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Risoluzione politica Comitato centrale PCL del 19 e 20 luglio 2014

La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale. A sette anni dall’esplosione della bolla finanziaria dei subprime, il ciclo economico rimane caratterizzato da una profonda crisi di sovrapproduzione, da significativi squilibri tra poli capitalisti, dal riproporsi di successive bolle finanziarie per costruire sbocchi temporanei all’immensa massa di capitale accumulata. In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale (inevitabilmente ineguale e combinata, con conseguenti redistribuzioni della divisione internazionale del lavoro e del capitale, e quindi dei rapporti di forza tra potenze); la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale.
La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare (dal quadrante orientale europeo al medioriente, dal mar meridionale cinese all’area centraficana). Turbolenze segnate nel blocco nordamericano dalla presumibile conclusione della lunga e lenta crescita drogata dall’interventismo finanziario della FED (con la possibile chiusura, più o meno traumatica, delle bolle finanziarie di questi ultimi anni su titoli e cambi), dal sostanziale blocco di redditi e occupazione, dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze; nel continente asiatico dal progresso delle contraddizioni interne, con uno sviluppo dei nazionalismi e delle tensioni anche militari fra i diversi paesi, come anche della conflittualità di classe, sospinta dall’espansione del salario diretto e di quello sociale dei lavoratori; nel continente europeo da una lunga stagnazione originata dai disequilibri interni promossi dal suo nucleo centrale e dalle conseguenti politiche di austerità, che si scaricano in una compressione dei salari diretti, indiretti e sociali dei lavoratori dipendenti.

IL QUADRO EUROPEO: STAGNAZIONE ECONOMICA E CRISI POLITICA
In questo quadro complessivo di aggravamento delle tensioni e delle contraddizioni originate nelle crisi si collocano le vicende europee di questi mesi. Il superamento dell’emergenza finanziaria del 2011/2012 non si è combinata con una reale ripresa produttiva. La doppia recessione europea (2008/2009 e 2011/2012) non è stata recuperata nel suo complesso. Pur in un quadro diversificato, la stagnazione economica continentale permane, in generale, come dato dominante. La recente inversione negativa di marcia della produzione industriale in Francia, Italia, ed anche Germania ne è la misura. Il forte rallentamento dell’area BRICS, il rafforzamento dell’euro legato al nuovo flusso di capitale finanziario in Europa, le politiche recessive“anti debito”, hanno concorso a bloccare per effetto congiunto gli elementi parziali di ripresa. Le ripetute iniezioni di capitale nelle banche europee da parte della BCE hanno concorso alla bolla finanziaria mondiale, non a una svolta produttiva. Mentre permane inalterato l’enorme debito delle banche e degli Stati verso le banche (v. crisi bancaria in Portogallo).
Sul piano politico i governi borghesi e le politiche di austerità acuiscono complessivamente la propria crisi di consenso sociale. Le elezioni Europee del 25 maggio registrano la sconfitta elettorale di molti governi in carica e delle rispettive coalizioni, particolarmente negli Stati più popolati e più rilevanti, con l’eccezione della Germania e dell’Italia (oltre che di alcuni paesi dell’Europa centro orientale, come l’Ungheria, la Romania, i Baltici e di alcuni piccoli paesi, come Cipro).
La polarizzazione del voto insidia o indebolisce lo stesso assetto politico bipolare in paesi chiave (Francia, Gran Bretagna, in parte Spagna). In diversi Paesi, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, la crisi combinata delle tradizionali forze dominanti e del movimento operaio ha sospinto la crescita del populismo reazionario. In altri paesi, come la Grecia e la Spagna, l’ascesa di massa ha sospinto la crescita della sinistra cosiddetta “radicale”, in realtà socialdemocratico di sinistra o democratico-movimentista.
Questi fenomeni di polarizzazione politica sono a loro volta internamente differenziati sia sul versante reazionario (mancata crescita lineare delle forze neofasciste come Yobbick, Settore Destro in Ucraina..), sia sul versante della sinistra (diversificazione profonda delle forze della Sinistra Europea, che avanzano in Grecia e Spagna, ma stagnano in Francia e Germania). I limiti della polarizzazione politica riflettono i limiti della polarizzazione sociale. La prevalenza allarmante della polarizzazione reazionaria rispetto alla polarizzazione a sinistra riflette la crisi di una risposta proletaria alla crisi capitalista sul terreno della lotta di classe.
Complessivamente il perdurare della stagnazione, la crisi politica di consenso, le pressioni nazionaliste reazionarie, complicano ulteriormente il rispetto dei patti economici europei (Fiscal compact) e acuiscono le contraddizioni politiche tra imperialismo tedesco e imperialismi alleati, sia mediterranei che britannico. La possibilità, in prospettiva, di una separazione della Gran Bretagna dalla UE diventa reale. Con effetti ad oggi imprevedibili, ma potenzialmente rilevanti.

IL CASO ITALIANO: IL NUOVO CORSO DEL POPULISMO DI GOVERNO
Il caso italiano registra una particolarità. L’Italia è stata in questi anni il paese imperialista europeo che ha combinato al più alto livello crisi capitalista (depressione industriale e debito pubblico) e crisi politico istituzionale. Negli ultimi mesi, sullo sfondo di una perdurante stagnazione economica e di profondi processi di riorganizzazione di assetti ed equilibri interni del capitalismo italiano, si è prodotto un punto di svolta sul piano politico.
Con la nascita e il consolidamento del governo Renzi l’Italia ha realizzato un giro di boa in direzione della soluzione della crisi politica borghese. Il carattere dominante del nuovo corso renzista è di segno populista e “bonapartista”. Un nuovo dominus politico ha conquistato il centro della scena; ha preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive, e riorganizzandolo attorno al proprio comando; ha realizzato un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l’opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate (sindacati e Confindustria). In questo quadro, persegue un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una “terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato, un’alta burocrazia statale snellita e rinnovata, grazie alla diretta promozione di funzionari e manager amici, un ulteriore rafforzamento della Presidenza del Consiglio. In questo quadro ha avviato una fase di controriforme continue, a colpi di decreti e leggi delega, sul pubblico impiego, il precariato, la scuola, con l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali di lavoro, ridefinire i rapporti di forza di tutte le organizzazioni sindacali, indebolire le capacità di resistenza dei lavoratori, facilitare la riduzione di salari e il controllo dell’organizzazione del lavoro da parte del padronato, pubblico e privato.
E’ un progetto autocentrato, ma al servizio del capitalismo italiano. Un capitale che si è profondamente rinnovato negli ultimi anni: con la sostanziale riduzione di potere e di influenza del circuito chiuso delle grandi famiglie che ha dominato dal dopoguerra intorno all’asse di Mediobanca (“il salotto buono” dei patti di sindacato); con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane (da Telecom a Pirelli, dagli equilibri della nuova FCA all’ENI); con la trasformazione produttiva dei distretti e l’emersione di una media impresa che sviluppa anche una propria politica multinazionale (dalla Brembo alla Marcegaglia). Questa emergente muova composizione del capitale nazionale, attraverso il sostegno e l’utilizzo di questo nuovo populismo autoritario di governo, cerca di assicurarsi il paravento utile per la continuità e lo sviluppo delle politiche di austerità, uno sfondamento deciso verso il taglio del salario sociale e lo smantellamento dei contratti nazionali, in un quadro “finalmente normalizzato”.
Il fatto che nelle elezioni europee del 25 Maggio il populismo di governo abbia frenato e contenuto il populismo reazionario di opposizione, e abbia preservato il consenso elettorale della maggioranza di governo – unico caso in Europa tra i paesi imperialisti con l’eccezione tedesca- è un successo non solo di Renzi, ma anche di questa nuova composizione della borghesia italiana.

IL RAFFORZAMENTO POLITICO DEL RENZISMO
I risultati elettorali del 25 Maggio hanno rafforzato il renzismo. Dal punto di vista elettorale non si è realizzato alcun “plebiscito” a favore di Renzi: il 41% è in larga parte il riflesso del passaggio totale dell’elettorato di Scelta Civica e degli equilibri interni al campo allargato dell’astensione.
Dal punto di vista politico, invece, il risultato ha favorito la stabilizzazione del nuovo corso. Da un lato la crisi profonda di FI e del ruolo in essa di Berlusconi; dall’altro la sconfitta politica del M5S e della sua linea d’urto, ben al di là del suo risultato elettorale, rafforzano la centralità di Renzi nello scacchiere politico e la sua politica bonapartista. Spostando ulteriormente i rapporti di forza a suo vantaggio. Il riposizionamento di Confindustria al fianco di Renzi, e il suo distacco dal patto con la CGIL, è il riflesso sociale di questo dato politico. E, a sua volta, un fattore di ulteriore rafforzamento del governo.

I LIMITI MATERIALI DEL POPULISMO RENZISTA, DENTRO LA CRISI CAPITALISTA
Non ci troviamo ancora tuttavia in un “regime renziano” stabilizzato.
Sotto il profilo politico, il renzismo è ancora costretto a convivere con l’eredità del passato (vecchia coalizione di governo, vecchi equilibri parlamentari, vecchia composizione della rappresentanza parlamentare del PD), con le relative difficoltà e incognite nei passaggi istituzionali.
Mentre proprio lo sfondamento del renzismo ha innescato l’effetto domino di una riorganizzazione politica complessiva della rappresentanza e degli schieramenti borghesi che è ancora lontana dal prefigurare uno sbocco e un nuovo equilibrio politico complessivo di tipo bipolare. E abbraccia molte variabili tra loro intrecciate (durata di legislatura o meno del governo, ricomposizione o meno di un centrodestra e sotto quale egemonia, tenuta o meno di Forza Italia e dello stesso Berlusconi, dinamica ed effetti del riposizionamento del M5S nel nuovo scenario).
Sotto il profilo economico sociale, il populismo di governo si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Operazioni truffa come quelle sulle 80 euro, che già scontano grandi difficoltà di copertura, non sono replicabili per una legislatura. Il Premier cerca di negoziare con gli altri imperialismi europei un lasciapassare per le proprie manovre populiste (la “flessibilità”). Ma gli spazi di mediazione, a fronte dell’enorme debito pubblico italiano, sono assai limitati. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato dalla crescita delle pressioni nazionaliste e da una sostanziale stagnazione economica. Mentre il risvolto di eventuali concessioni è in ogni caso un ulteriore abbattimento della spesa pubblica (32 miliardi in 3 anni) e un ulteriore pesante attacco ai diritti sociali e sindacali dei lavoratori (Decreto Poletti e jobs act). L’offensiva iniziata e annunciata dal governo sulla scuola pubblica è emblematica. Le nuove politiche di austerità possono minacciare in prospettiva il richiamo populista del governo e minare le sue basi di consenso.
In questo quadro non è possibile escludere che dopo il varo della nuova legge elettorale e della riforma istituzionale, lo stesso Renzi decida uno sbocco elettorale anticipato (2015): per prevenire la crisi di consenso del populismo di governo, liberarsi del retaggio delle vecchie contraddizioni politico parlamentari, rilanciare la propria offensiva politica e sociale da un rapporto di forza più favorevole e stabilizzato.

SVOLTA BORGHESE E CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO. LA BANCAROTTA DELLE BUROCRAZIE SINDACALI
Mentre la crisi borghese conosce un punto di svolta, permane e si aggrava la crisi del movimento operaio. L’avanzata e il consolidamento del renzismo agisce come fattore di paralisi e/o scomposizione nel campo della sinistra, sindacale e politica.
Sul terreno sindacale, quella stessa burocrazia della CGIL che ha concorso in modo determinante a spianare la strada al renzismo è messa con le spalle al muro dal nuovo corso bonapartista. Un corso che non solo rifiuta la mediazione concertativa, ma attacca i diritti sindacali e la CGIL. Privandola sia della tradizionale sponda PD (ormai assimilato al renzismo), sia per effetto indiretto della sponda di Confindustria (salita sul carro vincente).
Parallelamente, il renzismo mette in un vicolo cieco la FIOM. L’apertura disinvolta del suo vertice dirigente al governo in cambio di un proprio riconoscimento politico/negoziale, non ha trovato né contropartite né sbocco, se non parzialmente sul piano dell’immagine. L’uso reciproco tra Landini e Renzi in funzione anti Camusso, è servito unicamente ad abbellire il profilo di un governo reazionario agli occhi dei lavoratori a tutto vantaggio di Renzi. Mentre il tentativo della FIOM di usare il renzismo per normalizzare le relazioni sindacali (anche con FIAT), o guadagnare un diverso terreno di concertazione (modello Electrolux) non ha aperto i varchi attesi.
Complessivamente di fronte a un processo e a un progetto di stabilizzazione sociale e politica reazionaria che ne mina ulteriormente ruolo e spazi, l’intera burocrazia sindacale, in tutte le sue articolazioni, è paralizzata dalla disfatta delle proprie politiche. A ulteriore vantaggio della stabilizzazione reazionaria.

IMPLOSIONE E CRISI DELLA SINISTRA POLITICA
Sul piano politico, il renzismo precipita la crisi di SEL. Le ragioni e lo spazio nazionali di una sinistra del centrosinistra sono minate dal nuovo corso autocentrato del renzismo e dal suo successo. Il bivio fra integrazione nel renzismo o opposizione al renzismo si è fatto più stretto. Una parte di SEL ha scelto la prima via, con l’avvicinamento alla stessa area di governo. La maggioranza ha scelto di preservare la propria autonomia formale e la propria opposizione di sua maestà per puntare a negoziare domani una ricomposizione del centrosinistra, anche nella forma di un ricambio di maggioranza di governo (SEL al posto di NCD). Ma la prospettiva di sbocco è del tutto aleatoria. Mentre la scissione indebolisce ulteriormente il potere negoziale di SEL. SEL è oggi, più di ieri, un partito a rischio disgregazione.
Parallelamente l’operazione Tsipras all’italiana, quale opposizione aclassista della “cittadinanza attiva”, è prigioniera delle sue contraddizioni. Il raggiungimento del quorum alle elezioni europee ha registrato una domanda di rappresentanza, in sé positiva, di un settore del popolo della sinistra. Ma non ha invertito la dinamica di declino elettorale della sinistra cosiddetta “radicale”. E soprattutto non ha definito una prospettiva. Tsipras resta una sommatoria di progetti e interessi diversi (“lista last minute” per SEL, rifugio di sopravvivenza per il PRC di Ferrero, arena di autopromozione di un cenacolo intellettuale liberal progressista cui le sinistre hanno consegnato le chiavi) senza che nessuno dei suoi soggetti costituenti abbia la forza e l’autorevolezza per affermare la propria egemonia e definire uno sbocco. Sia in termini di linea e collocazione politica verso il PD. Sia in termini di definizione della forma e natura della “nuova soggettività”. Ed anzi tutti i suoi soci fondatori sono attraversati da convulsioni interne e/o scomposizioni. In ogni caso, quali che siano le risultati possibili dell’operazione essa non si configura come polo di ricomposizione della rappresentanza politica del movimento operaio ma come polo di opposizione “democratica”.
Infine il progetto dell’area centrista di Rossa (quale amalgama senza principi di Sinistra Anticapitalista e Rete dei Comunisti) appare bloccato dalle sue contraddizioni genetiche, dalla autonomizzazione politica dei suoi soggetti costituenti, dalla stessa “attesa” dell’evoluzione di Tsipras.
Complessivamente, il segno prevalente della dinamica a sinistra, nell’ambito riformista e centrista, è dunque quello della implosione e della paralisi. Quale risultante di una bancarotta politica, che il nuovo scenario politico rende più evidente ed aggrava.
In questo quadro si colloca, negli ultimi mesi, la capacità dei diversi segmenti dell’area antagonista di segnare agende e tematiche della sinistra. Una capacità determinata in particolare da due elementi: un proprio radicamento, seppur limitato, in alcuni territori, in settori precari, studenteschi e giovanili; la tenuta di una propria forza di mobilitazione (riuscendo a costruire cortei di dieci-ventimila partecipanti), e quindi la possibilità di imporre all’attenzione nazionale alcuni appuntamenti (16 ottobre, 12 aprile, in potenza 11 luglio). Quest’area rimane dominata dalla presenza di diverse strutture organizzative, spesso di dimensione locale; dall’intrecciarsi di progettualità politiche contraddittorie se non contrastanti (negriane e postoperaiste; autonome di classe; anarchiche; ecc); da spiccati settarismi e competizioni tra i sui diversi settori. Nonostante questo, è evidente la sua capacità di fare circuito e di ricompattarsi in alcuni momenti, a partire da due elementi fondanti: la costruzione di un immaginario radicale, anticapitalista, “insurrezionalista” a partire dalla contrapposizione di piazza e dalla sua estetica (noTav, casa, migranti, logistica); l’alterità e la contrapposizione alle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, siano esse moderate o radicali, riformiste o rivoluzionarie.

LA NOSTRA PROPOSTA DI MASSA: UN FRONTE UNICO DI CLASSE ANTICAPITALISTA
Di fronte al nuovo scenario politico, il PCL riafferma più che mai la propria linea e proposta di massa, classista e anticapitalista, per un governo dei lavoratori. In Italia e in Europa.
La svolta renzista è l’epilogo di una lunga crisi politica e istituzionale segnata dalla crisi capitalista e dall’assenza di un’iniziativa di classe indipendente del movimento operaio. L’assenza di una risposta di classe e anticapitalista alla crisi sociale e politica ha spianato la via a un processo reazionario. Renzismo e grillismo, sono aspetti diversi, su lati diversi, di questo processo. L’alternativa di fondo tra rivoluzione o reazione ha trovato un suo specifico riflesso nella vicenda italiana.
Tanto più oggi solo un’irruzione sulla scena del movimento operaio può bloccare la dinamica in atto e aprire una fase nuova. Solo un opposizione di classe, radicale e di massa, al governo Renzi e al padronato può contrastare il populismo di governo, allargare le contraddizioni del suo blocco sociale, ricomporre un blocco sociale alternativo. Solo il movimento operaio può sbarrare la strada alla Terza Repubblica. Rimuovere questa necessità, o in direzione di un’opposizione di cittadinanza “democratica”, o in direzione di una pura sommatoria antagonista senza baricentro classista, significa, tanto più oggi, rimuovere il nodo decisivo. E contribuire a una sconfitta non solo sociale ma anche democratica.
L’esigenza di una piattaforma generale di mobilitazione e di una prospettiva alternativa è posta dall’intero scenario politico. Di fronte al populismo di governo, una opposizione di classe non può giocare di rimessa. Deve dotarsi di una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti capace di indicare un’alternativa e di un’azione organizzata determinata a battersi per quella piattaforma. Senza sviluppare un riferimento complessivo alternativo, si rischia che più ampi settori di massa possano essere sedotti dai miraggi populisti. Gli 80 euro insegnano. O i lavoratori vedono un’alternativa o si aggrappano alle elemosine del sovrano.
Cancellazione del decreto Poletti, ritiro del piano scuola, cancellazione del decreto e del DDL sul pubblico impiego, blocco dei licenziamenti, ripartizione del lavoro, salario ai disoccupati, grande piano di nuovo lavoro in opere sociali finanziato dalla tassazione delle grandi ricchezze. Sono le prime proposte di rivendicazione per una piattaforma di vertenza generale e di mobilitazione immediata, da ricondurre ad una prospettiva anticapitalista. Una piattaforma di demarcazione classista, attorno a cui costruire e rivendicare il più ampio fronte unico di lotta del movimento operaio e attorno ad esso di tutti i movimenti sociali, in aperta contrapposizione al governo, al fronte padronale, a tutte le espressioni di populismo reazionario( a partire dal grillismo). In questo quadro vanno chiamate alle proprie responsabilità agli occhi dei lavoratori e innanzitutto della loro avanguardia tutte le organizzazioni della sinistra politica, sindacale, associativa, di movi-mento. La scandalosa passività di CGIL e FIOM di fronte al renzismo va denunciata per quello che è: il disarmo del movimento operaio da parte delle sue principali organizzazioni di fronte a un piano reazionario. Ha una valenza disastrosa non solo sul piano sindacale e sociale, ma anche su quello politico. La rivendicazione pubblica di una loro rottura col governo e di una loro mobilitazione contro il governo è parte della campagna politica di massa per il fronte unico di lotta.
La battaglia specifica e concentrata che si annuncia contro il piano scuola del governo, può essere un canale importante della proposta di mobilitazione generale contro Renzi. Come la necessaria campagna democratica contro il progetto di legge elettorale truffa e di riforma istituzionale.

L’INIZIATIVA POLITICA DEL PCL NELLA PROSSIMA FASE
Il nuovo quadro politico sociale conferma l’asse di costruzione indipendente del PCL definito dal congresso. Non vi sono scorciatoie disponibili nel processo della nostra costruzione, né sul versante delle dinamiche di massa, né nei processi di crisi e ricomposizione a sinistra. Il nostro compito essenziale è l’azione paziente e pianificata del nostro partito, e di tutte le sue strutture, sia sul versante essenziale della battaglia di massa e della centralità proletaria, sia su quello dell’intervento politico sulla crisi a sinistra. Al fine di consolidare la nostra organizzazione, sviluppare il suo radicamento, formare i suoi quadri. E prepararci a possibili svolte della situazione.
Nel quadro del nostro asse generale di intervento e delle indicazioni post congressuali definite dal precedente CC, si tratta di segnalare alcune specifiche occasioni della prossima fase.
Sul terreno dell’intervento di massa, assume grande rilevanza lo scontro annunciato in autunno sulla scuola pubblica. Sia in sé, rispetto alla dinamica politica, quale prima possibile prova di scontro sociale del nuovo governo. Sia per la nostra costruzione e radicamento. La commissione nazionale scuola e università del partito, e la stessa prossima conferenza studentesca, definirà l’articolazione dell’intervento del PCL: attorno all’indirizzo generale dell’unità e radicalità dell’opposizione al governo, del ritiro incondizionato del suo piano d’attacco, della autorganizzazione democratica e di massa del movimento stesso, del suo rapporto centrale con la classe operaia, della piattaforma anticapitalistica sulla scuola.
Sul terreno dell’intervento della crisi della sinistra, è necessario seguire la dinamica di crisi di SEL e del PRC, attorno all’esperienza Tsipras. Le assemblee pubbliche di Tsipras, nazionali e territoriali, e gli appuntamenti pubblici di SEL debbono essere occasione di nostro intervento. Nelle forme possibili, proporzionalmente alle forze disponibili ,e subordinatamente all’intervento di massa. Ma senza rimozione della battaglia politica sulla sinistra riformista, ai fini dello sviluppo del progetto marxista rivoluzionario.
Non è più differibile, nel PCL, la costruzione di un coordinamento politico dei nostri compagni e delle nostre compagne che militano nei sindacati di base. Entro il prossimo autunno ci proponiamo di tracciare il quadro dettagliato della nostra presenza nelle diverse organizzazioni, per creare un mo-mento di raccordo del nostro intervento in queste strutture sindacali attraverso una proposta di do-cumento elaborato in primo luogo dai dirigenti e dai militanti di queste organizzazioni sindacali, mili-tanti del partito.
Sul terreno dei movimenti e delle mobilitazioni antagoniste (dai noTav ai no Muos alla casa, agli appuntamenti nazionali promossi da questi circuiti), il PCL deve riuscire a sviluppare un proprio intervento. In questo ambito a lotta per la casa – quale luogo particolare di intercettazione di settori proletari o sottoproletari espulsi o marginalizzati dalla crisi- già rappresenta in alcune situazioni un terreno importante di intervento di nostri militanti o di nostre strutture. Su ognuno di questi terreni si tratta di contrapporre nelle lotte una linea classista e rivoluzionaria alle mitologie insurrezionaliste, postoperaiste, semplicemente antagoniste di questi settori. Nel quadro di una centralità di classe nell’analisi e anche nell’intervento del partito. E’ solo la forza della concentrazione e dell’organizzazione che il capitale (e la lotta contro il capitale) sviluppa nella classe operaia che permette la costruzione non solo di un antagonismo, ma di un processo rivoluzionario. Per questo poniamo al centro del nostro intervento, come Partito Comunista dei Lavoratori, la priorità negli interventi nella classe nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.
Parallelamente l’esperienza del “contro semestre popolare” contro la UE si presenta come esperienza di fronte unico di fase, fondamentalmente con organizzazioni centriste. Non un fronte unico “strutturato” come ambiva ad essere il Comitato No Debito, attorno a elementi avanzati di piattaforma (abolizione del debito, nazionalizzazione delle banche..), ma un fronte unico d’azione (manifestazioni, denunce, assemblee e convegni, nazionali e locali), attorno a una piattaforma minima comune, obiettivamente più arretrata. Dobbiamo partecipare, da forza promotrice, a questa esperienza unitaria, dentro la politica e proposta più generale di fronte unico di classe contro il governo e la UE. Ma senza subordinarci a una logica di “blocco politico di propaganda” con organizzazioni centriste. E invece ponendo, nelle forme di volta in volte opportune, la nostra demarcazione programmatica e il profilo indipendente della nostra proposta rivoluzionaria( rifiuto delle illusioni riformiste sull’”Europa sociale”, delle mitologie nazional monetariste o euro mediterranee, dello sciovinismo anti tedesco, rivendicazione degli Stati uniti socialisti d’Europa). Il peso e le forme della nostra partecipazione alle diverse iniziative unitarie sono variabile dipendente della nostra battaglia di sul terreno centrale della lotta di classe e di massa.
La caratterizzazione internazionalista rivoluzionaria del nostro intervento si presenta centrale in relazione agli attuali punti di crisi politica internazionale: a partire dalla questione ucraina e dalla Palestina. Sia sul terreno del politico generale, sia su quello complementare della battaglia politico programmatica nell’avanguardia. In particolare, come indicato al Congresso, l’anti sionismo rivoluzionario va fatto emergere come uno degli elementi caratterizzanti del profilo pubblico del PCL e della sua demarcazione a sinistra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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