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L’AVVENIRE APPARTIENE DAPPERTUTTO AL BOLSCEVISMO

La politica dei bolscevichi quale coerente sviluppo del marxismo rivoluzionario.

di Ruggero Mantovani (da Marxismo Rivoluzionario, ottobre 2005, anno III, numero 7)

“Quel che importa – sosteneva Rosa Luxemburg – è distinguere nella politica dei bolscevichi l’essenziale dall’accessorio, la sostanza dall’accidente… A questo riguardo Lenin e Trotsky con i loro amici sono stati i primi che hanno dato l’esem­pio al proletariato mondiale e sino ad ora sono stati gli unici che possono gridare con Hutter: ‘lo l’ho osato’. Questo è l’ele­mento essenziale e duraturo della politica bolscevica (…) In Russia il problema pote­va essere soltanto posto. Non poteva essere risolto in Russia. Ed è in questo senso che l’avvenire appartiene dappertutto al bolscevismo”.

Una verità elementare che ci permette, tanto più oggi, di restituire alla politica bolscevica il suo tratto originario e di investire la sua sostanza nel vivo dello scontro sociale e nella stessa prospettiva di liberazione del proletariato mondiale.

Una verità che è stata sistematicamente rimossa dal revisionismo socialdemocratico e stalinista, poiché il contenuto politico-programmatico del bolscevismo ha rappresentato e rappresenta un precedente pericoloso per le classi dominati e sicuramente ingombrante per chi, nella sinistra italiana, è cresciuto all’ombra del togliattismo. Una rimozione obiettivamente presente anche in Rifondazione Comunista, che spesso ha descritto le posizioni “avanguardistiche” dei bolscevichi, segnate dalla contingenza storica, dichiarando apertamente superato il problema della conquista del potere da parte della classe operaia e costruendo da questo versante un’i­naccettabile identificazione tra Lenin e Stalin. In definitiva per la politica bolscevica, se il socialismo e la conquista del potere politico hanno costituito il compito storico del prole­tariato, la dialettica partito-masse ne ha rapp­resentato un fattore assolutamente inelim­inabile: “dateci un’organizzazione di rivo­luzionari – scriveva Lenin – nel Che fare?- e capovolgeremo la Russia”.

Ma Lenin riteneva che la formazione dialettica e vivente di un partito non fosse un atto di autoproclamazione, un fenomeno chimico ed elitario distinto dal tratto materiale della lotta di classe. La costruzione di un partito d’avan­guardia era (ed è) un processo complesso, lungo e spesso drammatico, che incontra momenti di raggruppamenti, scissioni e inces­santi prove prima di divenire il partito della classe operaia.

Per il bolscevismo non esisteva la variegata famiglia della sinistra, sia in versione modera­ta, sia radicale, come nel Prc ritiene la mistica bertinottiana e i cangianti satelliti, destri e sin­istri, che intorno ad essa gravitano.

Lenin, tra tutti, riteneva che l’immensa maggio­ranza dei dirigenti sindacali e socialdemocrati­ci fossero “agenti della borghesia” nel movi­mento operaio e che il compito del partito comunista fosse di conquistare un’egemonia alternativa nella prospettiva della rivoluzione socialista.

La formazione del partito bolscevico
“Senza teoria rivoluzionaria (scriveva Lenin) non vi può essere movimento rivoluzionario. (…) bisogna essere ben miopi per giudicare inopportune e superflue le discussioni di frazione e la rigorosa definizione delle varie tendenze. Dal consolidarsi dell’una piuttosto dell’altra ‘tendenza’ può dipendere per lunghi anni l’avvenire della socialdemocrazia russa” 1. La rimozione e la distorsione del significato politico-programmatico espresso dal bolscevis­mo è anzitutto segnata dalla negazione di quel­la democrazia operaia che ha fatto della libera discussione, della lotta tra tendenze e frazione la migliore eredità del marxismo, liquidata in quest’ultimi decenni dalle forze staliniste e semistaliniste della sinistra italiana, dall’estrema sinistra sviluppatasi nel ’68 e dalla pratica polit­ica e organizzativa del Prc nonostante gli astratti proclami sulla democrazia interna e sul superamento dello stalinismo. 2 La formazione del Partito Bolscevico è matura­ta all’interno del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (Posdr), nello scontro tra l’ala rivoluzionaria (bolscevica) e quell’op­portunista (menscevica).

Lotte e divisioni che nel 1912 (al Congresso di Praga) produssero un raggruppamento bolsce­vico che si costituiva in partito autonomo (‘agevolato anche dalla scissione della destra menscevica) assumendo nel 1918 definitiva­mente la denominazione di Partito Comunista Russo (bolscevico).

Il Posdr nasceva nel 1898 a Minsk ereditando gran parte del suo corpo politico dall’ “Unione di Lotta per l’emancipazione della classe operaia”, fondata nel 1895 con l’apporto deci­sivo di Lenin, preceduta sia dalla “Emancipazione del lavoro” costituita da Plechanov nel 1893 e sia dall’ “Associazione Operaia della Russia settentrionale”, nata nel 1877.

Ma un partito, ricordava Lenin, può essere operaio per composizione, ma non proletario per le sue tendenze, per il suo programma, e la sua politica.

Quell’infezione che aveva colpito la socialdemocrazia tedesca, già denunciata da Marx nel 1875, si riproduceva anche in Russia: dal populismo liberal-borghese, alla destra del marxismo legale; dall’economicismo, al menscevismo; dal liquidatorismo al socialsciovinismo fino alla reazione aperta.

La formazione del partito bolscevico ha rapp­resentato, in definitiva, l’esito delle lotte teoriche e politiche contro queste tendenze e contro gli “agenti della borghesia” nel movi­mento operaio.

Ma andiamo per ordine.

Il movimento populista, formatosi tra il 1870 e 1880, riteneva che la Russia non aveva conosciuto il capitalismo come i paesi europei e che si sarebbe passati dalle piccole cellule rurali (i mir) al comunismo.

Il populismo russo, partendo da una visione impressionistica della realtà, finiva per attribuire un ruolo ininfluente alla classe operaia, malgrado tra il 1870 e il 1880 le fab­briche si moltiplicassero producendo lo sfalda­mento degli originari Mir.

I marxisti, tra cui Lenin, spiegarono che solo “l’egemonia della classe operaia” avrebbe real­izzato il rovesciamento del capitalismo. Quest’idea, centrale nella politica dei bolscevichi, era ben rappresentata da Lenin già nel 1894 in: Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano i socialdemocratici, in cui si affermava: “quando i rappresentanti di avan­guardia della classe operaia, avranno assimila­to l’idea del socialismo scientifico, l’idea della funzione storica dell’operaio, quando queste idee si saranno largamente diffuse e quando gli operai avranno solide organizzazioni e trasformeranno la guerra economica in lotta di classe cosciente, allora l’operaio russo postosi alla testa di tutti gli elementi democratici, con­durrà, al fianco del proletariato di tutti i paesi, sulla via diretta della lotta politica, alla vittoria della rivoluzione comunista.”

La battaglia contro le organizzazioni del pop­ulismo russo rappresentò la base materiale per lo sviluppo del cosiddetto “marxismo legale” e l’arena in cui prese corpo la politica bolscevi­ca.

Ma al suo interno, ben presto, maturò una ten­denza di destra diretta da Struve, che pur rite­nendo correttamente che il capitalismo rispetto al feudalesimo fosse una forza di progresso, non affrontava la questione dell’organizzazione del proletariato rinnegando l’idea stessa dalla conquista dell’egemonia della classe operaia. Non è un caso, infatti, che Struve divenne dap­prima menscevico e più tardi monarchico e rappresentante dell’estrema destra del partito cadetto.

La lotta al populismo e il conflitto che emerse tra le due tendenze del marxismo legale, hanno rappresentato la trama da cui è nata la costruzione del partito bolscevico.

Il partito di Lenin non è stato l’esito di un processo chimico, ma si è misurato costante- mente con la realtà, ad iniziare dalle lotte eco­nomiche che in quegl’anni si svilupparono nel movimento operaio russo.

Nel 1898 la lotta economica e i problemi delle condizioni di esistenza degli operai acquis­tarono una grande importanza e così divenne centrale l’attività rivendicativa dei circoli locali. Ricordiamo che lo stesso Lenin riteneva che la lotta sui problemi immediati (ad esempio for­mulava volantini sull’uso dell’acqua calda e la pausa per il tè in fabbrica) era essenziale per intercettare la base larga della classe operaia. Ma la destra del marxismo legale aveva prodot­to una deviazione della lotta economica. Ritenevano, i futuri menscevichi, attraverso il giornale Rabociae Deio (Causa Operaia), che gli operai dovevano interessarsi solo delle lotte economiche e la borghesia liberale della lotta politica.

Lenin si oppose tenacemente a questa impostazione, spiegando che il movimento operaio per realizzare la dittatura del proletari­ato doveva, a partire delle lotte economiche, costruire rapporti di forza maggioritari.

In definitiva i bolscevichi lottarono strenua­mente contro l’economicismo, e cioè contro l’idea che riconosceva alla classe operaia solo la capacità della lotta economica, con la final­ità di subordinare l’autonomia del movimento operaio alle necessità della borghesia e in definitiva al suo potere.

Un principio che non nasceva nel tempio del­l’ideologia, ma che i bolscevichi traevano anz­itutto dalla realtà e dalla dinamica delle lotte sociali e politiche che in quegli anni si svilup­parono.

A Pietroburgo, nel dicembre 1900, settori avan­zati di classe operaia russa, uniti ad una nuova generazione di studenti, furono protagonisti di imponenti scontri contro la polizia zarista, dimostrando capacità di direzione delle lotte e ribaltando la paternalistica impostazione dell’economicismo.

Fu un’esperienza importantissima da cui nacque il giornale Iskra, che divenne ben presto un centro di elaborazione teorica e di lotta politica contro le tendenze economiciste, socialrivoluzionarie e mensceviche.

In definitiva il più importante saggio sul parti­to di Lenin il Che Fare?, altro non fu che il bilancio di due anni del lavoro dell’Iskra.

Una tradizione di libera discussione e di lotta di frazione

Il II congresso del Posdr, che si celebrava a Bruxelles dal 17 al 30 luglio e poi a Londra dal 10 al 23 agosto del 1903, ha rappresentato un momento centrale della costruzione del partito del proletariato rivoluzionario.

Lenin e gli iskristi, lungi dal sollevare questioni di dettaglio, lottarono contro tutte le tendenze dell’opportunismo socialdemocratico per superare il localismo dei circoli e l’anarchia organizzativa per costruire un partito unitario, diretto da un centro, guidato da un programma e governato da uno statuto.

Fu anzitutto Lenin a insistere sulle questioni organizzative: “ le divergenze – asserì – che dividono attualmente un’ala dall’altra concer­nono soprattutto le questioni di organizzazione e non quelle programmatiche e tattiche. Il nuovo sistema di concezioni (…) è l’oppor­tunismo nei problemi d’organizzazione. (…) In sostanza, tutta la posizione degli opportunisti nelle questioni di organizzazione ha incomin­ciato a delinearsi già nel primo paragrafo: e la loro difesa di una organizzazione di partito amorfa, non fortemente coesa; e la loro ostilità verso l’idea (idea burocratica) dell’edificazione del partito dall’alto in basso (…); e la loro ten­denza di andare dal basso in alto (…) la loro ostilità verso il “formalismo” che esige da ogni membro del partito l’appartenenza a una delle organizzazioni riconosciute dal partito; e la loro inclinazione verso la mentalità dell’intel­lettuale borghese, pronto a riconoscere solo platonicamente i rapporti di organizzazione; e la loro tendenza all’autonomia contro il cen­tralismo (…)” 3

L’ala menscevica che in quel periodo aveva un consistente consenso tra la classe operaia russa, a cui attingevano tutte le varianti del riformismo politico e sindacale, si basava su un’interpretazione meccanica della teoria del socialismo.

Si affermava che in stato di autocrazia la borghesia doveva condurre la lotta politica per la conquista della democrazia, mentre il prole­tariato si doveva limitare alla lotta economica. Lenin si oppose tenacemente all’economicismo dei menscevichi, poiché riteneva che il signifi­cato rivoluzionario di ogni conquista democra­tica disvelasse l’incapacità della borghesia di essere conseguente con la propria rivoluzione. Solo il proletariato, nella lotta per il socialismo, avrebbe realizzato il programma democratico abbandonato dalla borghesia. La formula “dit­tatura democratica rivoluzionaria del proletari­ato e dei contadini”, in definitiva rifletteva questa prospettiva: rottura con il liberalismo russo, indipendenza e autonomia dalla borgh­esia e unità degli operai e dei contadini. Questa formula lungi dal rappresentare un’ astratta costruzione ideologica, era l’esito di una meticolosa analisi degli intrecci tra la borghesia russa, lo zarismo e il capitale inter­nazionale.

La conclusione per i bolscevichi era inequivo­ca: “la borghesia russa è e sarà controrivo­luzionaria sullo stessa terreno democratico”. L’economicismo, viceversa, riteneva che la coscienza politica delle masse si sviluppasse per moto spontaneo con il montare dei movi­menti: il fine diveniva la lotta economica e le rivendicazioni parziali; il nulla la direzione di marcia, le elaborazioni tattico-strategiche, il programma politico e la stessa teoria rivo­luzionaria.

In definitiva l’economicismo russo altro non era che una variante delle teorie opportunis­tiche, che in particolare nella socialdemocrazia tedesca videro, tra il 1896 e il 1898, in Bernstein una potente revisione teorica dei principi fondamentali del marxismo.

In sintesi: era messa a ferro e fuoco la dialetti­ca marxista, riproponendo il kantismo (idealis­mo) e il positivismo (concezione meccanico­determinista della trasformazione sociale), che riteneva il socialismo una creazione dello sviluppo delle forze produttive, negando la necessità della dittatura del proletariato e dunque la sua stessa egemonia sul processo rivoluzionario, seppellendo in definitiva l’au­tonomia dei comunisti in nome della collaborazione di classe.

Il partito per cui ha lottato Lenin diveniva stru­mento indispensabile per interpretare la realtà (per questo superiore a qualsiasi movimento spontaneo). Porre il nesso stringente tra teoria e prassi, tra una concezione generale del mondo, il comuniSmo, e la sua costruzione, altro non era che ribadire il concetto già riba­dito da Karl Marx: “..i comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari per il fatto che, nei vari stati di sviluppo che la lotta va attraver­sando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo (…) dal punto di vista della teoria essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risul­tati generali del movimento proletario.”4

Partito, direzione, spontaneità

Senza un partito unitario e centralizzato, spie­gava Lenin, le esigenze, i risultati, e le stesse rivendicazioni del movimento non trovereb­bero alcuna unità. Anzi, senza una dispo­sizione che colleghi le rivendicazioni in una gerarchia di fini fissati dalla strategia ed artico­lati dalla tattica, il movimento abbandona la sua spontaneità, si frantuma, si disperde ed è morente nell’apatia e nella sfiducia.

Costruire il partito dall’alto verso il basso (cen­tralismo democratico), non ha mai rappresen­tato, come asserivano gli opportunisti, una visione autoritaria, ma voleva indicare l’unità nella visione generale (teoria rivoluzionaria, programma transitorio, generalizzazioni tattico­strategiche), rappresentata da un gruppo diri­gente, democraticamente eletto e sempre sot­toposto a revoca, che costruiva il partito quale raggruppamento d’avanguardia e settore più avanzato della classe.

Una politica che guardasse alla costruzione di alleanze tra la classe operaia e gli strati non capitalistici, urbani e agricoli, poneva, anzitut­to, per i bolscevichi la necessità di costruire un partito capace di rompere con la pratica opportunistica del localismo.

Lenin non esitò neppure un momento a ricor­dare che la lotta contro il “mostruoso centralis­mo” in molti casi celava “interessi di parroc­chia”.

Una critica basata su un principio di realtà. Nei circoli locali si era consolidato un potere che portava ad un centralismo illimitato (esempio, non si ammettevano delegati ai congressi) e di conseguenza la subordinazione della parte al centro era ovviamente svantaggiosa per gli apparati locali.

Lenin ricordava che non si trattava di: “…una sfiducia organizzativa ai livelli locali, ma non si poteva permettere che i circoli, le strutture locali, portassero una sfiducia organizzativa nei confronti del centro” 5.

Il centralismo nasceva da un principio ele­mentare: al partito bisognava assicurare il con­trollo sui comitati locali, per evitare che la frammentazione della prassi, dei metodi di lotta, producesse una menomazione del pro­gramma e della stessa teoria rivoluzionaria. Questo divenne un punto centrale della pro­posta leninista: il rapporto tra il partito d’avan­guardia e le organizzazioni esterne, modulato secondo un principio disciplinato al centro, non rappresentava la dominazione di un’elite separata, ma la necessità storica di far fuorius­cire la classe operaia russa dall’anarchia orga­nizzativa e dall’opportunismo dei capi locali, per assicurare al processo rivoluzionario una pili stabile e armonica strutturazione.

Un partito che doveva essere costruito dal nucleo più avanzato, cosciente e rivo­luzionario, capace di custodire e sviluppare nella classe operaia e nei movimenti di lotta il programma rivoluzionario.

Gli antiiskristi ritenevano quest’impostazione pericolosa, denunciando che non considerare membri del partito coloro che fornivano un aiuto (professori, studenti e scioperanti) sig­nificava “buttare a mare” – espressione di Axelrod – il futuro stesso del movimento.

Lenin rispondeva che non si trattava di “buttare a mare” le organizzazioni che sostenevano il partito, al contrario asseriva: “più le nostre organizzazioni di partito comprendono dei veri socialdemocratici più saranno forti, meno esi­tazioni e instabilità ci saranno all’interno del partito e più estesa, più multiforme, ricca e feconda sarà l’influenza del partito sugli ele­menti della massa operaia che lo circondano e che sono da esso diretti (…) Non si deve con­fondere il partito reparto di avanguardia con tutta la classe” 6.

La dialettica leninista partito-classe, partito- movimento, non muoveva da un ideologico elitarismo di partito, ma era la risultante dei liv­elli di coscienza della classe nel suo specifico e nella sua origine storica, che dovevano incontrare differenti tipi di relazioni e soluzioni organizzative: il partito minoranza cosciente distinto dalla maggioranza esitante.

La forma spontanea delle lotte istintive, sca­turiva – asseriva Lenin nel Che Fare? – da “un’e­spressione emotiva di vendetta e di disper­azione”, che nel suo stadio superiore emanci­pava e diveniva coscienza sindacale, determi­nando nella classe operaia la necessità di unir­si in strutture organizzative.

Questa costituiva il livello massimo della coscienza spontanea, che assumeva forme non solo rivendicati ve, ma anche politiche, ma che, ammoniva Lenin, non emerge mai a coscienza socialista.

La coscienza socialista, dunque, non nasce mai spontaneamente ma proviene dall’esterno e matura nelle masse nell’intensa lotta ideologica proprio contro la spontaneità delle trade unions e delle tendenze riformiste.

Di conseguenza, asseriva Lenin: “…In assenza della distinzione che passa tra il reparto di avanguardia e tutte le masse che gravitano presso di esso, dimenticare il costante dovere del reparto di avanguardia di elevare strati sempre più larghi fino al livello dell’avan­guardia, vorrebbe dire infognare se stessi (…) agendo così noi cancelleremo la differenza tra aderenti e coloro che sono a noi legati, tra gli elementi coscienti ed attivi e coloro che ci aiu­tano…” 7.

“Il problema – riteneva Lenin – non era il loro dichiararsi socialdemocratici, ma era il partito che avrebbe dovuto ritenerli tali e ciò era possibile solo se avessero ele­vato la coscienza di classe al livello dell’avanguardia, cioè se avessero fatto proprie tutte le generalizzazioni tattico-strate­giche della lotta rivoluzionar­ia”.

Una lezione preziosa ed attuale.

In questi anni il rifiuto del Prc di costruire all’interno dei movimenti una direzione di marcia, di conquistarne un’ege­monia alternativa, e di combattere le impostazioni neoriformiste e piccolo-borghesi, se da un lato ha minato profondamente Tanti- capitalismo latente nel movimento, dall’altro ha rappresentato il fattore principale di un obi­ettivo ristagno del movimento stesso e della sua capacità propulsiva, impedendo alle medesime organizzazioni di divenire coscienti, stabili, ed avanzate”.

“O Ideologia borghese o ideologia social­ista”

La guerra imperialista della Russia contro il Giappone fu l’avvenimento più importante del 1904 e fu decisiva per lo scoppio della rivo­luzione del 1905, senza la quale sarebbe stata impossibile la rivoluzione del 1917.

E’ da notare che sia nel 1904 che nel 1914 i menscevichi si rifiutarono di ricercare le causa della guerra nel conflitto imperialistico. Nel 1904, nonostante la borghesia in Russia non fosse ancora interna al potere zarista (a dif­ferenza del 1914), era comunque legata mani e piedi all’imperialismo risso.

Il disfattismo dei bolscevichi, a differenza dei menscevichi che stringevano accordi con il partito cadetto, era finalizzato a trasformare la guerra in lotta rivoluzionaria. I menscevichi fecero blocco con i liberali che nel frattempo avevano ripreso vigore, sotto­scrivendo petizioni indirizzate allo zar e insistendo che non bisognava spaventare la borghesia. Riproponevano l’idea del II congresso: asseg­nare alla borghesia la lotta politica e al proletariato le rivendicazioni economiche.

Ma Lenin sapeva bene che in campo vi era una grande forza, la classe operaia, l’unica che avrebbe spezzato, con i contadini, le catene dell’au­tocrazia e della nobiltà lib­erale.

Purtroppo malgrado al II congresso il partito fosse nelle mani dei bolscevichi, in poco tempo, dopo l’arresto di alcuni componenti del Cc e la svolta opportunistica di Plechanov, il Cc e Iskra passarono nelle mani dei mensce­vichi. I bolscevichi non avevano più il control­lo del partito ed erano in clandestinità. Lenin a questo punto decise per la scissione e si formò un’organizzazione centrale panrussa dei bolscevichi che contrastò il Cc menscevico.

Il 9 gennaio 1905 vi fu una grande manifes­tazione contro la guerra che sconvolse la Russia: le masse in strada invasero la Piazza del Palazzo d’inverno e la flotta del Mar Nero pro­dusse un ingente ammutinamento. I bolsce­vichi lanciarono tra le masse senza guida polit­ica la parola d’ordine dell’insurrezione e della formazione di un governo rivoluzionario provvisorio. I menscevichi sapendo che la riv­oluzione avrebbe piegato anche la borghesia, utilizzarono l’affare Millerand e la risoluzione di Copenaghen della II intenazionale per affermare opportunisticamente il rifiuto ad entrare nel governo.

Nella metà del 1905 ebbe luogo il III congres­so convocato dall’Ufficio dei comitati a Londra, a cui parteciparono solo i bolscevichi: furono messe all’ordine del giorno l’insurrezione armata, lo sciopero generale e la messa a punto di un programma per la rivoluzione imminente. Il movimento operaio e contadino si era sviluppato e di pari passo all’espandersi dell’influenza dei bolscevichi; l’esercito e la flotta cominciarono a manifestare lo spirito di rivolta (famoso è l’ammutinamento della coraz­zata Potemkirì). L’autocrazia zarista cominciò a fare concessioni e decise di convocare la Duma. A quel punto i menscevichi videro l’inizio del parlamentarismo, mentre i bolsce­vichi sapendo che il tempo della rivoluzione era maturo, rifiutarono qualsiasi parteci­pazione, tanto più che la Duma dava privilegi solo alla borghesia. Dalle rivolte popolari si formò il primo Soviet a Pietroburgo (presi­dente Trotsky).

Il culmine si ebbe nel dicembre del 1905 a Mosca con l’insurrezione guidata dai bolsce­vichi. condannata, non a caso, dai mensce­vichi.

Quali le cause del fallimento della rivoluzione del 1905?

Mentre i menscevichi ritenevano che il falli­mento dovesse addebitarsi alle rivendicazioni eccessive (otto ore), che avevano prodotto una frattura con la borghesia, i bolscevichi ritenevano che il fallimento fosse stato deter­minato in primo luogo dal blocco borghese internazionale che fu il salvagente dello zar e lo strumento che rinsaldò il legami tra l’au­tocrazia e la borghesia russa; in secondo luogo dalla mancanza di coscienza rivoluzionaria dei contadini e dall’incapacità dei bolscevichi di trascinarli nei Soviet, tant’è che l’esercito com­posto in prevalenza da contadini aiutò lo zar e, infine, dal tradimento della borghesia, la quale comprendendo che il proletariato stava dive­nendo una forza autonoma e che avrebbe spazzato via lo zarismo e i suoi interessi, abbandonò la lotta e scese a compromessi con lo zar.

Quali le conseguenze?

Prima tra tutte la formazione di un raggruppa­mento delle forze di classe e il passaggio della borghesia alla controrivoluzione. La borghesia russa svolse un ruolo fino al 1905 simile a quello che ebbe nel 1848 la borghesia tedesca: utilizzare il proletariato per consolidare il suo potere.

Ma al contempo nel 1905 per la prima volta il proletariato mostrava il suo carattere di classe in cui i soviet ebbero un ruolo determinante, cominciando a scavare in quel mondo contadi­no fino a quel momento succube della borgh­esia.

Come era inevitabile il fallimento della rivo­luzione ebbe specifiche ripercussioni nella socialdemocrazia Russa.

Nel 1906 a Stoccolma si svolse il IV congresso del Posdr, che, sotto la spinta delle masse, determinò la riunificazione tra menscevichi e bolscevichi.

Ma il contrasto era divenuto insanabile: i bolscevichi sostenevano che sarebbero scop­piati altri moti rivoluzionari, in quanto i prob­lemi che avevano generato la rivoluzione del 1905 non si erano risolti. I menscevichi punta­vano, viceversa, alla costituzione di una forza socialdemocratica simile a quella europea, allontanandosi definitivamente dalla rivo­luzione e intravedendo la possibilità di un vero compromesso con la borghesia e il suo partito cadetto.

Ma la vera riunificazione non ci fu: vi erano due partiti in uno.

Lo Zar comunque sciolse la prima Duma per tacitare il partito cadetto e le sue rivendi­cazioni.

In questo quadro si svolse nel 1907 il V con­gresso (IV per i menscevichi) in cui entrarono tre nuove organizzazioni: la socialdemocratica lettone, polacca e il Bund che si dichiararono d’accordo sulle questioni tattiche con i bolsce- vichi, determinandone la maggioranza. Lenin e la Luxemburg ribadirono il ruolo indipendente della classe operaia e la necessità della rivo­luzione, ottenendo comunque una maggioran­za instabile.

Nello stesso anno lo Zar sciolse la II Duma e si pose la discussione all’interno del Posdr se partecipavi o meno.

E’ da notare che tra i bolscevichi era maggior­itaria la tendenza al boicottaggio, poiché si riteneva che avrebbe prodotto un movimento analogo al 1905. Lenin, in minoranza, ebbe la meglio solo per la sua autorevolezza, spiegan­do che bisogna stare accanto agli operai sia nella Duma e sia nei sindacati, malgrado fos­sero maggioritari i menscevichi: non bisognava staccarsi dalle masse.

Se avesse vinto la tendenza antileninista il bolscevismo si sarebbe trasformato in una setta.8

Malgrado ciò, anche a seguito della demoraliz­zazione per il fallimento della rivoluzione del 1905, si produssero una serie di frazioni set­tarie molto pericolose che accesero un impor­tante dibattito. La più rilevante fu rappresen­tata dall’otzovismo che chiedeva il ritiro dei deputati dalla Duma, il carattere illegale del partito e l’uscita dai sindacati e dai circoli. Anche nel menscevismo si produssero dis­gregazioni: i liquidatori che auspicavano l’ab­bandono del partito rivoluzionario; e i partitisti (Plechanov) che sostenevano la necessità di mantenere i connotati originari.

Al contempo, proprio nel 1908, con il saggio dal titolo: Marxismo e revisionismo, Lenin continuava a combattere con nettezza e deter­minazione l’atteggiamento dei riformisti in merito ai blocchi elettorali con i liberali: “Questi accordi (sosteneva) non fanno che annebbiare la coscienza delle masse, non accentuano ma attenuano l’importanza effetti­va della loro lotta, legando i combattenti agli elementi più inetti della lotta, più instabili ed inclini al tradimento”.

L’ultimo tentativo di mantenere l’unità tra bolscevichi e menscevichi si ebbe a Parigi nel 1910 durante un Cc, in cui la corrente dei bolscevischi conciliatori ottenendo la maggio­ranza e mettendo in minoranza Lenin, fece l’er­rore di non saper riconoscere che già nel 1909- 1910 vi erano le condizioni per la rottura defin­itiva con i menscevichi.

La rottura si ebbe a Praga nel 1912 quando i bolscevichi ebbero la maggioranza, garantiti anche da una nuova classe operaia che si era formata tra il 1907 al 1911 durante il periodo della reazione e nelle nuove mobilitazioni, rialzarono la bandiera del bolscevismo e fon­darono la Pravda.

Verso la fine del 1912 dopo gli anni duri della reazione due forze si contrapponevano: da una parte i bolscevichi con il nuovo partito, dall’al­tra i menscevichi raggnippati sotto la bandiera delle rivendicazioni parziali e della monarchia costituzionale. Nel frattempo durante il 1912 e il 1913 crescevano, di nuovo, le mobilitazioni sociali. Nel 1913 e soprattutto nel 1914 ilVon- flitto sociale si riacutizzò. Si videro le prime barricate come nel 1905, ma questa volta con una classe operaia e contadina più avanzata e un partito più forte.

La guerra, di lì a poco, avrebbe portato alla dis­truzione del partito. Lenin esule lanciava la parola d’ordine della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, tentando di attrarre l’estrema sinistra della II Internazionale, ma tutte le porte si chiusero inesorabilmente. Quando scoppiò la guerra tutte le tendenze russe erano socialscioviniste tranne il bolscevismo, che continuò ridotto al lumicino a costituire una piccola tendenza di sinistra nel movimento zimmerwaldiano. Una situazione che fece del bolscevismo ancora nel febbraio del 1917 una forza piccolissima, ma nel momento in cui le forze mensceviche fecero di nuovo l’accordo con la borghesia imperialista, seppe realizzare quella rivo­luzione che fu il filo conduttore della sua sto­ria del marxismo rivoluzionario.

La rivoluzione russa e il testamento di Lenin.

E’ Trotsky, nel suo scritto: Classe, partito e direzione, a ricordare che senza Lenin non vi sarebbe stata la rivoluzione Russa e al contem­po senza il partito bolscevico, quale organismo di quadri e militanti formati in anni di lotte teoriche e politiche, interne ed esterne al par­tito, Lenin non avrebbe potuto dirigere la rivo­luzione.

All’inizio del febbraio 1917 (ricordava Trotsky nell’opera citata) le imponenti manifestazioni contro la guerra e la formazione dei soviet por­tarono alla caduta dello Zar, ma “Solo Lenin manteneva una concezione rivoluzionaria chiara e profonda. I quadri del partito erano dispersi e notevolmente confusi”.

Lenin rientrato dall’esilio iniziò una dura battaglia sia contro l’ambigua posizione di Kamenev-Stalin, che tendeva né al sostegno né all’opposizione al governo provvisorio Kerensky (di centrosinistra); e sia contro quei quadri più radicali che, pur proponendo l’op­posizione al governo, non riuscivano ad arti­colare un programma per la presa del potere. Un riorientamento del partito da parte di Lenin che si dimostrò pieno di difficoltà: è Stalin, difatti, ad impedire la pubblicazione sulla Pravda delle Tesi d’Aprile con cui Lenin rifiuta il sostegno al governo provvisorio e lancia la parola d’ordine di trasformare “la guerra impe­rialista in guerra civile”.

Ma le Tesi d’Aprile furono assunte contro il governo Kerensky dalle grandi manifestazioni dei soviet che si svilupparono nel luglio 1917, nonostante l’impazienza delle masse portasse a gravi scontri che il governo represse dura­mente.

Anche Lenin, così come altri dirigenti bolsce- vichi, fu perseguitato dal governo e proprio dal suo nascondiglio, contro le mistificazioni revi­sioniste di Plechanov e Kautsky, scriveva il saggio: Il Marxismo e lo Stato, che nel 1918 fu pubblicato con il titolo: Stato e rivoluzione. Un’opera di chiarezza teorica in merito alla natura dello stato e ai compiti del proletariato, con cui Lenin puntava l’indice contro il revi­sionismo: “Dei putrescenti partiti riformisti che avevano snaturato o dimenticato gli insegna- menti della Comune di Parigi e l’analisi che ne ha fatto Marx ed Engels”.

E così, quando il generale reazionario Kornilov nell’agosto del 1917 tentò il colpo di stato, Lenin riteneva che bisognava “sostenere il governo Kerensky come la corda sostiene l’impiccato”: ottenuta la maggioranza nei sovi­et, nell’ottobre del 1917, il comitato centrale del partito decise per l’insurrezione, risolvendo il dualismo di potere nel gennaio del 1918, con lo scioglimento manu ìnilitari dell’assem­blea costituente, assegnando “ tutto il potere ai soviet. La trama che segnò gli otto mesi della rivoluzione russa fece emergere gli assi fon­damentali del bolscevismo: la conquista del­l’egemonia su settori di massa politicamente avanzati e la presa del potere politico.

Subito dopo la rivoluzione Russa, Lenin torna sui temi già affrontati in Stato e rivoluzione pubblicando: Il rinnegato Kautsky e la rivo­luzione proletaria. Si trattava di difendere la dittatura proletaria nata dalla rivoluzione dagli attacchi dei Kautsky, che in quel periodo pub­blicava: La dittatura del proletariato, con cui si erigeva a paladino dell’Assemblea Costituente in nome della democrazia. Lenin sosteneva l’impossibilità di una democrazia pura, di uno stato in cui vi fosse un’eguaglian­za tra sfruttati e sfruttatori, ricordando al rin­negato Kautsky che la “dittatura proletaria” era stata l’essenza del marxismo, e che gli stru­menti nati dai soviet erano “mille volte più democratici di qualsiasi democrazia borghese”: in essi vi era rappresentato il potere della stra­grande maggioranza della popolazione.

Una traiettoria che se da un lato ha costruito l’essenza del bolscevismo, dall’altro ha costitu­ito il testamento di Lenin che lo portò, nel 1922 ormai profondamente colpito dalla malattia, a condurre l’ultima sua battaglia contro Stalin, il quale il 3 Agosto dello stesso anno era stato nominato Segretario generale del Partito.

Il giovane stato operaio era stato letteralmente sfiancato dalla guerra civile, una situazione che produsse una crisi economica che, in parte, la Xep aveva risollevato, facendo però emergere una strisciante ristrutturazione capitalista, di cui la nuova borghesia dei nepmen e i kulaki furono eloquenti riferimenti. La gravissima crisi del 1921, di cui la tragedia di Kronstadt era stata il sottoprodotto, aveva indotto Lenin alla soppressione momentanea del diritto di frazione, accompagnata dall’epurazione dal partito dei malfattori e degli opportunisti, spes­so anche di origine zarista.

Lenin lottò duramente nei suoi due ultimi anni di vita, sia contro la burocrazia del partito e sia contro la politica sciovinista sulla nazionalità espressa da Stalin e da Ordionikidze. Fenomeni, al di là delle responsabilità sogget­tive, nati dall’incultura, dall’arretratezza, oltre che dall’isolamento dello stato sovietico.

Una battaglia che si acutizzò nel dicembre del 1922 quando Lenin con una lettera al Comitato Centrale del partito, nota come Testamento, insieme al poscritto (del 4 gennaio 1923) e alla lettera del 31 dicembre sulla nazionalità, scon­fessava la politica di Stalin, denunciando la brutalità della russificazione della Georgia e del progetto di annessione all’Urss delle repub­bliche caucasiche. Una politica apertamente sciovinista che stracciava la stessa costituzione sovietica del 1918 e il principio di autodeter­minazione dei popoli. Quando nel gennaio 1924 Lenin muore, la sua straordinaria elabo­razione teorica e l’ineguagliabile esperienza rivoluzionaria era raccolta da Trotsky, che iniziava la battaglia antiburocratica il cui esito nel 1938 fu la nascita della IV Internazionale, nel momento in cui lo stalinismo divenne, a metà degli anni Trenta coi Fronti Popolari, una forza organicamente antirivoluzionaria.

Dopo un secolo il bolscevismo, lungi dall’esse­re un dogma o peggio ancora un’icona da cele­brare, ha segnato la traduzione coerente del marxismo e una guida per l’azione, che tanto più oggi costituisce uno strumento ineliminabi­le per la rifondazione di una teoria e di una prassi del comunismo e, per dirla con le paro­le di Rosa Luxemburg, lascia sperare che l’av­venire possa appartenere ancora al bolscevi­smo e a quell’ineliminabile aspirazione di libe­razione delle masse oppresse.

Note

1 Sulle divergenze tra bolscevichi e menscevichi a proposito della rivoluzione e della forma che questa avrebbe assunto si vedano, tra i molti scritti di Lenin, i seguenti: Due tattiche;Proletariato e democrazia Borghese; Il proletariato e i contadini; La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvi­sorio; La dittatura democratica del proletariato e dei contadini; I compiti democratici del prole­tariato rivoluzionario – Opere Complete, cit. Vili. Due Tattiche della socialdemocrazia nella rivo­luzione democratica; Opere complete cit. IX la rivoluzione russa e i compiti del proletariato – “Opere complete” X; “Prefazione” a: Forze motrici e prospettive della rivoluzione russa di K. Kautsky – “Opere Complete” XI

2 Nel 1912 il Posdr si divideva, secondo un elenco steso da Rosa Luxenburg, in 12 frazioni. Quella bolsce­vica era la più importante. Il partito che diresse la rivoluzione fu in realtà il prodotto della unione di bolsce­vichi di cinque frazioni (tra cui quella di Trotsky) e minoranze significative di tre.

3 Lenin: Un passo avanti due indietro, Editori Riuniti, Roma.

j Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista in: “Opere Scelte”, Editori Riuniti, Roma. 196″. pag. 305.

5 Lenin: Un passo avanti due indietro, cit.

6 Lenin: Un passo avanti due indietro, cit.

7 Lenin: Un passo avanti due indietro, cit.

8 Grigorij Evseevic Zinov’ev, La formazione del partito bolscevico, Graphos. Genova.

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