Viva la borghesia! Che bruci la borghesia!

10376031_253228941545731_7053604954065435471_nDi falaghiste

È vero che l’uomo è un essere sociale, ma il fatto stesso che è “un essere” ne definisce il rapporto con gli altri esseri, intesi come moltitudine di uomini e donne, unici e irripetibili.

Significa che la qualità del rapporto fra individuo e individuo, e individui e società, è un rapporto la cui qualità dipende dalle circostanze.

Tali circostanze sono praticamente infinite nel caleidoscopico divenire della storia umana e per legittimarle si è ricorso a sempre nuove religioni, filosofie, miti o superstizioni. Se noi per descrivere il nostro tempo ricorriamo al lessico corrente della cultura liberale, intinto come un biscottino amaro nel miele del cristianesimo ufficiale, troveremo senz’altro chi ci condivide ma non faremo a noi stessi e alle masse sfruttate un buon servizio.

Se usiamo le coppie speculari del bene opposto al male, del giusto contro l’ingiusto e dell’altruismo contrapposto simmetricamente all’egoismo, saremo più comprensibili alla società (indistinta) che in maggioranza condivide/subisce “lo spirito del tempo”, ma giocheremo sul terreno dell’avversario. Infatti, se noi affermiamo che l’uomo è per natura altruista ci scontriamo sul terreno della fede o della filosofia con coloro che affermano il contrario; cioè che l’uomo è naturalmente portato all’egoismo, o perlomeno che è perennemente oscillante fra il bene e il male.

Anzi: se vogliamo combattere una battaglia per l’egemonia contro i nostri avversari di classe (la borghesia e l’economia del capitale) per diffondere una cultura classista fra le avanguardie della nostra classe (la classe operaia e le altre classi subalterne) dobbiamo usare un lessico funzionale, appunto, alla lotta di classe e rottamare quello che la nega o propaganda la collaborazione fra classi.

Il marxismo non è un dogma né una filosofia, ma il tentativo di interpretare i fenomeni sociali attraverso lo studio e l’analisi dell’unica propensione davvero naturale dell’uomo, e quindi immutabile, che è lo scambiarsi “lavoro concreto” per produrre i beni necessari alla sopravvivenza. E questo senza ignorare l’importanza degli aspetti trascendenti (i sentimenti) senza i quali prevarrebbe il puro istinto animale (con tutto il rispetto che meritano gli animali); ma che cosa è l’uomo se non un essere animale che si è elevato al di sopra della sua natura, attraverso lo sviluppo della scienza e della ragione?

Del resto gli esseri umani, non troppo diversamente dagli altri viventi che abitano il pianeta, hanno dimostrato di saper agire con uguale determinazione sia nella collaborazione che nella guerra.

Ma c’è una differenza fra uomo e animali: l’uomo ha sviluppato la capacità di utilizzare l’energia e la materia naturale a proprio beneficio e per farlo nella maniera migliore possibile ha dovuto sviluppare una sempre maggiore collaborazione sociale e sapienza tecnologica.

La società capitalista dal punto di vista della morale, del bene, del male o dell’egoismo non è stata peggiore delle società classiche e della società medioevale; anzi, per sua necessità intrinseca (lo sviluppo delle forze produttive e del capitale) ha innescato una formidabile accelerazione della collaborazione sociale: se in passato le varie società, i vari settori produttivi potevano funzionare separatamente, oggi devono dipendere uno dall’altro pena la decadenza.

Non si può nemmeno negare che la borghesia abbia imposto i suoi valori e le sue istituzioni sconfiggendo, dopo una lotta secolare, la nobiltà di sangue e il clero, affermando concetti quali l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e laicità dello Stato.

Certo che si è trattato della democrazia e dell’uguaglianza della borghesia, o meglio di una sorta di dittatura democratica; e la borghesia non l’ha realizzata nemmeno da sola, ma con il consenso attivo e subalterno delle classi lavoratrici alle sue dipendenze: rivoluzione francese e, dopo la restaurazione del congresso di Vienna, le rivoluzioni del ‘48.

Però non si può negare che lo sviluppo della scienza e della tecnologia sia in gran parte merito suo. Ed è altrettanto innegabile, per esempio, che i giacobini, i carbonari e i coloni americani credessero veramente nell’eguaglianza e nella democrazia, anche se l’interpretavano in maniera idealista e nazional-patriottica.

Eppure quella stessa borghesia che si è battuta contro l’assolutismo non ha esitato, quando si è sentita minacciata, a sostenere e finanziare le più sanguinarie dittature come il nazi-fascismo, i regimi militari sudamericani, quello “dei colonnelli” in Grecia e, nel corso della “guerra fredda”, l’estremismo religioso islamico, con tutte le attuali disastrose conseguenze.

In senso opposto però, la borghesia, ha promosso l’alfabetizzazione di massa e mai nella storia dell’umanità così tanti individui hanno avuto l’opportunità di liberarsi dalla miseria, materiale e intellettuale.

Certo che lo “stato sociale” e i diritti dei lavoratori non sono stati merito della borghesia, che infatti se li sta riprendendo tutti, ma delle lotte della classe operaia e della “paura del comunismo”. Inoltre allo sviluppo dell’occidente è corrisposto il colonialismo e l’imperialismo che ha razziato per secoli in resto del pianeta, distruggendo culture ed economie tecnologicamente più arretrate (ma non per questo inferiori) e attuando il più grande genocidio della storia, quello dei nativi americani.

A voler giudicare “l’imperium” della borghesia con la morale, esso non risulta essere stato migliore o peggiore di altri: dei re guerrieri arcaici, della caste sacerdotali egiziane o azteche, dell’aristocrazia romana, della nobiltà medioevale, delle caste guerriere zulu o mongole, degli imperatori mogol, turchi e della grande madre Russia, ecc.

Del resto da quando le società si sono divise in classi, le classi dominanti hanno fatto di tutto per mantenere e moltiplicare i propri privilegi; inutile stupirsi o scandalizzarsi di questo.

Però, la borghesia lo ha fatto in modo diverso traghettando l’umanità dalla riva della superstizione a quella della scienza: un passaggio epocale simile, per conseguenze e implicazioni, alla fine del nomadismo e l’inizio dell’agricoltura e dell’allevamento.

Non vedere il ruolo storico progressivo della borghesia significa negare il concetto stesso di progresso e sostenere le tesi, regressive e reazionarie, dell’escatologia cattolica (branca della teologia che si occupa della fine dei tempi, ossia dell’apocalisse). Significherebbe concepire la storia come il ripetersi del sempre uguale, sebbene in forme diverse, e quindi senza alcuna speranza per gli sfruttati, che sarebbero risarciti del male patito soltanto dopo la morte, oppure quando il Cristo tornerà sulla terra e sconfiggerà definitivamente il demonio. Inutile speranza e magra consolazione!

Allora perché ci battiamo contro la borghesia? Perché la borghesia che ha creato l’economia di mercato per sé medesima, non può e non vuole in quanto classe dominante condividere i frutti dell’immenso macchina produttiva che ha avviato e imposto all’intero pianeta. A questo punto o questo potere viene messo al servizio dell’intera umanità, o l’umanità e il sistema ecologico nel quale l’uomo si è evoluto, rischiano davvero la distruzione.

Questa è la contraddizione fra capitale e lavoro, dove il lavoro massimamente socializzato non si trasforma in beni utili e socializzati ma in valore fittizio: il denaro.

È una visione materialistica della storia? Certo che lo è, ma non per questo meno “umana” di tutte le ballerine filosofie pro-tempore o dottrine politiche di comodo, buone soltanto per giustificare le peggiori porcate commesse da “lor signori”.

La lotta di classe non si svolge solo per il controllo dei mezzi di produzione ma anche per l’egemonia dei linguaggi della comunicazione di massa che descrivono la lotta fra classi sociali.

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