Legge Fornero. In questo quadro, la disperazione prodotta dalle gravi difficoltà economiche ha spinto le masse popolari a cercare una sponda diversa da quelle tradizionali, trovandola nel Movimento 5 Stelle.

Per questa capacità di intercettare un disagio sociale diffuso i 5 Stelle sono stati spesso accostati a una realtà della politica spagnola come Podemos…
Podemos, però, è una realtà diversa, perché ha un imprinting di sinistra. E si rapporta di più alle lotte: la sua ascesa, in Spagna, è anche legata alla capacità di misurarsi con la mobilitazione degli indignados e le battaglie dei minatori e dei lavoratori dei cantieri. Poi, certo, Podemos rimane pur sempre un’espressione politica distorta di una dinamica progressiva, perché riconduce le spinte classiste al civismo e al riformismo. Ma i 5 Stelle si sono affermati in un contesto profondamente diverso, perché fortemente segnato dal riflusso. Il consenso di cui beneficiano nella classe operaia industriale è la misura indiretta del dramma che s’è consumato nella sinistra di questo paese. Un dramma confermato dalla tendenza ad abbellire il grillismo. Si pensi a Bersani che vagheggia un fantomatico governo progressista con i pentastellati. O a posizioni sbagliate emerse in organizzazioni collocate più a sinistra, come la Rete dei Comunisti che, per un certo periodo, ha assunto questo movimento come una sorta di interlocutore privilegiato del movimento operaio. Questo, mentre importanti esponenti pentastellati, a partire da Beppe Grillo, mettevano pubblicamente in discussione non tanto l’operato delle organizzazioni dei lavoratori, ma l’idea stessa di sindacato.

A questo punto andrebbero spese della parole circa la vera natura del Movimento… 
A nostro avviso, pur con alcune peculiarità, il Movimento 5 Stelle ha tutti i requisiti classici del movimento reazionario di massa. Lo si può definire come una variante originale del populismo montante in tutta Europa. Con una spiccata, e sempre più chiara, vocazione filo-padronale. Il suo programma economico-sociale, imperniato sulla centralità dell’impresa capitalistica e sull’ulteriore abbattimento dell’Ires, è in fondo un programma confindustriale classico. La questione è che, per capire meglio ciò di cui stiamo parlando, andrebbe distinto il blocco elettorale da quello sociale. Il blocco elettorale dei grillini comprende ampi settori popolari, con una forte presenza del proletariato industriale e del precariato giovanile. Ma il blocco sociale di riferimento è borghese, legato in particolare alla piccola e media borghesia, ossia a classi che, storicamente, non possono giungere a una vera autonomia dal grande capitale. Non a caso, tra i loro candidati, in questa tornata elettorale, ci sono molti imprenditori.

A questo proposito, si può dire che i grillini vengono attaccati dalla stampa berlusconiana perché ritenuti concorrenti nella difesa degli stessi interessi sociali?
Sì, è vero, c’è uno sconfinamento nel territorio di rappresentanza tipico di Forza Italia e dei suoi alleati. Ma da parte di Berlusconi e soci vedo anche una precisa operazione politica, nata dalla consapevolezza delle gravi difficoltà del Pd: ossia la tendenza a presentarsi come “voto utile” – riutilizzando a proprio vantaggio una retorica per anni scagliata contro il Cavaliere – in quanto unica forza capace di arginare l’ascesa pentastellata, narrata come un salto nel buio.

In verità, oggi, anche i 5 Stelle cercano di presentarsi come solida forza di governo… 
Certamente. All’inizio, il Movimento adottava una postura neosovranista, in concorrenza con la Lega. Dominava allora lo spartito del referendum sull’euro. Poi, però, due fattori hanno spinto a stemperare queste posizioni. Il primo è la minor presa della tematica anti-euro e Ue dopo la Brexit. I rischi di instabilità dei mercati e la paura per una situazione piena di incognite hanno portato ampi settori di piccola e media borghesia a diluire il proprio euroscetticismo. Il secondo elemento è che, in considerazione della già accennata crisi del Pd, risulta appunto forte la spinta ad accreditarsi, presso il grande capitale, come forza di gestione dell’esistente, il che implica la piena assunzione delle compatibilità e dei vincoli imposti dall’UE.

Diciamo che l’immagine di alterità del Movimento è attualmente affidata ad altri elementi, come la pratica di quella che chiamano, con molte forzature, “democrazia diretta”…
Anche questo è uno dei tratti del movimento reazionario di massa: attraverso la retorica sulla democrazia diretta si fa passare l’esaltazione del mito plebiscitario, con il capo che riceve continuamente il plauso di una massa di sostenitori passivi. I gruppi dirigenti non sono formalmente eletti da nessuno e l’unico oggetto di pronunciamento collettivo sono gli editti del capo da votare su internet. Insomma, la cultura plebiscitaria trova una rappresentazione estrema e caricaturale, mentre si spaccia come ritrovato principio democratico la vecchia solfa reazionaria del leader supremo. Per non dire del ruolo della Casaleggio Associati, che ha imposto un garante (Grillo), che è una figura vitalizia e ha selezionato tutta l’infrastruttura del Movimento, nonché indicato Di Maio come candidato alla Presidenza del Consiglio. Una vicenda che ricorda, in piccolo, i rapporti tra Publitalia e l’avventura politica berlusconiana.

Adesso emerge con chiarezza, ma per lungo tempo il funzionamento interno del Movimento è risultato piuttosto opaco. Così come poco chiari continuano ad apparire i suoi riferimenti internazionali…
Secondo noi, anche certi sodalizi politici su scala europea sono indicativi della vera natura del movimento: si pensi a quello delineatosi, nel Parlamento di Strasburgo, con l’ultrareazionario Ukip di Nigel Farage, frutto della iniziale tendenza “sovranista” del Movimento. Quando si è cominciato a mitigarla, è stato avviato il pasticciato – e non riuscito – tentativo di entrare nell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, quella di Mario Monti, per intenderci. Vediamo come e con chi i 5 Stelle si collocheranno in futuro. Intanto, però, è significativa, sul piano programmatico, la scelta di celebrare la riforma fiscale voluta, negli USA, da Donald Trump: un provvedimento pensato a totale vantaggio del padronato, con un fortissimo abbattimento delle aliquote fiscali per le imprese. Non è privo di rilievo neppure il continuo complimentarsi con Emmanuel Macron, dipinto come liquidatore dei vecchi partiti ma soprattutto a capo di un esecutivo che sta portando avanti una massiccia offensiva contro il mondo del lavoro. Queste opzioni continuano ad essere ignorate a sinistra, mentre sarebbe necessario denunciarle, soprattutto per riscattarsi dall’aver indicato nei grillini un possibile referente delle lotte sociali.

A sinistra, sono state più che altro criticate le loro posizioni, assai becere, sull’immigrazione. A questo riguardo si può dire che esse non sono solo ideologiche, basandosi pure su interessi concreti?
Naturalmente sì: quando vuoi rappresentare la piccola e media impresa ti fai carico anche della cultura del super-sfruttamento degli immigrati. Del resto, tutti sanno che l’attuale ondata migratoria di massa, dall’Africa e non solo, non può essere veramente fermata, ma mantenendo gli immigrati nella condizione di persone senza diritti li si rende più ricattabili e si fa in modo che continuino ad essere la base della prosperità di quelle piccole e medie imprese che sono sopravvissute alla crisi. Va poi segnalato che il salto di qualità compiuto dal governo italiano l’estate scorsa, con la criminalizzazione delle ONG impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo, si deve anche alla pressione del Movimento 5 Stelle che, muovendo appunto da motivazioni materiali simili a quelle delle forze canonicamente di destra, ha finito per assumere, rispetto agli immigrati, un approccio particolarmente spietato.

Il Pane e le rose – classe capitale e partito
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