Elezioni in Gran Bretagna: la sconfitta dell’operazione May

Il risultato delle elezioni inglesi è inequivocabile: una sconfitta politica netta della premier Theresa May. La premier inglese aveva puntato ad elezioni politiche anticipate per rafforzare la propria maggioranza in Parlamento. Si ritrova senza una maggioranza autosufficiente, avendo perso 12 seggi, e dovrà probabilmente negoziare un nuovo (precario) equilibrio di governo col piccolo partito protestante unionista del Nord Irlanda. May aveva puntato sulla umiliazione del Labour di Corbyn, contando di capitalizzare i sondaggi promettenti di un mese fa. Si ritrova con un Labour in netta ripresa, che guadagna 31 nuovi seggi e che vede Jeremy Corbyn vincitore morale indiscusso della competizione.
La sconfitta di Theresa May non poteva essere dunque più clamorosa. Un Partito Conservatore già sconfitto e lacerato dalla prova della Brexit – dopo il fallimento della spericolata operazione di Cameron – incassa a un anno di distanza un secondo colpo, che può destabilizzare gli assetti interni del partito e la composizione del suo governo. La stessa tenuta della premier May non è affatto scontata.
Il fatto che tutto questo accada alla vigilia dell’apertura del difficile negoziato della Gran Bretagna con la UE sui rapporti del dopo Brexit è un fattore di comprensibile preoccupazione per il capitale finanziario britannico, e non solo. La caduta della sterlina è un sintomo eloquente del disagio.

IL FALLIMENTO DI UN DISEGNO DI SFONDAMENTO

Indossando improvvisamente i panni di sostenitrice di una Brexit radicale, Theresa May aveva puntato a capitalizzare l’elettorato del partito reazionario UKIP. Annunciando una retorica preoccupazione “sociale” per la crescita delle disuguaglianze, la premier aveva puntato a una incursione parallela nello stesso elettorato laburista, che immaginava allo sbando. Questa operazione complessiva di sfondamento è fallita. L’elettorato UKIP è stato in parte significativa conquistato (col relativo crollo dell’UKIP), ma l’improbabile immagine sociale di un Partito Conservatore “amico dei poveri” è franata rovinosamente durante la stessa campagna elettorale. La cosiddetta “tassa per la demenza” – la tassa sui beni dei malati cronici per finanziare le loro cure – ha bucato il pallone della propaganda conservatrice, svelandone la cinica ipocrisia. Mentre il peso materiale dei tagli sociali programmati dall’ex ministro delle Finanze Osborne, contro sanità, istruzione, trasporti, sussidi, riproponeva il volto crudo della realtà quotidiana per milioni di sfruttati. Il tentativo di trasformare il Partito Conservatore in una sorta di CDU non ha trovato una base materiale nella crisi capitalistica. Tutte le apologie sulla ripresa inglese, già contraddette dalla modestia dei numeri, si sono scontrate con la materialità della crisi sociale, la stessa che aveva trovato un’espressione distorta in chiave reazionaria nel voto favorevole alla Brexit.

Le elezioni inglesi registrano una seconda sconfitta: quella della destra blairiana del Labour. Dopo i ripetuti fallimenti dei tentativi di rovesciare Corbyn, la destra blairiana puntava tutte le proprie carte su una sconfitta elettorale umiliante del Partito Laburista. Una sconfitta che secondo i piani avrebbe aperto la via di una caduta di Corbyn, o avrebbe legittimato una scissione a destra del Labour. Ma innamorati della propria fiaba, i blairiani hanno ignorato la realtà. La campagna elettorale di Corbyn ha dato impulso a un forte recupero elettorale del Labour, nel segno di una ricomposizione del proprio blocco sociale e in particolare di una forte attrazione del voto giovanile. L’aumento dell’affluenza al voto (69%) è stata principalmente sospinta proprio dal richiamo del Labour.

REALTÀ E IMMAGINE DI JEREMY CORBYN

Intendiamoci: contrariamente a vulgate diffuse a sinistra, il programma e la politica di Corbyn non hanno proprio nulla di rivoluzionario. Come osserva disincantato il direttore di Prospect, Tom Clark, il programma di Corbyn non metterebbe in discussione neppure il grosso dei tagli di Osborne e i loro effetti cumulativi negli anni: un calo annunciato del 10% del reddito dei poveri nei prossimi anni si ridurrebbe a un calo del 7%; i tagli cumulativi di 40 miliardi complessivi alla sanità pubblica si ridurrebbero a 30 miliardi. Peraltro il programma delle terribili “nazionalizzazioni” si riduce sostanzialmente alle ferrovie (in autentico disfacimento dopo le privatizzazioni) e a parte dell’industria energetica. Nei fatti, un programma meno radicale dell’ultimo programma del Labour (Michael Foot, 1980/83) prima del lungo ciclo blairiano.

Ma proprio la lunga esperienza blairiana, col suo ostentato disprezzo per la tradizione riformista del Labour, ha contribuito in modo decisivo a connotare l’immagine di svolta del programma di Corbyn, mentre la rozza polemica frontale di tutto l’establishment britannico contro il suo cosiddetto veteromarxismo ha sicuramente nutrito la popolarità del leader laburista a livello di massa. È un punto importante.

Sinora il fenomeno Corbyn era rimasto essenzialmente circoscritto all’interno del Labour. Il movimento organizzato Momentum aveva sospinto la duplice vittoria di Corbyn alle primarie, mentre il nuovo corso laburista polarizzava l’adesione al partito di una nuova leva di giovani militanti e lavoratori. Con le elezioni politiche dell’8 giugno, il fenomeno Corbyn conosce una legittimazione politica più ampia a livello di massa. Milioni di lavoratori e lavoratrici hanno visto in Corbyn una leva di contrapposizione ai conservatori e alle politiche sociali dominanti. Persino una parte del blocco sociale del malcontento che aveva trovato espressione nel voto alla Brexit, sotto l’egemonia reazionaria dell’UKIP e dello sciovinismo britannico, è travasata nel voto per Corbyn contro May. È la misura di come la sola ombra di un programma sociale alternativo, persino a dispetto della sua (modesta) realtà, possa in parte giocare sulle contraddizioni del blocco sociale reazionario e approfondirle.

PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DEL PROLETARIATO INGLESE

Verificheremo ora gli sviluppi dello scenario inglese. Verificheremo se e in che misura l’indebolimento del governo May e il successo politico di Corbyn potranno aprire il varco alla ripresa della lotta di classe in Gran Bretagna. Di certo una ripresa di mobilitazione del proletariato, sulla base di una piattaforma di lotta indipendente, potrebbe rappresentare un riferimento centrale per la gioventù precaria e disoccupata e un fattore di precipitazione della crisi politica dei conservatori. Ma la questione decisiva, in Gran Bretagna come ovunque, resta la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio. Sotto questo profilo il corbinismo non è la soluzione, ma un problema. Ogni visione politica che concepisca la costruzione della direzione alternativa del proletariato britannico come semplice frutto di una pressione a sinistra su Corbyn in funzione un uso di classe del riformismo, ripropone l’eterna illusione del centrismo. Tuttavia la radicalizzazione politica dell’avanguardia di classe e della gioventù che oggi si raccoglie attorno a Corbyn è un fenomeno importante e prezioso: riflette la crisi verticale del blairismo e l’emergere di una domanda di svolta. Costruire una relazione attiva con questa domanda e darle una prospettiva rivoluzionaria è un passaggio cruciale per la costruzione del partito leninista in Gran Bretagna.

Partito Comunista dei Lavoratori

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