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SUL 25.

di Vercingetorix
Le celebrazioni per l’anniversario della Liberazione risentono purtroppo già da diversi anni, ma in modo particolare in questo 70esimo, della vuota retorica nella quale si svolgono e del clima reazionario del “volemose bene” che sta attraversando la politica e la società italiana. Il lungo percorso di ricollocamento al centro del Partito Democratico, già iniziato peraltro ai tempi del PDS, e accelerato bruscamente dalla prassi renziana, ha portato le istituzioni della Repubblica a modificare il contesto sociale di alcune delle più importanti ricorrenze civili del Paese.
Il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia del 1915, tragedia immane per le classi subalterne dei paesi del continente, ha reso ancor più evidente il disarmante quanto vuoto retaggio folkloristico di un paese incapace di fare i conti con sé stesso. La retorica tardo risorgimentale, l’irredentismo, le marcette, la “vittoria mutilata” sono tornate à la page in questo triste 2015, con Giorgia Meloni che chiama a raccolta gli italici fustacchioni il 24 maggio sulle rive del Piave. Peccato però che il confine tra Italia ed Austria-Ungheria nel ’15 fosse tracciato dal fiume Isonzo, mentre il Piave fu la linea in cui il Regio esercito si attestò dopo la celeberrima Caporetto.
La strada aperta inoltre dall’istituzione della Giornata del ricordo, con legge scritta ad hoc da ex MSI, che ha stravolto la narrazione storica del delicatissimo Fronte Orientale della Seconda Guerra mondiale, sdoganando la tanto cara immagine degli italiani “brava gente”, un po’ criminali di guerra ma non troppo in confronto ai cattivoni tedeschi, un po’ mandolino e olio di ricino, un po’ dediti alla pulizia etnica, alla denazionalizzazione, alla persecuzione delle maggioranze allofone e culturali in nome del re e imperatore e del duce ma in fondo bravi ragazzi su cui è piombato senza alcun apparente motivo il bruto “disegno annessionistico slavo” (cit. Giorgio Napolitano), ha disintegrato anche l’essenza del 25 aprile.
Il giorno della Liberazione è quindi diventato un giorno di ferie in cui il perbenismo e la mistificazione storica fanno bello sfoggio di sé. Non più la Resistenza, i liberatori, da una parte ed il Nazifascismo, i soggioganti, dall’altra, con una chiara connotazione morale e storica della guerra che li ha contrapposti, e delle opposte visioni del mondo che li hanno storicamente caratterizzati; bensì una pittoresca sfilata delle divise più orpellate a disposizione delle forze armate della repubblica. Una scampagnata di carabinieri, granatieri, artiglieri, paracadutisti e via discorrendo per le vie delle città. A Rimini c’era pure una simpatica delegazione dei Guardiani delle Reali tombe dei Savoia del Pantheon. Evidentemente la memoria mi difetta ed erro quando mi par di ricordare che il trono d’Italia fino al 1946 era occupato proprio da quei signori lì, i quali dopo aver sostenuto per vent’anni il fascismo e le peggiori avventure coloniali in Africa (nelle quali, per inciso, l’esercito italiano ha commesso una nutrita collezione di atrocità degne del più becero califfo) hanno cercato poi di recuperare un’ipotetica dignità scaricando Mussolini e consegnando il paese all’occupazione tedesca.
Il disegno politico è evidente: il tanto evocato Partito della Nazione ha bisogno di ridisegnare la narrazione storica e trasformarla in un limbo oscuro in cui nessuno ha colpe e tutti hanno meriti, in cui è esistita qualche entità cattiva che poi si è dissolta nell’aria, consegnandoci la meraviglia della Repubblica il cui fulgido figlio è il nostro nuovo capetto Renzi. Tutti belli, tutti buoni e tutti integri, innocenti e puri. Coi fascisti di oggi infatti bisogna parlare, perché la democrazia impone di “parlare con tutti”. E niente conflitti sociali, una bella nazione solida, dalla ferrea volontà e proiettata verso un futuro radioso, quella di Mussolini come quella di Renzi.

La realtà, ovviamente, è ben diversa dal quadretto che il Ministero della Propaganda ci consegna: il conflitto tra capitale e lavoro si inasprisce da un “act” all’altro e le parole d’ordine degli scioperi del marzo ’43 sono più attuali che mai: pane, pace e lavoro. Come sempre sta a noi non arrenderci alle derive interclassiste della narrazione renziana e al mito delle “riforme” che, guarda un po’, si declinano sempre in uno smantellamento dei diritti dei lavoratori e nell’erosione dello stato sociale.
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