Il metro del giudizio e il peso della sconfitta. Sul caso Saeco e su altre crisi industriali

da Marxpedia.org

1. Quando si conclude una vertenza campale come quella della Philips-Saeco di Gaggio Montano (Porretta) – 71 giorni di presidio della fabbrica – si enfatizza giustamente la generosità con cui si è mobilitata e ha resistito l’intera comunità operaia. Si sottolinea come senza tale mobilitazione nessun risultato si sarebbe prodotto. Si chiede rispetto per lavoratori che pagheranno nei prossimi mesi con la perdita del lavoro o con la cassa integrazione. Si evidenziano insomma elementi di profonda verità. Elementi che però non possono diventare barriere per evitare un dibattito su quanto accaduto.

2. Noi non siamo giornalisti, non siamo professionisti della politica alla ricerca di voti. Abbiamo un interesse diretto nel comprendere i fatti: siamo lavoratori che potrebbero trovarsi domani nella stessa situazione della Saeco. Risentiamo della condizione generale della classe. Siamo i precari che quando chiude un’azienda vedono allontanarsi la possibilità di trovare un posto più stabile. Siamo i disoccupati che maledicono ogni posto di lavoro perso e ogni disoccupato in più alla ricerca di lavoro. Siamo coinvolti da ogni mobilitazione perché è direttamente o indirettamente anche nostra. La solidarietà portata alla Saeco non era quindi caritatevole o “umana”. Era portata da questo ragionamento: ogni singola lotta ci riguarda perché parte di una lotta più complessiva, perché la vittoria o la sconfitta di uno diventa potenzialmente la vittoria o la sconfitta di tutti. Se la lotta ci riguarda, nello stesso modo ci riguarda il suo esito.

3. L’accordo raggiunto tra le parti sociali riguardo la Philips-Saeco non può essere considerato positivo. Lo considera positivo il Pd, lo incensa Repubblica. I vertici di Cgil, Cisl e Uil esprimono soddisfazione. Alcuni commentatori preferiscono parlare di “accordo amaro”, la direzione della Fiom di “migliore accordo possibile”. Se un accordo era l’unico possibile, non può essere amaro. Se è amaro non può essere positivo.

4. Tutto sta al metro di giudizio. Se ti minacciano di tagliarti il braccio e in fin dei conti perdi solo le dita, potrai perfino accettare con sollievo simile compromesso. Il sollievo potrebbe passare non appena tornano a minacciarti e oltre alle dita devi dare la mano. E infine ti renderai conto di non aver avuto mai nessuna libertà di scelta quando, perse dita e mano, sarai costretto ad accettare anche il taglio del braccio.

5. Chi definisce questo accordo inevitabile parte da alcuni presupposti: un solo stabilimento difficilmente può piegare una intera multinazionale, in assenza di una politica operaia la sola vertenza sindacale difficilmente può sperare di vincere, in assenza di una generalizzazione della mobilitazione la singola fabbrica viene presto o tardi sottoposta al ricatto. Tutto astrattamente corretto, ma niente che non si sapesse prima. Negli ultimi 7 anni di crisi si è perso un terzo della capacità produttiva dell’industria metalmeccanica. La vertenza Saeco arriva alla fine di questo periodo non all’inizio. Il punto è quindi se i vertici sindacali prendono atto di queste generiche verità per modificarle o se ne prendono atto per auto-assolvere accordi a perdere.

6. Veniamo ai contenuti, per quanto emergono ad oggi: da 243 licenziamenti si passa (forse?) a 190. Fatto di per sé quasi scontato. In qualunque trattativa si spara una cifra iniziale consapevoli che verrà ridimensionata nel finale. I licenziamenti saranno “volontari” e incentivati. Tuttavia gli esuberi non spariscono e l’azienda non modifica il piano industriale. Significativamente tutti i lavoratori intervistati sottolineano di “non avere scelta” e di “dover” accettare. In un tale contesto parlare di volontarietà è totalmente fuori luogo. Chi aderisce alla mobilità volontaria entro i primi dieci giorni di aprile riceverà 75000 euro lordi (60000 netti), chi lo farà dopo ne riceverà 55.000 e dopo il 30 giugno 40.000. Per gli altri ci sarà cassa integrazione e solo il rischio di un rinvio della mobilità. La scelta “volontaria” consiste in questo: aderire oggi con gli incentivi alla mobilità o rischiare domani la mobilità senza incentivi. Philips paga un prezzo, ma niente che non avesse già probabilmente messo in conto. E anche qua nessuna novità: le aziende sono disposte spesso a pagare per levarsi di torno dei lavoratori. La Regione si impegna a “piani di ricollocamento”. L’esperienza ci insegna che tali piani sono spesso disattesi o inefficaci. Servono a prefigurare una speranza illusoria a chi deve accettare una mobilità.

7. Questo accordo non ferma ma costituisce anzi una ulteriore tappa di un graduale e progressivo smantellamento del sito produttivo. La Saeco è passata da 2172 dipendenti negli anni ’90 ad averne 1400 nel 2009 al momento dell’acquisizione di Philips. Oggi lo stabilimento di Gaggio (Porretta) passa dagli attuali 543 a circa 350. Un numero che mette potenzialmente a rischio la sostenibilità dell’economia di scala dello stabilimento e sposta quote crescenti della produzione verso la Romania dove lo stabilimento della Philips viaggia sui 500.000 pezzi annui.

8. Una parola va detta sulla Fiom. Electrolux, Ast di Terni, Whirlpool, oggi Saeco e chissà domani Ilva: il copione inizia essere ricorrente e consolidato. Vertenze che incendiano territori, che generano aspettativa, che registrano la disponibilità alla lotta non solo del resto della classe operaia ma di interi settori sociali e che finiscono con accordi a perdere dove il Governo si accredita come il salvatore del salvabile. Proprio quando la forza della lotta getta tutto il peso sulla direzione Fiom, la direzione Fiom professa la propria impotenza invocando la “politica che deve intervenire”. Compagni, il Pd ha dimostrato a più riprese di essere il partito dei poteri forti. E questa verità non è sufficiente professarla nei giorni di festa o di comizio. Il punto è attrezzare le nostre mobilitazione per sconfiggere i rappresentanti politici delle aziende, non per invocarne l’intervento.

9. L’accordo Saeco arriva per giunta con una capacità di mobilitazione ancora intatta. Resistere per difendere ogni posto di lavoro e sconfiggere Philips era ancora alla portata.

10. Un’ultima considerazione: l’assemblea dei lavoratori Saeco ha accolto con un abbraccio emotivo i sindacalisti tornati dalla trattativa. Nessuna proposta alternativa ci sembra sia emersa e nessuna direzione alternativa della lotta è emersa nel corso di questi 70 giorni. Questo non deve ingannare sul reale grado di accettazione dell’accordo. Risponde semmai a un’altra logica: se non si costruisce una direzione potenzialmente alternativa in anticipo, difficilmente questa emerge durante una vertenza dove la paura tende a far stringere i lavoratori attorno al proprio funzionario sindacale di riferimento. Chiunque abbia oggi la volontà di far emergere nel movimento operaio una impostazione sindacale e politica differente difficilmente può sperare di farlo nella rincorsa alle diverse vertenze. Un lavoro paziente e quotidiano ha il compito di radicare queste idee giorno dopo giorno.

I lavoratori hanno dimostrato la propria enorme generosità nella mobilitazione a dispetto dei limiti delle proprie organizzazioni. I limiti di queste organizzazioni dimostrano di essere barriere che non possono essere rimosse dalla semplice generosità.

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