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Islam Act: gli insostenibili giorni dei mostri

Di Partigiano stanziale

Continua la campagna di unità globale contro il terrorismo, per la libertà di stampa e contro gli estremisti islamici. Anche l’Europa borghese sembra avere trovato, per il momento, una ragione per giustificare la propria esistenza.

Se ne vedono di tutti i colori. Per esempio: domenica scorsa la Lazio, la squadra di calcio notoriamente più di destra, è scesa in campo con scritto sulla maglietta: “je suis Charlie”. Cosa avrebbe fatto se l’episodio avesse riguardato la religione cattolica? Robe da matti!

E poi ci dobbiamo sorbire le prevedibili inchieste sul campo, cioè le interviste ai giovani delle banlieue parigine, dalle quali emerge che della strage o non gliene frega niente o sono più o meno d’accordo, nel senso che quelli di Charlie Hebdo “se lo dovevano aspettare”.

Orrore! Il nemico è fra noi.

Qualche giorno fa, tanto per accennare anche a piccoli eventi, in una via di Forlì hanno appiccicato un foglio con scritto: “Infedeli stiamo per arrivare!”. Una cazzatina, ma scommetto che qualcuno l’ha presa sul serio.

Del resto, a forza di umiliazioni, un popolo senza patria coglie qualsiasi occasione per affermare la propria dignità, anche la peggiore.

E infatti il punto è proprio questo: quando vengono meno fra le masse popolari le idee di progresso e si regredisce alla “repubblica delle banane”, dove regnano corruzione e sfruttamento del lavoro, anche un ideale arcaico e brutale, ma comunque un ideale, può essere coinvolgente.

Sennò chi glielo farebbe fare ad alcuni giovani europei, non solo di origine araba, di convertirsi all’Islam e partire per la Jihad? Pare incredibile vero? Ma il vuoto può essere solo riempito e il primo che arriva può ficcarci di tutto, anche una montagna di schifezze.

E poi, scusate, fascismo e il nazismo dove sono nati? A Bagdad? Oppure a Roma e Berlino? E gli integralisti non sono forse i fascisti dell’Islam?

Così fra fascisti di qua e fascisti di là, che fanno a gara a buttare sterco sul fuoco (lo sterco è un ottimo combustibile ma è sempre merda), ci dimentichiamo le questioni che contano veramente e che sono la causa di tutto.

A questo proposito: la Fiat di Melfi ha annunciato 1200 nuove assunzioni. La Fin-Cisl, due secondi dopo la diffusione della notizia, ha esaltato il Jobs Act (che loro hanno sostenuto) al quale, secondo loro, si dovrebbe il merito delle suddette assunzioni a tempo indeterminato.

Marchionne li ha subito sputtanati dichiarando che le assunzioni ci sarebbero state lo stesso: “solo che con il Jobs Act è meglio”.

Certo che è meglio, per i padroni. Se prima avevi un contratto precario, eri sicuro di lavorare fino alla scadenza. Ora invece sei a tempo indeterminato, nel senso che possono tenerti fino a che gli servi ma anche che ti possono licenziare quando gli fa comodo.

Finalmente i padroni hanno realizzato il sogno di sfruttare i lavoratori a loro piacimento, ma possiamo stare sicuri che fra non molto vorranno di più (non oso pensare cosa), magari l’abolizione delle ferie o della liquidazione, chissà?

Intanto la CGIL dopo lo sciopero generale tace. A cosa è servito? Susanna Camusso aveva parlato di fare ricorso alla corte europea contro il Jobs Act, cosa che più ridicola non si può, ancora peggio del referendum annunciato a suo tempo (sempre dalla CGIL) contro la riforma Fornero.

A questo punto sorge spontanea la domanda: che fine farà la CGIL? Una risposta piuttosto inquietante è emersa nell’incontro con i sindacati qualche settimana prima dell’approvazione del Jobs Act.

Il Presidente del Consiglio avrebbe proposto loro di trasformarsi in una specie di agenzia di Stato per la gestione del mercato del lavoro.

Niente di più plausibile, vista l’inutilità conclamata degli uffici per il lavoro (ex collocamento). I sindacati invece con un radicamento diffuso presso le imprese sarebbero l’ideale per gestire il mercato del lavoro.

CISL e UIL si sono dichiarati subito disponibili, mentre la CGIL si è opposta ma solo per opportunità contingenti.

Del resto, in questi tempi di concorrenza atroce sulla pelle dei lavoratori, come può giustificarsi un sindacato che non ha nessuna intenzione di mettere in discussione l’economia di mercato e che viene umiliato sistematicamente in ogni sua iniziativa?

Tutto sommato va a finire che per i lavoratori sarà meglio così: senza sindacato chissà che non sia possibile rifondare un vero sindacato di classe, anche se fino ad allora bisognerà battersi perché ciò non accada.

In conclusione e nonostante tutto, sono tempi interessanti, anche se questo non vuol dire che saranno tempi tranquilli e nemmeno pacifici.

La storia va e le contraddizioni crescono; se si acquietano ad est risorgono ad ovest in forme inedite ed imprevedibili e proprio per questo fra di esse possono aprirsi improvvisamente spazi inediti anche per le forze comuniste rivoluzionarie.

Pazienza! Ancora pazienza compagni! Non è giunta l’ora di consegnarsi, placati e consonanti, all’armonia della generale imbecillità.

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