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Corrotti e corruttori: di chi è la colpa?

Di falaghiste
 “Il pane e le rose” rivista on-line di area comunista il giorno 15 c.m. ha pubblicato un interessante articolo di Michele Castaldo sull’argomento che in questo momento spopola a sinistra: la discesa in campo di Maurizio Landini.
I giudizi e le considerazioni che ne da’ Castaldo  possono essere nel complesso  condivisibili  ma non è su questi che mi voglio soffermare.
Quello che colpisce è il suo giudizio, del tutto gratuito e assolutamente ideologico, nel senso peggiore del termine, su coloro (noi fra quelli) che considerano i sindacati fra i massimi responsabili della situazione disperata in cui si trovano oggi i lavoratori italiani e in generale le classi subalterne:
” Poi alcuni poveri di spirito scriveranno che le responsabilità di quanto fin’ora è accaduto è dei vertici sindacali e politici della sinistra di cui Landini faceva e fa tutt’ora parte, rimuovendo così la responsabilità principe dovuta alla forza corruttiva del capitale. Ma questo è un giudizio che lasciamo, appunto, ai poveri di spirito.”
Così, in poche parole egli liquida il fallimento storico del riformismo e le disastrose conseguenze della concertazione  sindacale che da esso deriva, assolvendone  in massa i responsabili, i quali sarebbero le vittime di un potere alla cui forza è sovraumano opporsi. Sarebbero invece poveri di spirito tutti coloro che  pongono alla base della rinascita del movimento operaio il cambio di una classe dirigente che ha fallito su tutti i fronti, primo fra tutti quello dell’autonoma  della classe lavoratrice dagli interessi del capitale.
Elude inoltre il problema della separazione fra dirigenti e diretti che progressivamente ha trasformato il funzionario sindacale in un burocrate i cui interessi personali sono diventati sempre meno prossimi a quelli di coloro che dovrebbe  rappresentare.
In quanto al potere corruttivo dei padroni, c’è sempre stato anche in stagioni ben più feconde per la sinistra e per il movimento operaio, ma era limitato ai singoli e non poteva colpire un’intera organizzazione fino a quando in essa la divisione fra dirigenti e diretti era sostanzialmente di carattere tecnico-organizzativo e non riguardava l’ambito della tattica e della strategia politica e programmatica.
Cioè, fino a che nella parte più avanzata del movimento operaio è esistita una coscienza di classe diffusa e radicata (anche se contraddittoria per il suo carattere prevalentemente riformista), il capitale ha trovato porte difficili da sfondare.

Strano e significativo come a volte nel complesso di dotte e profonde analisi una sola frase ne determini, nel bene o nel male, il senso complessivo.
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