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“Il congresso del giovane Alberto. Ovvero: la sottile buccia rossa dei compagni di Stalin.”

Di Falaghiste.
Personaggi:
Alberto Gradoni – Studente prossimo al diploma e idealista con sensibilità ecologiche.
Si è iscritto al PRC (Partito della Rifondazione Comunista) per compiacere il babbo.
Gino Gradoni – Babbo di Alberto. Operaio agricolo, storico e onesto militante comunista. Dopo lo scioglimento del PCI (Partito Comunista Italiano), non senza titubanze, ha aderito al PRC.
Angela Valentini – Moglie di Gino e mamma di Alberto, casalinga e donna di grande buon senso.
Aurelio Spada, Laura Severini, Tamara Briganti (o Bignanti) – Dirigenti della Federazione di Forlì del PRC.
Il compagno Barozzi – Segretario del circolo di Sassofrasso del PRC e unico consigliere comunale del partito.
Giovanni Bulgarelli detto “Svanén” – Comunista decrepito, pieno di acciacchi e nostalgico di Enrico Berlinguer.
Luogo della vicenda – Sassofrasso, paesino immaginario dell’alto Appennino forlivese.
Tempo – Seconda Repubblica, anno 1996.
Ogni riferimento a fatti accaduti o a persone reali è assolutamente voluto.
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L’impatto di un pneumatico contro il bordo di una buca causò all’autobus un improvviso scossone e Alberto, che teneva la testa appoggiata contro un finestrino, si svegliò bruscamente.
Gli ci vollero alcuni secondi per realizzare dove si trovasse e qualche minuto per riattivare la circolazione, informicolita dalla postura rannicchiata fra il suo sedile e lo schienale di quello davanti.
Si guardò in giro, sollevando lo sguardo sopra le file dei poggiatesta. Dietro di lui, verso il fondo, c’erano solo quattro persone: tre studenti dell’Istituto Tecnico e una signora anziana che non conosceva, e davanti, escluso l’autista, non c’era nessuno. Si sedette di nuovo e guardò fuori dal finestrino.
Era quasi buio e il bordo della strada provinciale verso Sassofrasso scorreva in un susseguirsi indistinto di ombre; tuttavia, gli sembrò di riconoscere una delle ultime curve prima della Piazzetta del Mercato dove, finalmente, il bus si sarebbe fermato.
Da quasi cinque anni, nel periodo scolastico, si alzava ogni mattina alle sei, insieme a una quarantina di altri studenti delle scuole medie superiori, per giungere a Forlì quasi alle otto, appena in tempo per l’inizio delle lezioni. Rincasava alle tre del pomeriggio dopo quattro o cinque ore di scuola e quasi tre di viaggio, se non c’erano il ghiaccio o la neve. In questo caso i tempi si allungavano imprevedibilmente di qualche decina di minuti e a volte anche di un’ora.
Comunque ci aveva fatto l’abitudine a quei ritmi, che non erano certamente peggiori di quelli di un qualsiasi lavoratore. Quando però, il mercoledì pomeriggio, era costretto a rimanere a Forlì per via di quelle due ore maledette di “estimo”, non riusciva a fare altro che coricarsi subito dopo cena.
Così in un istante, la mattina del giorno dopo, si ritrovava di nuovo sull’autobus diretto a scuola e ciò lo metteva di cattivo umore per tutto il resto della giornata.
Negli anni precedenti, i suoi insegnanti si erano dimostrati piuttosto tolleranti rispetto ai ritardi e alle assenze, più o meno tattiche, degli studenti che venivano da fuori ma, in vista dell’esame di Stato, avevano chiarito non lo sarebbero stati altrettanto. Alla fine dell’anno scolastico, infatti, Alberto sarebbe diventato “il geometra Alberto Gradoni”, come ormai lo chiamava con orgoglio Gino.
Dieci minuti dopo essere sceso dal bus era già sotto la doccia e la sonnolenza che lo aveva accompagnato durante il viaggio si dissolse rapidamente per cedere il posto alla fame. Quando scese al piano inferiore erano quasi le sette e trovò i suoi familiari in cucina, intenti a svolgere le loro faccende. La mamma stava concludendo l’apparecchiatura della tavola.
Gino, come al solito, sedeva sul suo “zocco” di castagno di fronte al fuoco, giochicchiando con l’attizzatoio fra le braci.
“Ciao Ma, ciao Ba!”
“Ciao Alberto”, gli rispose la mamma, “Fammi il piacere di affettare il pane. Va!”
“Oh Angela, lascia stare il Signor Geometra Alberto Gradoni, che è stanco e gli devo dire una cosa, che sennò me la dimentico!”
“Dai Ba! Ancora non sono geometra.“
“Ma lo sarai tra poco. Di sicuro!”
“Sì, un geometra disoccupato!”
“Ma va là! Alberto dove vivi, sulla luna? Fra poco arriva lo sviluppo in paese. Oggi il sindaco ha presentato al Consiglio il progetto del Centro di Ricerche: dieci miliardi d’investimento.”
“Ti rendi conto? Un’occasione storica per il paese!”
“Allora Rifondazione voterà a favore? Non è più il cuore dell’opposizione?”
“Certo, il cuore! Ma non senza testa! Noi siamo contro il governo di quel porco di Berlusconi, ma possiamo sostenere il PDS e i popolari, se fanno le cose giuste, specialmente nelle amministrazioni locali.”
A quel punto intervenne la mamma:”Bisognerà vedere poi in quali tasche andranno a finire quei soldi!”
“Brava Angela!”, esclamò trionfalmente Gino, ”Il nostro compito sarà vigilare che finiscano nelle tasche dei lavoratori e non solo in quelle dei padroni.“
“Ma io sono contro lo stesso”, protestò Alberto. “Non lo potrebbero fare da un’altra parte questo cazzo di Centro ricerche?”
“No! La Piana del molino è l’unico posto abbastanza grande. Non capisco cosa te ne frega di quattro sassi mangiati dagli spini.”
“Intanto non sono quattro sassi, perché lì sorgeva un villaggio intero con centinaia di abitanti. È stato il primo centro abitato di tutta la valle e c’erano, oltre al mulino, scuderie e officine. Rappresenta il nostro passato, la cultura dei nostri antenati. E poi è un posto bellissimo, che è un crimine distruggere.”
La conversazione stava scaldandosi.
Alberto aveva alzato la voce e Gino stava per rispondergli a tono, ma si trattenne in tempo considerando che, se fosse finita con un litigio, avrebbe dovuto sopportare il muso della moglie per qualche giorno. E poi non gli conveniva perché aveva bisogno di Alberto per fare una cosa molto importante.
“Ascolta Alberto! Anche se fossi d’accordo con te, cosa potremmo fare? Secondo te, quante persone ci sono in paese contrarie al progetto?”
Alberto non seppe cosa rispondere; infatti non ne conosceva nessuna, anzi, erano tutti talmente entusiasti che si poteva dire che mai a Sassofrasso vi fosse stata un’opinione pubblica così unita su una singola questione.
“Comunque”, continuò Gino, che ormai aveva conquistato il cuore della conversazione, “domani, se vuoi, potrai anche astenerti sull’ordine del giorno sul Centro ricerche. Nessuno te ne farà una colpa, noi siamo democratici; basta che voti a favore della mozione di Bertinotti e della «desistenza»”.
“Io devo votare cosa? Ma di cosa stai parlando, Ba?”
“Lo sapevo! Ti sei dimenticato. Domani c’è il congresso del circolo di Rifondazione Comunista di Sassofrasso, per il congresso Nazionale.”
“Ci devo proprio venire?”
“Senti Alberto, lo so che ti sei iscritto solo per farmi un piacere ma domani ci devi essere, se no che figura ci faccio? Già che la mamma non può venire perché deve andare ad aiutare la nonna. Sarà solo per stavolta, poi non ti chiederò più niente!”
“Va bene! se è così importante, verrò.”
L’Angela, intanto, mentre stava concludendo la distribuzione del minestrone nelle scodelle, non si trattenne dal commentare a voce alta: “Mah, io questa «desistenza» non l’ho capita.”
“Vuol dire che se Prodi vince le elezioni, noi appoggeremo il suo Governo ma senza farne parte.”
“Ecco! È questo che non mi convince. Vuol dire essere al governo o all’opposizione?”
“Tutte e due. È una roba tattica per battere Berlusconi, e ci fa comodo così. Vuoi capirne più di Bertinotti?”, sentenziò Gino, con tono risolutivo.
Intanto, Alberto si era già sistemato a tavola, ormai disinteressato a qualsiasi cosa che non fosse il minestrone.
Dunque, la sera dopo, si recarono al congresso del Partito della Rifondazione Comunista in una saletta della “Casa del popolo Carlo Marx”. Gino era visibilmente soddisfatto. Presto avrebbe potuto dire la sua «per il bene dell’Italia» . Alberto era contento di vederlo così, non solo perché gli voleva bene, ma soprattutto perché da quando Gino si era iscritto al nuovo partito comunista il clima familiare era molto migliorato.
Gino aveva militato fin da giovane nelle file del PCI, dedicandogli buona parte del tempo libero; era la cosa più importante della sua vita, dopo la famiglia. Era anche un’altra vita parallela, dove ognuno poteva sentirsi parte di qualcosa di grande anche se svolgeva i lavori più umili, come cuocere le salsicce al Festival dell’Unità o incollare i manifesti.
In quei momenti, Gino non si sentiva più uno zappaterra ma «il compagno Gradoni», alla pari degli altri, ignoranti o dottori che fossero.
Qualche anno prima era finita la guerra fredda, era caduto il muro di Berlino e si era sciolta l’Unione Sovietica e questo aveva causato un cataclisma nel sistema politico italiano.
Il Partito Comunista Italiano, che fin dal dopoguerra era stato la più grande forza di opposizione, si era scisso in due nuovi partiti: il PDS (Partito democratico della Sinistra) che rinnegava il comunismo, e il PRC (Partito della Rifondazione Comunista) che, al contrario, ne rivendicava la storia e le tradizioni.
Dall’altra parte del fronte, la DC e il PSI (Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano) che negli ultimi vent’anni avevano governato insieme contro i comunisti, erano sopravvissuti meno di due anni, crollando travolti dallo scandalo di Tangentopoli. Il PSI si era già sciolto e la DC presto avrebbe fatto più o meno la stessa fine.
La «Prima Repubblica», basata sulla Costituzione del 1948 e la Resistenza, era crollata e con essa i partiti di maggioranza e di opposizione che l’avevano fondata e sostenuta per oltre quarant’anni.
Insomma, né il PCI né la DC avevano saputo approfittare delle disgrazie dei propri avversari storici e così, nel 1994, siccome il vuoto in politica non può esistere, era arrivato Berlusconi a prendersi il Governo.
Se a Gino, solo un anno prima, qualcuno avesse pronosticato la fine del grande PCI, l’avrebbe presa come una provocazione. Se poi questo qualcuno avesse aggiunto che ci sarebbe stata anche una scissione, sarebbe stato considerato un pazzo da tutti i militanti di base. E questo perché, nel grande PCI, l’unità più che una necessità era sempre stata un dogma.
Ma il 3 febbraio del 1991, il partito aveva deciso il proprio scioglimento e la nascita contestuale del Partito Democratico della Sinistra. Quando il segretario Achille Occhetto, alla fine del congresso della Bolognina, rivolgendosi al paese pronunciò pomposamente la fatidica frase: “E adesso non chiamateci più comunisti!”, Gino si sentì male anche se l’eutanasia era stata ampiamente annunciata.
Infatti, l’esito dei congressi di base era stato inequivocabile: la maggioranza si era schierata con il segretario e i suoi colonnelli, Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Ma una cosa è prevedere la tempesta, altra cosa è esserci dentro.
Con il suo animo semplice, Gino non riusciva a cogliere le ragioni della politica. Pur rendendosi conto che un mondo era crollato e un’altra epoca si affacciava alla storia, sentiva istintivamente che tutto questo non avrebbe migliorato le condizioni dei lavoratori.
Cadde in uno stato di frustrazione che lo costrinse in un mutismo solo di rado intervallato da mugugni incomprensibili e, giacché gli era sempre piaciuto parlare e non solo di politica, la cosa preoccupò non poco i suoi congiunti, soprattutto la moglie che cercò inutilmente di sottrarlo a quella condizione. 
Addirittura, cosa mai successa, “si diede ammalato” per un’intera settimana per non voler sapere delle lotte fratricide esplose fra i suoi ormai ex compagni di partito. Una lotta senza esclusione di colpi, fra coloro che avevano aderito al PDS e quelli che si stavano riorganizzando in Rifondazione Comunista.
Nel paese circolavano voci di una rissa a “sediate” per la divisione dei locali della Casa del Popolo; si diceva che i “pidiessini” avessero cambiato la serratura del portone d’ingresso per impedire ai “rifondaroli” di entrare.
A conferma che la guerra peggiore è quella civile, per convincere gli indecisi ad aderire all’una o all’altra delle due formazioni generate dalla diaspora comunista, si ricorreva spesso ai mezzi più biechi, quali la calunnia, la menzogna o la promessa di futuri vantaggi clientelari.
Così riemergevano vecchie faide, invidie e rancori personali che poco avevano a che fare con la politica e meno ancora con i veri ideali del comunismo.
E Gino soffriva. Si vergognava, come se fosse stato lui il responsabile della catastrofe. Tuttavia, col passare del tempo, lentamente si riprese e tornò alla vita normale, ma solo in apparenza. In realtà, alla vergogna e al livore, era subentrata la rassegnazione, ma quel genere di rassegnazione per nulla confortante. Una rassegnazione generata dal puro istinto di sopravvivenza: malinconica, taciturna e a momenti disperata.
Nonostante le pressioni reiterate, degli uni e degli altri, nei due anni successivi non aderì né al PDS né a Rifondazione Comunista, cercando di occuparsi degli affari suoi meglio di quanto avesse fatto in precedenza, ma con scarsi risultati. Il vuoto che si sentiva dentro gli impediva una migliore gestione dei rapporti familiari e di lavoro.
Aveva più tempo a disposizione, ma non riusciva a utilizzarlo  perdendosi in pensieri che nulla c’entravano con l’attività del momento; gli mancava l’entusiasmo, la voglia di vivere, una ragione per andare avanti.
Anche dopo le elezioni politiche del 1992, dove Rifondazione ottenne quasi il 6% dei voti, un grande successo date le circostanze, Gino rimase a guardare, nonostante la sua antica passione per la politica si stesse lentamente rinverdendo, spinta da due fatti quasi concomitanti: il crollo definitivo del nemico storico della Democrazia Cristiana e la scesa in campo del “fascista“ Berlusconi, che obbligava il popolo della sinistra a una mobilitazione straordinaria.
Ma la “svolta” era nell’aria.
Si chiamava Fausto Bertinotti ed era diventato Segretario di Rifondazione due anni dopo la nascita del partito, nel 1994. Era un ex socialista di sinistra che aveva sempre fatto il sindacalista. Di lui si diceva che non avesse mai “firmato” un contratto, ma questo, se da destra veniva giudicato un difetto, per un comunista poteva essere considerato un onore, un certificato di oppositore irriducibile al potere padronale.
Gino, come molti altri, rimase affascinato da suo primo discorso in TV.
Certo, Fausto Bertinotti non era l’immagine tradizionale del comunista, rigida e un po’ demodé. Lui era elegante, raffinato e un po’ snob, ma parlava da Dio e nei dibattiti televisivi sapeva tener testa a chiunque e questo gli consentiva di comunicare, non solo con i vecchi militanti, ma anche con le nuove generazioni.
Così, qualche giorno dopo, alla fascinazione sopraggiunse l’illuminazione. Si fece convincere da alcuni compagni di Rifondazione del “circolo” di Sassofrasso a seguirli a Forlì, dove Bertinotti avrebbe tenuto un comizio. Rincasò molto tardi come non faceva da anni.
Quella notte Alberto fu svegliato da inediti sussurri e scricchiolii delle molle del letto provenienti dalla camera dei suoi genitori e gli ci volle parecchio impegno per far finta di nulla.
Gino era risorto a nuova vita, aveva ritrovato la sua identità, il suo spirito di comunista irriducibile sempre dalla parte dei bisogni e delle rivendicazioni dei lavoratori.
Del resto la sua militanza in Rifondazione non era diversa da quella nel PCI. C’erano da fare le tessere, attaccare i manifesti e cuocere la carne alla brace nei festival. La differenza stava nella dimensione. Rifondazione era enormemente più piccola del ”caro estinto” e le feste si chiamavano “di Liberazione” e non più “dell’Unità”.
Ma questo a Gino non interessava granché; per lui era sempre “il Partito Comunista” con la garanzia di bandiera rossa, falce e martello.
La sede della sezione di Rifondazione di Sassofrasso, che si trovava in una saletta di medie dimensioni nel seminterrato della Casa del Popolo, era stata opportunamente sistemata per accogliere il congresso di sezione.
Vi si accedeva tramite una scaletta strettina e piuttosto ripida, che procurava non pochi patemi ai compagni anziani, ma che era il meglio che i rifondaroli erano riusciti a ottenere dalla maggioranza diessina.
A destra dell’ingresso, appeso al muro dietro il tavolo della presidenza, dominava uno striscione da manifestazione con il simbolo e il nome del partito, a cui era stata aggiunta una scritta fatta a mano: ”Terzo congresso nazionale”.
Di fronte c’erano una quarantina di sedie di materiali e fogge diverse che, causa la dimensione ridotta del locale, erano state disposte piuttosto strette in maniera da consentire una comodità solo al limite della decenza.
Le pareti laterali, più lunghe di qualche metro, erano addobbate con numerosi manifesti del partito. Su quella di destra si apriva l’ingresso di un ripostiglio dentro il quale s’intravedevano parecchi rotoli di manifesti di propaganda elettorale, un tavolino pieghevole e una decina di raccoglitori rigidi per documenti, alcuni vuoti e altri rigonfi, allineati su un paio di mensole.
Appoggiate alla parete di sinistra c’erano una macchinetta a gettoni per il caffè espresso, un PC abbastanza nuovo, una fotocopiatrice di modello vecchiotto ma apparentemente ancora abile al lavoro e una scaffalatura, piuttosto impolverata, con parecchi libri sul PCI, sulla storia della sinistra italiana e alcuni volumi della famosa edizione Einaudi delle opere complete di Marx ed Engels.
Quando Gino e Alberto arrivarono, le persone sedute erano poco più di una ventina e altre tre, un uomo e due donne in piedi attorno al tavolo, vi stavano disponendo sopra diversi carteggi.
L’uomo, che si chiamava Aurelio Spada, era il Presidente della Federazione di Forlì. Sulla sessantina e dall’aspetto volitivo del comunista integerrimo, riscuoteva molta considerazione da parte dei compagni, avendo ricoperto dignitosamente importanti incarichi di gestione amministrativa nella sanità pubblica.
Alberto si rammentò di averlo visto una volta, quando era venuto a Sassofrasso per tenere un comizio. Lo aveva ascoltato con attenzione, più per curiosità che per interesse, ma ci aveva capito poco o niente.
In compenso, una cosa lo aveva colpito e anche un po’ divertito. Aurelio Spada, ogni volta che finiva un discorso, qualsiasi fosse l’argomento trattato, faceva una breve pausa a effetto e poi invariabilmente aggiungeva: “Seriamente, responsabilmente, democraticamente!”
Le due donne invece non le aveva mai viste. Gino lo informò che quella più giovane, carina e dall’aspetto efficiente, si chiamava Laura Severini ed era la Segretaria della Federazione di Forlì, il massimo incarico dirigenziale del comprensorio forlivese. L’altra, una donna di mezza età un po’ sovrappeso e un po’ troppo “dipinta”, nessuno sapeva chi fosse.
Erano già le nove passate, ma siccome risultò evidente che si stavano aspettando altri possibili congressisti, Alberto ebbe il tempo per guardarsi attorno; gli piaceva osservare le cose e le persone.
C’erano tre famiglie al completo, marito, moglie e figli maggiorenni, una decina di persone in tutto che stavano seduti composti e rigidi, chiaramente spaesati. Non li conosceva nemmeno di vista; doveva essere gente di campagna o di una frazione del Comune. Gli altri erano in maggioranza anziani, se non proprio vecchi, della stessa generazione del suo babbo.
Alberto li aveva sempre visti indaffarati ai festival, prima “dell’Unità” e poi “di Liberazione”. Fra questi riconobbe il segretario del circolo di Sassofrasso, un certo Barozzi, che Gino nominava sempre; oltre che punto di riferimento dei comunisti locali era l’unico Consigliere di Rifondazione in Consiglio Comunale.
Poi c’erano alcuni giovani del paese, ma più grandi di lui. Alberto si stupì che fossero comunisti perché li aveva sentiti discutere di tutto fuorché di politica; parlavano sempre di calcio, di donne o di soldi.
Però la cosa che più lo interessò furono i tre grandi ritratti ad olio “postumi” di Marx, Lenin e Gramsci, appesi in fondo alla sala.
Erano stati raffigurati nelle pose classiche riprodotte milioni di volte in tutti le forme possibili, foto, volantini, manifesti, spille, tessere, libri, ecc. Sempre uguali, come se in vita loro non fossero mai cambiati d’aspetto.
Marx mostrava la barba e la chioma completamente imbiancate e lo sguardo spento non svelava nulla dello suo straordinario ingegno. Lenin era raffigurato di tre quarti con la testa protesa verso chissà dove. Niente faceva intuire, nell’espressione del volto e degli occhi dal taglio orientale, a chi o a cosa si rivolgesse. Antonio Gramsci era l’unico dei tre raffigurato fino alla vita e questo peggiorava i suoi naturali difetti fisici. Col volto incassato fra le esili spalle e il corpo minuscolo rispetto alla testa guardava fisso in avanti, ma sembrava che non vedesse niente, oltre le lenti di un paio di occhialini rotondi messi un po’ storti.
Ma soprattutto erano i colori che creavano un effetto d’infinita cupezza: scuri, pesanti, impastati, che a partire dai volti terrei si scurivano verso le cornici fondendosi in volute giallognole, verdastre, marcescenti.
Il pittore, chiunque fosse, ci aveva messo del suo per trasformare tre uomini che in vita loro non avevano mai smesso di viaggiare, pensare e lottare, in spettri da inchiodare a un muro.
In effetti, l’immagine di brillantezza del partito che Fausto Bertinotti riusciva a trasmettere dagli schermi televisivi non corrispondeva affatto a quella del circolo di Sassofrasso.
Finalmente ebbe inizio il congresso.
Aurelio Spada si accomodò al centro del tavolo di presidenza e ai lati presero posto la segretaria della Federazione di Forlì e il segretario locale Barozzi, mentre la compagna sconosciuta di mezza età prese posto su una sedia in prima fila.
“Bene compagni!”, esordì. “Alla presenza di ventiquattro compagni su sessanta iscritti dichiaro aperto il congresso del circolo di Sassofrasso, in vista del terzo Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. D’ora in avanti tutte la cariche dirigenti del circolo sono decadute. Invito tutti voi a prestare la massima attenzione… Seriamente, responsabilmente, democraticamente!”
Subito dopo fu eletta all’unanimità la direzione del congresso: Aurelio Spada alla presidenza, Laura Severini alla presidenza del comitato di garanzia (solo da lei composto) e il compagno Barozzi a segretario addetto ai verbali.
Spada prese di nuovo la parola: “Compagni, vi propongo di affrontare senz’altro l’ordine del giorno locale sul C.E.R.V., presentato dal compagno consigliere comunale Barozzi e passare subito dopo agli argomenti del Congresso Nazionale. Qualcuno vuole intervenire, limitatamente all’ordine dei lavori?”
Trascorso un attimo di silenzio riprese: “Allora, cedo senz’altro la parola al compagno Barozzi.”
Il testo dell’ordine del giorno non fu una novità. Ricalcava le stesse argomentazioni di Gino la sera prima: le responsabilità dei comunisti, la necessità di esercitare un controllo sulla distribuzione dei benefici, ecc. La lettura durò pochi minuti e alla fine fu accolta dall’applauso convinto di tutti i presenti, escluso Alberto, ma nessuno ci fece caso.
“Bene! Compagni, c’è qualcuno che intende parlare contro?”
Gino rivolse un’occhiata supplichevole ad Alberto. Per Alberto fu un sensazione strana, per la prima volta sentì di avere Gino in pugno e questo gli procurò un attimo di pura esaltazione in cui fu tentato davvero di intervenire contro. Trascorse solo un attimo, che per Gino fu un’eternità, prima che Alberto lo rassicurasse con un cenno del capo.
“Bene compagni! Chi è favorevole alzi la mano.”
“Ventitré voti a favore”, certificò la presidentessa delle commissione di garanzia.
“Chi è contrario alzi la mano.”
 “Contrari nessuno”, ricertificò la Severini.
“Bene! L’ordine del giorno è approvato”, dichiarò il presidente.
“Un momento! Compagno Spada ti sei dimenticato gli astenuti”, disse qualcuno.
“Ah è vero, chiedo scusa. Astenuti?”
Alberto alzò la mano.
“Un astenuto”, certificò la Severini.
Una quarantina di occhi fissarono Alberto, ma non percepì livore in quegli sguardi, piuttosto quel tipo curiosità che si rivolge ad un animale capitato per sbaglio nel branco di un’altra razza.
“Bene compagni. l’O.D.G. è approvato con ventitré voti a favore e uno astenuto. Andiamo avanti! Come ben sapete ci sono da discutere e votare tre mozioni contrapposte. La prima ha come primo firmatario il segretario del partito Fausto Bertinotti, la seconda e la terza, rispettivamente Claudio Grassi e Marco Ferrando, entrambi membri del comitato politico nazionale.“
“Babbo, non mi avevi detto che c’erano altri due documenti oltre quello di Bertinotti”, disse Alberto sottovoce a Gino.
“Non ha importanza tanto noi votiamo tutti per Bertinotti. Insomma per la desistenza.”
“Ma chi sono gli altri e cosa vogliono?”
“Non lo so!”, gli rispose contrariato, “Se proprio t’interessa ascolta e stai zitto!”
Alberto fu tentato di andarsene, non sopportava di essere preso in giro, figuriamoci da Gino, ma si rassegnò subito considerando che era venuto per compiacerlo e nient’altro. Quindi rimase in silenzio, soltanto un po’ imbronciato.
 Decise, se non altro per passare il tempo, di capirci qualcosa per conto suo. Però da lì a poco più di due ore, tanto durò ancora il congresso, capì soltanto che quelli della seconda mozione volevano, anche loro, fare la desistenza ma solo a certe condizioni, che però non gli risultò chiaro quali fossero.
Tale mozione fu presentata dalla compagna di mezza età che nessuno conosceva e che il presidente Spada presentò come la compagna Tamara Briganti, o Bignanti, segretaria del Circolo Centro di Forlì, che era venuta apposta per spiegarla e invitare i presenti a sostenerla col voto.
Iniziò leggendone il testo, che a occhio pareva composto da almeno una trentina di pagine. Ma, dopo nemmeno dieci minuti, continuò con parole sue, un po’ perché evidentemente stanca tanto che iniziava a saltare le righe e un po’ perché, nonostante tutti stessero composti e in silenzio, capì che nessuno l’ascoltava.
Non migliorò di molto in fatto di chiarezza, ma almeno si risparmiò parecchia fatica e concluse in fretta. La fine del suo discorso fu accolto da qualche timido applauso di circostanza, più di sollievo che di condivisione e quando tornò a sedersi al suo posto, probabilmente, pensò che avrebbe potuto risparmiarsi la fatica di farsi ottanta chilometri fra andata e ritorno per venire a Sassofrasso.
Dopo sarebbe toccato alla mozione di Marco Ferrando, ma siccome non c’era nessuno che la presentasse, Spada propose di passare senz’altro alla mozione di Fausto Bertinotti. Naturalmente nessuno ebbe nulla da eccepire e Marco Ferrando, chiunque fosse e qualsiasi opzione proponesse, finì completamente ignorato.
Fu la stessa presidente del comitato di garanzia a perorare la causa della desistenza. Anche in questo caso nessuno contestò che non fosse molto corretto che il “garante” si schierasse apertamente a favore di una mozione.
Comunque, la Severini dimostrò una notevole capacità oratoria. Parlò a braccio per una buona mezz’ora, meritandosi diversi applausi dall’assemblea ogni volta che sottolineava i punti fondamentali, mutando con maestria il tono della voce.
Sui contenuti nessuna novità, anche stavolta erano, nelle sostanza, le stesse argomentazioni di Gino della sera prima.
Dopo si passò alla discussione. Vi furono una decina di interventi, la maggioranza dei quali, però, riguardarono poco o nulla gli argomenti congressuali.
Un compagno espose tutti i motivi per cui i pidiessini erano dei traditori che ”se fossimo in guerra andrebbero fucilati”.
Un altro dissertò a lungo sulla Russia, sul compagno Stalìn (con l’accento sulla i) e sul compagno Togliatti; niente a che fare con l’attualità e Spada lo dovette interrompere, sennò avrebbe continuato per ore.
Un altro, addirittura, dichiarò che lui “Il Capitale” se l’era studiato bene e poi, del tutto a sproposito, recitò una sua poesia dove un uccello migratore si scavava il nido nella neve. Ognuno si sfogò come poteva e ognuno ricevette la meritata dose di applausi.
Dopo si passò al voto che da regolamento si svolse per chiamata nominale; ognuno venne invitato a pronunciare il nome del primo firmatario della mozione che intendeva sostenere. Come previsto Bertinotti fece il pieno: ventiquattro voti a favore della desistenza, compreso quello di Alberto, che pur con un certo imbarazzo rispettò le consegne e nessuno per le mozioni di Grassi e Ferrando.
L’unico episodio fuori della norma, che risvegliò l’attenzione ormai assopita di Alberto e produsse un notevole imbarazzo a tutti gli altri, accadde proprio nel corso delle votazioni.
Avevano già votato una decina di compagni quando Aurelio Spada chiamò un certo Giovanni Bulgarelli, detto Svanèn, ma non ci fu alcuna risposta.
Tutti si girarono verso il fondo della sala, dove seduto proprio sotto il ritratto di Lenin, c’era un uomo molto anziano con una mano appoggiata a un tripode e il capo reclinato in avanti. Evidentemente si era addormentato.
Al suo fianco, una donna robusta di mezza età, la figlia o la badante, cercava di riportarlo alla realtà scuotendolo per un braccio e chiamandolo piano per nome, ma invano.
Ci volle la voce rombante del compagno Spada per risolvere la situazione: “Compagno Bulgarelli, ti invito a esprimere il tuo voto!”
A quel punto il vecchio ebbe un sussulto e ancorandosi con un braccio alla donna, si alzò in piedi, rimanendo comunque, per quanto era ingobbito, alla stessa altezza da terra.
Si guardò intorno con lo sguardo disperso altrove come se non capisse in quale mondo si era svegliato.
“Compagno, dovete votare!”, ripeté Spada, con voce ancora più alta.
“Devo votare? Ah si…”
E, dopo avere preso fiato, balbettando un poco proclamò orgogliosamente “Berlinguer… E… Enrico Berlinguer”.
Enrico Berlinguer era stato uno dei segretari del vecchio PCI fra i più famosi e stimati, peccato che fosse deceduto da parecchi anni.
Una sensazione di gelo avvolse i presenti, nessuno sapeva cosa dire né cosa fare, alcuni volsero lo sguardo altrove in attesa degli eventi, altri a terra per celare l’imbarazzo.
Alberto stava per scoppiare in una risata, ma fu represso appena in tempo da un’occhiataccia di Gino.
Fu l’esperienza del compagno Spada ad essere risolutiva: “Voi non potete votare per il compagno Berlinguer, che noi tutti abbiamo amato e stimato, ma per Ferrando, Grassi o Bertinotti!”
E aggiunse a voce più alta: “Hai capito compagno?… Bertinotti!”
“Sì!…. Berti….notti?”, mormorò il vecchio interrogando se stesso, mentre si guardava intorno spaesato.
“Come hai detto? Non ho capito!”
“Ha detto Bertinotti!”, disse uno seduto nella fila davanti al vecchio.
“Sì, sì ha detto Bertinotti!”, proclamarono gli altri in coro e l’episodio fu subito dimenticato.
Dopo furono eletti i delegati al Congresso Federale e la serata si concluse con un breve discorso del Presidente sulla morale e la cultura dei comunisti. Fu un discorso breve e di circostanza, che non mise alla prova la pazienza dei convenuti che già mostravano segni d’insofferenza e che ovviamente si concluse con ”seriamente, responsabilmente, democraticamente!”.
Alle undici e mezzo la funzione era conclusa, un vero record per un congresso di Partito.
Nel giro di pochi minuti la sede si svuotò. I dirigenti furono lasciati soli a redigere i verbali; cosa del tutto estranea agli interessi dei congressisti che si eclissarono rapidamente pensando agli affari loro.
Appena fuori, Alberto vide Svanén uscire con un braccio allacciato alla sua accompagnatrice e l’altro appoggiato al tripode. Prima che si allontanasse lo udì borbottare qualcosa come “Togl…iatti, Berlin… guer, Mu… Mussolini”, e altri nomi che non capì.
Babbo e figlio tornarono a casa in silenzio, ognuno domandandosi cosa stesse pensando l’altro e, siccome se avessero cominciato a dire qualcosa sarebbe andata per le lunghe e l’ora non lo consentiva, appena giunti a casa s’infilarono nelle rispettive camere da letto scambiandosi soltanto un laconico: “Notte”.
Ma Alberto, appena rimasto da solo nella sua cameretta, non poté fare a meno di riflettere sull’esperienza appena vissuta. I volti dei “compagni”, i loro atteggiamenti, i discorsi, il susseguirsi dei vari momenti del congresso gli ritornavano in mente mescolati in una girandola di sensazioni.
Certo, era stata una serata noiosa, a momenti divertente e un po’ grottesca, in un ambiente estraneo a ogni sua esperienza, ma tuttavia intrisa di un presente e di un passato che in qualche modo lo riguardava, che riguardava anche tutti gli altri e che riguardava, addirittura, il mondo intero, anche se non capiva il come e il perché.
Comprese di avere sottovalutato i discorsi di Gino ritenendoli pura astrazione e considerandoli, infantilmente, scollegati dalla realtà.
Come la democrazia per esempio, sulla quale Gino disquisiva frequentemente; aveva appena vissuto un’esperienza concreta di come poteva essere interpretata e usata a proprio piacimento. Ma c’era di peggio: aveva sottovalutato l’importanza del proprio comportamento. Il momento in cui tale consapevolezza gli emerse alla coscienza fu come un pugno allo stomaco, al quale seguì una sensazione di panico che scomparve soltanto quando, vinto dalla stanchezza, si addormentò.
Il giorno dopo non andò a scuola, sentiva il bisogno di altro.
Di buon’ora salì per il vecchio sentiero fino alla piana del molino. La giornata era cupa, minacciosa di pioggia. Si arrampicò sulla testa di Polifemo, il masso più grosso al centro della piccola pianura, come aveva fatto tante volte da bambino, per gioco. Da lì sopra poteva vedere, sia il paese giù in basso, che le rovine dell’antico molino sull’orlo dell’altipiano e vicino al grande castagneto che digradava dal versante della montagna.
Cominciò a piovere. Le prime rade gocce lo fecero rabbrividire colandogli giù per il collo e la schiena, poi infittendosi lo inzupparono completamente.
Ma Alberto pensava ad altro. A come, per un malinteso senso di gratitudine, aveva ceduto alle richieste di Gino rendendosi complice di gente che con le sue convinzioni non aveva nulla in comune. Non aveva avuto il coraggio di opporsi. Si era comportato peggio di loro, che almeno avevano l’ attenuante di non essere coscienti di quello che facevano.
Il temporale aumentò d’intensità. Ormai non si vedeva che a pochi metri di distanza; dall’alto della vallata giungevano il rombi dei tuoni e i lampi dei fulmini.
Pianse a lungo, singhiozzando. Le lacrime, mescolandosi alla pioggia, gli formarono sul viso una liquida ragnatela dai riflessi mutanti, fredda, come la sua disperazione.

Quella sera annunciò a Gino che non avrebbe rinnovato la tessera del partito e lui, inaspettatamente, non ebbe nulla da ridire.
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