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ISIS IN LIBIA: LO STRUMENTO DI CUI L’IMPERIALISMO NON NE PERSE MAI LA BRIGLIA

Nel ‘79, gli Stati Uniti, nella loro continua ansia di essere i padroni del mondo, si inventarono, appoggiarono e finanziarono quelli che poi sono rimasti conosciuti come i Talebani; il termine vuole indicare gli studenti delle scuole coraniche, ma quelli targati USA servivano a combattere contro i sovietici nella guerra in Afghanistan. I dollari ne avevano fatti combattenti perfetti, peccato poi che la cosa sia sfuggita di mano, gli americani non siano riusciti a controllarli e gli studenti coranici, nel tempo, cresciuti, siano diventati una forza combattente, vero e proprio esercito, con pesanti commistioni e responsabilità nelle azioni di terrorismo.

Ovviamente agli USA non è bastata l’idiozia talebana, sempre nella loro ansia di esser arbitri nelle vicende del mondo, nel 2013 hanno creato l’ISIS (o IS o ISIL), un gruppo di combattenti addestrati dalla CIA in una base segreta in Giordania, che riuniva in sé le caratteristiche dell’esercito, le modalità terroristiche e la profonda conoscenza del territorio su cui andava a operare, tutto questo per contrastare il governo siriano presieduto da Basshar al-Assad, ma anche questa volta la cosa è sfuggita di mano.

Hillary Rodham Clinton, segretario di stato nel primo mandato di Obama, durante un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web The Atlantic candidamente dichiarò: “È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi.”.

Tutti, purtroppo, abbiamo conosciuto le atrocità cui questa creatura USA è arrivata: uccidono, sgozzano, violentano, crocifiggono, seppelliscono vivi, catturano e vendono come schiavi donne e bambini e non ci hanno fatto mancare nemmeno l’orrore dell’esecuzione del pilota giordano, lasciato morire arso vivo.

Questi, però, rispetto ai loro cugini talebani, hanno sicuramente fatto un salto di qualità: più organizzati, progettualità strategica mai improvvisata e soprattutto la comunicazione; tutti ricordiamo Osama Bin Laden o il mullah Omar, quando minacciavano e chiamavano a raccolta per la battaglia, in filmati da dilettante, raffazzonati alla meglio, i filmati ISIS, invece, rigorosamente in alta definizione, secondo il filosofo ricercatore statunitense James Henry Fetzer (quello che per primo parlò di complotto e non azione di un singolo, per l’assassino di J. F. Kennedy) si possono paragonare alle migliori produzioni dei media e dei circuiti TV occidentali ma, vero o falso che sia quello che propongono, una cosa è certa: riescono a essere un pugno nello stomaco di chi li guarda.

In verità Fetzer sostiene un’ipotesi ancora più agghiacciante – pur se tutta da verificare – : egli dice, infatti, che i tagliagole stiano ricevendo dal governo USA rifornimenti aerei di viveri, armi e munizioni (cosa questa denunciata anche da membri del parlamento Iracheno) e accusa Washington di essere dietro alla diffusione dei video brutali di questo gruppo terroristico, con l’obiettivo di ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica statunitense e occidentale e realizzare con Israele, tramite una presunta lotta contro l’ISIS, i propri fini, nell’ambito del loro programma di dominio sulla regione.

Senza voler a questo punto rivedere e tracciare quali siano state le perdite e le conquiste dell’ISIS, è una realtà che sia arrivata in Libia, paese oramai fuori controllo, ancora sotto embargo per quanto riguarda la consegna di armi, con quel che resta dell’esercito di Gheddafi, diviso grossolanamente in tre macro zone, Tripolitania, Cirenaica e deserto del Fezzan, dove la fanno da padrone quelle tribù che per anni il Colonnello aveva tenuto sotto il tacco.

La Libia è a 200 miglia nautiche dall’Italia, o, per dirla in termini più immediatamente accessibili, a 370 Km, meno di una Firenze – Napoli e qui compare il nostro ministro degli esteri Paolo Gentiloni che esordisce: “… una situazione che minaccia l’Italia, se la mediazione dell’Onu in corso dovesse fallire, siamo pronti a combattere, in un quadro di legalità internazionale.”. Non so quanto una affermazione del genere possa essere considerata una dichiarazione di guerra, certo è che i militanti dell’ISIS dopo aver preso Derna, hanno conquistato Sirte e hanno minacciato di far sventolare la loro bandiera nera sul Vaticano. Farneticante comunicato ma che nel frattempo, ha predisposto il rientro di tutti gli italiani dalla Libia e la chiusura dell’ambasciata Italiana “per il deteriorarsi della situazione”.

Non si capisce bene come il governo voglia affrontare la situazione, perché alla dichiarazione di Gentiloni è seguita quella del nostro premier che diceva che non era il momento di parlare di guerra. In effetti, va detto che i problemi delle vicende italiane nel regno dell’ex colonnello, sono iniziati quando, dopo l’accordo del 2008 tra Gheddafi e Berlusconi, accordo per il quale il nostro paese avrebbe potuto essere determinante per la politica libica, l’Italia concesse le sue basi per gli attacchi della NATO del 2011, voluti da Francia e Inghilterra.

Quelle bombe hanno fortemente ridimensionato gli interessi italiani in Libia, basti pensare che i contratti del dopo Gheddafi hanno assegnato il 35% del petrolio alla Francia e il tentativo di dover recuperare in qualche modo quanto si era perso, spiega il fatto che, malgrado le vicende in quell’angolo di mondo, l’ambasciata italiana di Tripoli sia stata una delle ultime a chiudere i battenti, considerando anche che in aggiunta rimaneva viva l’esigenza di tentare di contenere l’influenza delle fazioni islamiste violente, di arginare il flusso di migranti in fuga verso l’Europa e mantenere i rifornimenti di gas e greggio.

Tutto questo mentre, in siffatti frangenti l’ISIS ha diffuso online un video, intitolato “Messaggio firmato con il sangue alla Nazione della Croce”, con decine di persone decapitate in Libia e con la minaccia all’Italia: “Siamo a Sud di Roma.”.

La situazione è in continua evoluzione, dopo il bombardamento dell’aviazione Giordana, è recentissimo quello delle aviazioni Egiziane e Libica si attende una riunione Onu e soprattutto, qualche genio delle analisi militari, parla della necessità di un intervento di terra, insomma uno scontro diretto fra truppe combattenti, perché se queste storie non finiscono con il bagno di sangue, non piacciono a nessuno. Renzi comunque, mostra prudenza, probabilmente condotto a più miti consigli da Prodi che gli avrebbe consigliato di considerare la possibilità di una missione esplorativa dell’Onu e farsi così un’idea di quanti e quali sarebbero gli schieramenti in campo e dunque avere un quadro preciso del numero dei rifugiati libici in Egitto o in Tunisia che non si riconoscono nelle attuali disposizioni.

La nostra valutazione, non può che essere assolutamente dura e nei confronti dell’ISIS, barbarie reazionaria e oscurantista, che erode nel Mediterraneo, tutti i movimenti e le istanze sociali che cercano di autodeterminarsi, anche e solo nei minimi termini della giustizia sociale e nei confronti degli interventi imperialisti occidentali che nella realpolitik di interessi economici e spartizioni territoriali, hanno nel sangue oppresso e assassinato i popoli dell’Africa e del Medio Oriente. Questa smania di potere e controllo, tipicamente neocolonialista, ha reso ancora più instabili e fragili, situazioni già di per sé estremamente complesse (un esempio lampante lo abbiamo in Iraq).

Ovviamente, siamo contrari a un intervento armato, sicuri che genererebbe l’ennesimo effetto domino di conflitti e guerre, mietitore di ulteriori massacri e il cui unico fine sarebbe quello di tutelare prerogative e il capitalismo di aziende e cartelli italiani. Basti pensare all’Eni che resta comunque il primo operatore internazionale nell’estrapolazione di gas e petrolio, come alle commesse ma nell’ambito delle infrastrutture. L’Italia ha in Libia, un passato di violenze e dominazione, soprusi e saccheggio, di certo un’azione decisa, sarebbe interpretata come l’ennesima volontà di aggressione: il retaggio coloniale è un dolore mai bonificato.

La “presa in armi” italiana, ossia della feroce potenza coloniale di un tempo, verrebbe d’altro canto percepita come un nuovo tentativo di invasione: l’eredità lasciata dalle note di “Tripoli, bel suol d’amore” è ancora presente nella memoria e proprio in Tripolitania; l’eroica resistenza alla protervia fascista, fu spezzata con armi di distruzione di massa, i cui gas asfissianti, ne completarono l’orrore. In più va detto che mostrare i muscoli, non servirebbe neanche a raggiungere il vile e delirante scopo di un Salvini o del ministro della Difesa, Pinotti, nell’arrestare in modo deciso e definitivo -leggasi reprimere nei centri di accoglienza o nella non sempre solerte urgenza ai soccorsi – i flussi migratori attraverso il canale di Sicilia.

Semmai un conflitto, incrementerebbe il dolore e la strage delle carrette del mare, alla disinvolta ingordigia imperialista, si rischia di far seguire infatti un occhiuto controllo militare, un rafforzamento delle frontiere interne ed esterne all’Unione Europea (su cui spinge il premier) e che certo non è soluzione che possiamo, né vogliamo caldeggiare. È importante che si riconsiderino i termini di un attacco in Libia, impegnandoci tutti, nel dare appoggio e solidarietà alle popolazioni coinvolte ma soprattutto adoperandoci nella crescita e nel rinvigorimento delle lotte che strenuamente combattono l’estremismo islamico, lontani dalle logiche delle vecchie potenze coloniali.

È fondamentale, dunque che si lavori in seno ad una mobilitazione rivoluzionaria di massa contro ogni vento di guerra, figlia e madre di quel capitalismo che ancora una volta, dimostra di sacrificare come necessaria e utile la vita umana al proprio profitto.

PCL Sezione Firenze
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