Electrolux Forlì: triplo scacco del capitale al lavoro

1545182_722636281102541_497949989_nDi Falaghiste

 Giorni fa è circolata la notizia che lo stabilimento di Forlì è il più produttivo del gruppo, in Italia.

Come mai dalla crisi conclamata di due anni or sono si è passati all’apoteosi del profitto?

Infatti, alla fine del 2013, la direzione della multinazionale annunciò all’improvviso l’intenzione di delocalizzare all’estero le produzioni di alcuni stabilimenti italiani e numerosi esuberi in quello di Forlì. Dopo un braccio di ferro fra sindacati e azienda, proseguito per diversi mesi con manifestazioni, blocchi delle merci in uscita ecc., venne raggiunto un accordo in cui i lavoratori accettavano un aumento dei ritmi di lavoro in cambio del mantenimento delle produzioni in Italia e nuovi investimenti da parte dell’azienda.

Inoltre lo Stato si impegnava a fornire gli ammortizzatori sociali (contratti di solidarietà e cassa integrazione) a garanzia dei salari nei due anni previsti per la messa a regime dei nuovi sistemi e tecnologie produttive.

 Così è stato, la produttività è cresciuta e così i profitti dei proprietari e degli investitori; addirittura Electrolux si è permessa di aumentare i prezzi dei propri prodotti e ciò, considerate le condizioni non proprio floride del mercato, non è un risultato da poco.

Ma se produzione e produttività sono cresciute l’occupazione ha subito una tendenza inversa; i lavoratori impiegati nello stabilimento di Forlì continuano a calare: in virtù degli incentivi alle dimissioni volontarie e al blocco di nuove assunzioni. Anzi, pochi giorni fa l’azienda ha chiesto due sabati di straordinario obbligatori, ma di nuove assunzioni neanche a parlarne.

I sindacati hanno risposto “picche” e questo ha paralizzato la programmazione delle ferie estive.

Tuttavia in apparenza, data la scarsità di lavoro, già il fatto di aver evitato gli esuberi sembrerebbe dare ragione ai sindacati che due anni fa celebrarono l’accordo come una vittoria dei lavoratori; ma la realtà è diversa, opposta e contraria.

 Esistono due modi per aumentare il plusvalore (profitto) a parità di orario di lavoro e di salario: uno è aumentare l’intensità del lavoro (plusvalore assoluto), il secondo è aumentare la produttività (meno tempo per unità di prodotto) automatizzando e razionalizzando il processo produttivo. In tal modo cala l’incidenza del costo della forza lavoro sul prezzo della merce venduta sul mercato (salario relativo o proporzionale) .

Per esempio: se un’azienda investe 20 € in salario, più altri 40 € per macchine, energia ecc. (tot. investimento 60 €) per produrre merci del valore di 80 €, il profitto sarà di 20 €.

Ma se l’investimento è sempre di 20 € in salario, più 60 € in nuove tecnologie (tot. 80 €) e produce merci del valore di 120 €, il rapporto fra salario e profitto cambia: da un terzo al salario e un terzo al profitto diventa di un sesto al salario e un terzo al profitto.

 Electrolux ha agito su entrambi i fattori, aumentando sia i ritmi che l’automazione, e in più si è fatta pagare dallo Stato la disponibilità della forza lavoro nella fase di transizione fra il vecchio e il nuovo sistema produttivo: triplo scacco del capitale al lavoro!

 Ma a questo punto il solito sindacalista potrebbe obiettare: “Lo so che è aumentato lo sfruttamento, ma il potere d’acquisto (salario reale) dei lavoratori Electrolux è rimasto intatto e rispetto alla media dei salari è ancora un buon salario!”.

Insomma chi se ne frega se i padroni ci hanno guadagnato di più; l’importante adesso è resistere fino a che non sarà passata la crisi.

E l’operaio ligio al dovere potrebbe aggiungere, con educazione: “In fondo se va bene l’azienda andiamo bene anche noi”.

A queste affermazioni, dettate apparentemente del buon senso corrente, non resta che rispondere con le parole di uno che di economia se ne intendeva.

 Da “Lavoro salariato e Capitale” di Karl Marx

 “Un rapido aumento del capitale significa un rapido aumento del profitto. Il profitto può aumentare rapidamente soltanto quando il salario relativo diminuisce con la stessa rapidità. Il salario relativo può diminuire anche se il salario reale sale assieme al salario nominale, cioè al valore monetario del lavoro, a condizione che esso non salga nella stessa proporzione che il profitto. Se, per esempio, in epoche di buoni affari il salario aumenta del 5% mentre il profitto del 30%, il salario proporzionale, relativo, non è aumentato, ma diminuito. Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale”

 In conclusione, la prossima volta che Electrolux tornerà alla carica per ridurre ancora il costo del lavoro, troverà i lavoratori ancora più deboli e disposti alla resa. I burocrati sindacali che la volta scorsa “hanno dato un dito per non perdere la mano” saranno disposti a dare la mano per non perderle entrambe. Ma non si tratta della loro mano, naturalmente, ma quella di coloro che dovrebbero rappresentare.

A meno che i lavoratori non si ribellino e facciano saltare il banco. Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà, come sempre, al loro fianco.

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