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Il doppio doppiogioco del mitico Berlinguer

Di falaghiste

Nel sito di Rifondazione Comunista della sezione di Forlì l’ultimo post risale al primo agosto: il solito invito ai partiti democratici e a tutti gli antifascisti alla celebrazione della liberazione di Predappio (28 ottobre)… Va beh!
A questo segue una critica al PD forlivese (13 giugno), che non si preoccupa di ridurre la TASI alle famiglie a basso reddito: cosa si aspettavano?
Il terzo post, datato undici giugno, è un panegirico di E. Berlinguer dove si spiegano i suoi grandi meriti di difensore della legalità e delle lotte operaie:
Il ricordo di Enrico Berlinguer è ancora vivo e il suo esempio quanto mai attuale.
Berlinguer ha denunciato per primo l’emergenza e urgenza della questione morale nel nostro Paese.
Con quell’espressione, egli intendeva indicare la deriva di un modello di sviluppo sbagliato e devastante, fondato sull’illegalità, sull’alleanza tra gli apparati dello Stato e la criminalità organizzata, sulla trasformazione dei partiti che stavano al governo in comitati d’affari, su imprese e imprenditori che fanno profitti a suon di bilanci falsi e di sfruttamento dei lavoratori. Berlinguer andò davanti ai cancelli della Fiat di Torino – quando nel 1980 vennero annunciati 15.000 licenziamenti – per dire che il Pci stava e doveva stare dalla parte dei lavoratori anche e soprattutto quando le cose sembravano andare nel peggiore dei modi. Una grande lezione politica e morale che tanti hanno dimenticato: sia Renzi che Fassino, quando la Fiat ha scelto di non riconoscere il contratto nazionale di lavoro e di dichiarare di fatto “illegale” la presenza della Fiom – si sono schierati dalla parte di Marchionne senza se e senza ma. Ancora, vogliamo ricordare il Berlinguer che sostenne il referendum per difendere la scala mobile, ovvero l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita.
Evidentemente per i rifondaroli forlivesi la storia è iniziata con Berlinguer, in quanto fu lui lo scopritore della corruzione e del malaffare del sistema politico borghese, della prossimità dello Stato con la malavita organizzata e lo sfruttamento  del proletariato. Ogni ulteriore commento è superfluo, li invitiamo soltanto a leggersi qualcosa dell’enciclopedica bibliografia marxista, consigliando loro, tanto per cominciare: “Lavoro salariato e capitale” di Marx e “Stato e rivoluzione” di Lenin.
In quanto al presunto e pubblicizzato sostegno di E. Berlinguer agli operai della Fiat nel 1980, è opportuno piuttosto ricordarlo come una delle peggiori operazioni doppiogiochiste del PCI, ossia come “fingere di stare con i lavoratori appoggiando i padroni”. 
Anche rispetto alla presunta eroica difesa della scala mobile i fatti dimostrano il contrario di quanto affermano i rifondaroli.
La storia, quella seria e documentata, non l’immaginario ideologico che ne deforma la sostanza, dimostra che l’apparato burocratico del PCI, sin dall’inizio non fece altro che cercare d’ingraziarsi le classi dirigenti borghesi per assumere in loro nome e in alleanza con i  loro partiti il governo del paese. Obbiettivo raggiunto con la nascita del PD; non è un caso, infatti, che il suddetto difensore degli oppressi sia celebrato oggi come uno dei suoi massimi precursori. 
Del resto, già con “la svolta di Salerno” il PCI togliattiano, in ossequio al trattato di Jalta e alla politica del compromesso stalinista con le borghesie nazionali nell’Europa dell’Ovest, già nel 1944 aveva intrapreso la via riformista. Con l’accettazione implicita dell’economia di mercato, tutto ciò che andava oltre non poteva essere tollerato.
È il 1973 quando il segretario del PCI Enrico Berlinguer (con una serie di articoli sulla rivista Rinascita) propone al presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, il completamento del compromesso costituzionale del 1948 attraverso un’ alleanza fra: “le due grandi tradizioni popolari del socialismo e del cattolicesimo democratici“. Tale politica passerà alla storia come compromesso storico. Qualcuno, più concretamente, la chiamerà la seconda svolta di Salerno.
Al di là della mistificazione ideologica (le tradizioni popolari a cui si richiama il compromesso storico non esistono in Italia se non circoscritte a minoranze ininfluenti nei rispettivi ambiti politico-ideologici), Berlinguer propone un patto di governo fra l’apparato del PCI e il partito della borghesia, del Vaticano e della malavita organizzata; altro che “urgenza della questione morale”.
Nel maggio del 1975 il governo Moro, con il sostegno del PCI, approva la legge Reale che introduce l’arresto senza flagranza di reato. Inizia la repressione di massa, basta un semplice sospetto per venire arrestati e trattenuti come probabili terroristi; di lì a qualche anno, migliaia di militanti antifascisti verranno incarcerati senza alcuna prova.
Contemporaneamente, nelle fabbriche, i sindacati (CGIL in testa) d’accordo con i padroni reprimono con ogni mezzo i militanti delle organizzazioni di classe, mentre le organizzazioni terroristiche del fascismo reale, responsabili delle stragi, sotto la copertura dei servizi segreti dello Stato, rimangono indisturbate.
Ma il PCI prosegue l’alleanza con la DC. La nuova formula si chiama solidarietà nazionale, non più il fallito governo PCI-DC, ma il sostegno esterno del PCI al nuovo corso democristiano (1976 governo Andreotti: monocolore DC).
Ormai le masse attive del movimento operaio subiscono l’influenza dell’antifascismo costituzionale.
Si svolgono enormi manifestazioni di massa “contro il terrorismo”, dove si mescolano le bandiere storiche con la falce e il martello alle bandiere crociate. È l’inizio della fine del decennio sessantottino, le masse proletarie si sono schierate, più o meno consapevolmente, al fianco del fascismo reale mascherato da antifascismo democratico.
Non rimane che attaccare il movimento operaio che, pur avendo aderito in maggioranza all’antifascismo costituzionale, non è ancora disposto a cedere nella lotta di classe per il controllo della produzione industriale.
L’attacco è portato su due fronti. Il 2 agosto del 1980 scoppia una bomba alla stazione di Bologna facendo decine di morti e centinaia di feriti.
In un momento in cui si credeva la situazione pacificata ricomincia la caccia alle streghe: l’opinione pubblica viene di nuovo predisposta ad accettare soluzioni autoritarie.
È l’occasione per aprire il secondo fronte e chiudere definitivamente con il centro della resistenza operaia: la FIAT.
Prima la direzione annuncia il licenziamento di decine di operai per attività terroristiche, poi il licenziamento di 14.000 operai. Il consiglio di fabbrica decreta lo sciopero ad oltranza, ma dopo trentacinque giorni una manifestazione di impiegati e tecnici (detta: ”la marcia dei quarantamila”, in realtà erano molti di meno) rivendica il diritto di tornare al lavoro.
Gli operai comunque non ne vogliono sapere di rimuovere i picchetti ai cancelli, ma le direzioni sindacali si schierano di nuovo contro il movimento operaio.
Infatti, nonostante l’opposizione dei lavoratori, Luciano Lama, segretario generale della CGIL, firma l’accordo con l’azienda accettando licenziamenti e cassaintegrazione. È la Waterloo del movimento operaio italiano; da allora sarà un continuo rifluire della classe operaia verso il dominio totale del capitale sul lavoro.
Questa vicenda rappresenta il culmine della doppiezza politica del PCI.
Qualche giorno prima della firma del famigerato accordo, Berlinguer dichiara che, qualora gli operai avessero occupato la FIAT, il partito li avrebbe sostenuti. La malafede è evidente: la verità è che il PCI delega il tradimento alla burocrazia sindacale CGIL per non compromettere l’immagine del partito di fronte al proprio elettorato. (È impensabile che Luciano Lama, iscritto al PCI come la maggioranza dei sindacalisti CGIL, abbia agito senza l’assenso implicito, o perlomeno senza la garanzia di non ingerenza, da parte di E. Berlinguer).
Un anno dopo la porcata si ripete, (con maggiori ambiguità e contraddizioni fra apparato CGIL e PCI) e non soltanto contro gli operai della Fiat ma contro tutta la classe lavoratrice e i pensionati. 
Con E. Berlinguer ancora segretario, Bruno Trentin (anche lui del PCI, subentrato a Lama alla guida della CGIL) sigla un accordo con il governo e la controparte per l’abolizione parziale della scala mobile dei salari dando il via alla politica di concertazione: il sindacato non è più un organismo di rappresentanza autonoma delle classi lavoratrici ma, per conto del governo e delle organizzazioni padronali, diventa uno strumento di controllo e repressione delle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Inizia la trasformazione del più grande sindacato italiano in un organismo legittimato dallo stato borghese. 
Dopo aver distrutto il movimento operaio (con il compromesso storico), contro la burocrazia CGIL e parte del suo stesso partito, Berlinguer promuove il referendum per la reintroduzione della scala mobile. Una scelta che sancirà la sconfitta del referendum, nel 1985, l’anno successivo alla sua morte. 
L’unica concessione che si può fare ad E. Berlinguer è di aver creduto in buona fede ad una uscita dalla crisi della sinistra con un compromesso stabile fra capitale e lavoro. Ma aver cercato di realizzarlo sulla pelle del movimento operaio come ultima risorsa del riformismo lo ha condannato inevitabilmente alla sconfitta. Forse la sua fortuna è stata proprio quella di morire prima che la sua politica fallisse definitivamente. 
Ciò che oggi rimane della sua opera è la ridondante retorica dei fedeli sopravvissuti; e il panegirico dei rifondaroli forlivesi ne è un povero, grottesco esempio.
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