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Electrolux: finiti i lamenti, ”se magna”

di Falaghiste

Da un paio di giorni nello stabilimento di Forlì si è tornati a orario pieno, cioè alle classiche otto ore (almeno per sei mesi), ma a causa dell’ultimo contratto con ritmi di sfruttamento maggiori.

L’azienda fa profitti e la crisi paventata appena un anno fa (con relative minacce di delocalizzazione) è soltanto un ricordo.

Addirittura sono stati richiesti alcuni sabati straordinari alla faccia dei piagnistei di qualche tempo fa.

Inoltre, la proprietà non sembra minimamente preoccupata dell’annuncio del Governo di sospendere l’erogazione degli ammortizzatori sociali previsti fino al 2017.

Dopo un momento di fibrillazione, anche il sindacato, appena venuto a conoscenza delle intenzioni del Governo e dato l’atteggiamento dell’azienda, tace.

Quando si magna, si magna e quindi tutto torna nell’alveo del normale sfruttamento quotidiano: del resto (per gli operai) finché c’è vita c’è speranza.

E poi è del tutto ovvio che un’azienda che chiede straordinari non abbia alcun diritto a contratti di solidarietà, finanziamenti pubblici, sgravi fiscali ecc.

Ma se le commesse prima o poi torneranno a calare, l’azienda tornerà a versare lacrime di coccodrillo e avrà un motivo in più per sostenere le sue pretese e, dal canto loro, i sindacati (Fiom in testa) saranno costretti a sostenerla (paradossalmente) contro il governo.

Ma era proprio necessario legarsi in questo modo al carro dei padroni? O meglio, è vero che ormai non esistono più margini di trattativa di fronte alle minacce di spostamento delle produzioni all’estero, verso paesi con un costo del lavoro più basso?

La situazione attuale conferma la tesi che abbiamo sempre sostenuto e cioè che la crisi sbandierata due anni fa era vera soltanto in parte.

Era vero cioè un calo di mercato, ma nel complesso Electrolux era un’azienda con potenzialità tali da non patire particolarmente quella situazione.
È evidente che approfittando del momento di crisi recessiva generale e avendo a che fare con un sindacato che peggio non ne esiste, Electrolux ha ristrutturato e poi moltiplicato i profitti sulla pelle dei soliti noti: i lavoratori.

Come il PCL ha sempre sostenuto, i margini per ottenere c’erano eccome; ma a condizione che la lotta fosse uguale e contraria alle minacce di chiusura e delocalizzazione in Polonia.

Insomma, era necessario occupare gli stabilimenti e rivendicarne la nazionalizzazione senza indennizzo per la proprietà e sotto il controllo dei lavoratori.

E questo è vero in particolar’ modo per lo stabilimento di Forlì.

In conclusione, si può continuare ad affermare che l’economia non è una scienza esatta.

Anche quando i dati (forniti sempre dal padrone) non sembrano concedere vie di uscita, la lotta di classe può rovesciare la situazione svelando il carattere classista della regole (presunte esatte) dell’economia di mercato.

Solo la lotta paga!

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