Intervista a una lavoratrice CISA – Tutto in nome del profitto

Pubblichiamo l’intervista a Sara Cavina, lavoratrice CISA.
Per approfondire la questione CISA vi invitiamo anche a leggere il post di Sara “Uno sguardo da dentro CISAQual è l’attuale situazione della CISA?

Per raccontarti qual è l’attuale situazione CISA, devo farti un breve excursus storico: la CISA, storica azienda nata nel 1926 a Firenze, produttiva su suolo faentino dal 1944 e sempre gestita da imprenditori faentini, è stata comprata una decina di anni fa dalla multinazionale Ingersoll Rand e, a dicembre 2013, è fuoriuscita da essa per essere inglobata nella Allegion, una società quotata in borsa che raduna tutti i brand che si occupano di sistemi di sicurezza e che precedentemente facevano capo a Ingersoll Rand.
Stiamo parlando, dunque, di meno di due anni fa, e l’operazione ci venne raccontata con toni propagandistici, che esaltavano la posizione di assoluta centralità di Faenza in questa nuova avventura commerciale.
A tal proposito, allego un articolo uscito su Settesere nel marzo 2014, che, ad oggi, suona assai beffardo. Che qualcosa non stesse andando proprio come ci raccontavano, in fabbrica, abbiamo cominciato a sospettarlo ad inizio anno.
Fino ad allora, infatti, l’imperativo categorico era stato non fare magazzino, per nulla al mondo, poichè un magazzino pieno di merce invenduta è un capitale fermo che grava sulle spalle dell’azienda.
E invece, all’improvviso, abbiamo ricevuto ordine di cominciare a fare scorte.
Sollecitata dalla nostra RSU, la direzione ha dichiarato che questa nuova condotta era dovuta alla necessità di velocizzare il processo di consegna del prodotto finito al cliente, dato che negli ultimi anni la scelta di non fare magazzino ci aveva molto penalizzato in tal senso.
Ci abbiamo creduto?
Fra il sì e il no.
Diciamo che abbiamo peccato di ingenuità e di troppa fiducia nei confronti della direzione, ma il timore che qualcosa stesse andando pesantemente storto aleggia in fabbrica da mesi.

C’è da dire che la Allegion ha scelto con estrema cura le tempistiche di comunicazione delle sue volontà: ha addirittura rimandato l’incontro con cui ha informato i delegati sindacali a dopo le elezioni comunali (anzi, ad essere più precisi, addirittura a dopo il ballottaggio) per essere ben sicura che nessun candidato sindaco in piena campagna elettorale andasse a tirarla per la giacchetta pretendendo impegni per il futuro CISA.
Quindi ci siamo ritrovati a metà mese con la direzione che ha comunicato di aver richiesto l’apertura di un tavolo di trattative al Ministero dello Sviluppo Economico per il 23 giugno, cosa a dire il vero parecchio strana, visto che di solito non sono le aziende a rivolgersi al ministero, ma le rappresentanze sindacali.
C’è anche da dire che la procedura di ristrutturazione aziendale è stata annunciata, ma ad oggi non è ancora stata ufficialmente aperta (una volta aperta, l’azienda ha 45 giorni per portarla a termine).
E’ previsto per il 16 luglio un secondo incontro al ministero, in cui l’azienda dovrebbe presentare il piano industriale (cosa che fino ad ora non ha fatto, limitandosi a comunicare l’intenzione di delocalizzare all’estero la maggior parte della produzione e di liberarsi dei lavoratori in esubero).
Insomma, ad oggi è ancora tutto abbastanza indefinito.
Basandomi sulle informazioni in mio possesso oggi, io vedo solo due possibilità:
– che tutto sia già pronto per la delocalizzazione, e in tal caso non c’è più nulla da fare tranne cercare di spuntare un buon trattamento economico
– che l’azienda, agevolata dalle leggi in vigore, che consentono praticamente di tutto all’imprenditore, abbia sparato un numero ben più alto di esuberi rispetto a quelli che ci sono in realtà e che abbia in mente di ottenere dalla politica le cifre necessarie per ammodernare e rimettere in pista gli stabilimenti faentini, facendo passare l’intera operazione come un salvataggio in extremis di posti di lavoro ma, di fatto, spostandone per intero i costi sulla collettività.
In tal caso, chi ci garantisce che fra qualche anno, sfruttate tutte le agevolazioni economiche possibili, l’azienda non decida comunque di portare via il lavoro da Faenza, protetta dall’alibi del “noi abbiamo fatto tutto il possibile, avete visto come abbiamo collaborato, ma davvero non ce la si può fare a rimanere in Italia”?

Qual è l’attuale situazione sindacale/di coordinamento degli operai all’interno della fabbrica?
La maggior parte dei tesserati presenti in azienda, come in quasi tutte le realtà metalmeccaniche, fa capo alla CGIL, ma in azienda è presente una rappresentanza sindacale unita che ha sempre lavorato in sinergia, incurante delle divisioni registrate a livello nazionale negli ultimi anni.

Quali sono le iniziative di lotta in programma? Ti soddisfano le iniziative proposte dai sindacati?

Al momento, e per tutta la durata del tavolo di trattative, l’azienda si è impegnata a non far uscire macchinari nè lavorazioni dagli stabilimenti, dunque le iniziative in programma per il momento sono volte alla sensibilizzazione della cittadinanza verso il problema, alla ricerca della maggior visibilità mediatica sulla questione e alla sorveglianza attenta di quanto succede in azienda.
Per il momento abbiamo le mani abbastanza legate per quanto riguarda iniziative di sciopero: l’azienda non sta vendendo granchè, dunque i magazzini traboccano di prodotto finito (che, come già detto, per l’azienda è un costo). Se facessimo sciopero, faremmo solo un gran favore alla Allegion: niente prodotti in più che vadano ad intasare i magazzini e dipendenti a cui non dover corrispondere un salario…sarebbe oggettivamente un gran risparmio.
Dunque, in questo momento, si dà un fastidio maggiore continuando a lavorare regolarmente, a quanto pare.
E’ ovvio che, in caso di interruzione della trattativa o di qualunque altro avvenimento che giustifichi una reazione in tal senso, i lavoratori sono pronti a qualunque forma di protesta, inclusi lo sciopero prolungato e il picchettaggio dei cancelli per impedire il trasferimento dei macchinari e dei prodotti finiti, ma in questo momento siamo in attesa di ulteriori evoluzioni.

Cosa vuoi dire ai tuoi compagni, qual è la strada da seguire secondo te?
La situazione, a mio avviso, richiede nervi saldi e una visione lucida e globale della situazione.
Io sono fumantina, d’istinto sarei per le barricate, ma mi rendo conto – e lo dico con estremo scorno – che la risoluzione di questa situazione è in buona parte in mano alla politica.
La stessa politica che a livello nazionale vara leggi che permettono la delocalizzazione selvaggia è poi quella che viene chiamata a tentare di risolvere il problema a suon di incentivi economici e defiscalizzazioni in extremis, a spese dell’intera collettività.
Non credo di essere la sola a cogliere la profonda malattia di questo sistema e mi chiedo per quanto ancora sarà sostenibile.
Ciò che mi auguro è che, man mano che la vertenza andrà avanti, si riesca a mantenere la stessa unità fra dipendenti che ci contraddistingue in questo momento.
E’ importante che si continui a tenere presente che è necessario lottare per tutti, anche per chi non ha mai partecipato ad uno sciopero, anche per chi non si è mai visto durante un’assemblea, anche per chi, una volta comunicati i nomi dei sacrificabili, magari si sentirà al sicuro e abbandonerà la prima linea: è necessario non dimenticare che chiunque si salvi a questo giro non ha comunque il posto di lavoro garantito in eterno, sempre perchè la legge è dalla parte dell’imprenditore in queste azioni di massacro sociale, e un domani l’azienda potrebbe essere semplicemente chiusa in nome del profitto.

In che modo possono aiutarvi gli altri lavoratori?
Ciò che chiediamo agli altri lavoratori è di non perdere di vista il fatto che oggi sta capitando a noi, ma tutti i lavoratori dipendenti sono potenzialente a rischio.
Oltre a questo, mi preme mettere l’accento su un risvolto del problema ‘licenziamenti’ che spesso viene lasciato un po’ a margine: il problema non ce l’hanno solo quei 238 che si ritroveranno senza lavoro.
In una cittadina piccola come Faenza, il problema diventa di tutti: degli artigiani e delle piccole aziende che campano lavorando per la Cisa, dei tre servizi mensa in cui i dipendenti Cisa spendono quotidianamente il buono pasto, dei facchini che lavorano nei nostri magazzini e, non ultimi, di tutte le attività commerciali faentine, perchè se non ci sono stipendi da spendere nei negozi chi ci va?
I grandi datori di lavoro a Faenza erano quattro:
l’Omsa (e sappiamo come è andata a finire)
il Polo Ceramico, che versa in pessime condizioni ormai da anni
l’Ospedale, che si sta smembrando
e la Cisa.
Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che il problema Cisa non è solo il problema di chi ci lavora, ma il problema di un’intera cittadina.
A fronte di questo, chiediamo che ci vengano risparmiate almeno le polemiche e che tutta la cittadinanza supporti le nostre iniziative, fosse anche solo condividendo le notizie che ci riguardano su social network e canali comunicativi, tenendo viva l’attenzione e partecipando attivamente a ciò che decideremo di fare man mano che la vertenza andrà avanti.

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