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Intervista al candidato Giacomo Turci – Parte IV: aeroporto, mobilità, vertenze sindacali

D. Torniamo a noi, il panorama delle liste alle comunali di Forlì è alquanto frammentato. Ogni giorno si leggono prese di posizione su questo o su quel problema locale da parte dei vari candidati. Come vi ponete voi rispetto a questi argomenti?

R. Ovviamente sempre da un punto di vista di classe. Spesso gli argomenti sollevati mi appaiono sinceramente marginali, non dico irrilevanti per la città, ma che non colgono la sostanza dei problemi.

D. Ad esempio?

Prenda la questione dell’aeroporto.

Ogni volta, in prossimità delle elezioni comunali, riemerge il tormentone dell’aeroporto Ridolfi di Forlì, una storia pluridecennale di sperpero delle finanze pubbliche a vantaggio della lobby pro-aeroporto ben immanicata negli scranni delle varie amministrazioni, succedutesi al governo della città.

Una telenovela però pagata a caro prezzo dai contribuenti forlivesi (6,5 milioni di euro spesi per attirare le compagnie) e dai cento lavoratori che hanno perso il posto di lavoro.

Ora però non si parla più di rilancio, ma di privatizzazione. Trovata geniale non c’è che dire, in sintonia con i tempi, come se la colpa dei vari fallimenti fosse dovuta alla proprietà comunale, in quanto tale, e non alla gestione privatistica di un bene di proprietà pubblica. Va da sé, che l’idea dell’aeroporto di Forlì come scalo per aerei di linea, considerata la vicinanza di Rimini e Bologna, non ha mai avuto senso, per cui un qualsiasi acquirente investirà solo in cambio di nuove tangenti pubbliche, ovviamente da spartire con le lobby locali.

Noi ci opponiamo alla privatizzazione del Ridolfi che deve rimanere di proprietà pubblica e finalmente sottratto alla speculazione.

In quanto ai politici borghesi e ai loro padroni, che hanno ingrossato i loro già pingui portafogli speculando sull’aeroporto, meriterebbero di essere condannati a restituire il maltolto ai proletari forlivesi colpiti dalla crisi economica a cominciare dagli stessi dipendenti dell’aeroporto.

D. Si è parlato anche dei problemi della viabilità e dei trasporti pubblici.

R. Su questo il PD ha fatto una campagna di propaganda vantandosi di aver attivato i bus ecologici e impiantato stazioni di biciclette a noleggio. Capirai che roba….la realtà è che il trasporto pubblico è ridotto al minimo, appena sufficiente per soddisfare l’utenza nelle ore di punta e questo è testimoniato dal fatto che le strade sono sempre piene di auto private in circolazione e intorno al centro è difficile parcheggiare…e quasi solo a pagamento. Ma l’operazione di bassa cucina è stata quella di operare secondo il principio della sussidiarietà: che vuol dire privatizzare le linee remunerative e tenersi quelle che non guadagnano….la solita storia: profitti al privato e perdite pubbliche.

Per non parlare delle multe che vengono messe a bilancio, il che vuol dire che se gli automobilisti fossero virtuosi il bilancio del comune andrebbe in crisi… veramente assurdo.

Per non parlare degli autovelox…. Con multe esagerate per aver superato dei limiti di velocità assurdi , fuori dalle città, in luoghi dove non si giustifica la loro presenza. E poi magari il Giudice di pace, per alcune infrazioni, le annulla sistematicamente. Ma il Comune di Forlì pur sapendo che sono illegali continua a farle, non è forse questa una tentata e reiterata truffa?. E poi chi ci guadagna sono le società private che li gestiscono, anche in maniera illegale, si vedano le truffe emerse, per esempio, riguardo gli autovelox sulla superstrada E45 che ha visto tutti convolti, vigili, sindaci, gestori degli autovelox.

Insomma la sostanza è sempre quella, soldi alle classi abbienti a scapito dei cittadini, soprattutto quelli a basso reddito, tanto i ricchi possono permettersi di pagare. Anzi, spesso ci tocca ascoltarli mentre parlano di legalità, quella che poi violano sistematicamente.

È per questo che vogliamo liberare il Comune di Forlì e tutte le istituzioni dai partiti degli industriali, dei banchieri e degli speculatori.

D. Ma voi cosa fareste per migliorare la mobilità?

R. Intanto mi sembra innegabile che il trasporto privato su gomma, oltre che essere pericoloso, stia diventando troppo costoso da un punto di vista economico ed ecologico. Tecnicamente sono possibili linee metropolitane leggere che rendano quasi superfluo l’uso delle auto private. Ma non si fanno e sa perché?

D. Credo che dipenda dai costi…con la crisi non ci sono le risorse.

R. Le risorse non ci sono mai per fare ciò che veramente servirebbe alla comunità però ci sono per opere inutili e devastanti come l’alta velocità. E sempre stato così. Il capitalismo non è una macchina produttiva, ma una macchina per fare soldi; cioè produce ciò che può essere venduto con il massimo profitto e non ciò che serve al progresso sociale.

D. Mi scusi ma non si può negare che il sistema occidentale abbia prodotto benessere a livello di massa più che in altri paesi con sistemi ed economie diverse.

R. Credo che lei alluda alla tecnologia, alle macchine che ci hanno reso la vita migliore.

D. Certo, magari adesso non le automobili; questo posso concederglielo, ma per esempio gli elettrodomestici, ecc.

R. Ma questo dipende dalla scienza, dalla propensione dell’uomo a indagare la natura e non dal sistema economico in sé. L’unico merito del capitalismo è la crescita continua delle forze produttive, cioè la capacità di impiegare sempre meno lavoro per produrre le merci.

Però lo fa in maniera distorta, perché il suo fine è il profitto e il reinvestimento del profitto per produrre altro profitto.

Per esempio, tanto per tornare alla questione della mobilità, per quale ragione crede che in un paese come l’Italia, morfologicamente più adatto al trasporto ferroviario e marittimo (il Tirreno e l’Adriatico sono due canali paralleli allo stivale), si sia sviluppato in maniera abnorme il trasporto stradale?

Perché così conveniva alle industrie automobilistiche, FIAT in testa, e ai costruttori di strade, ed è la stessa ragione per cui a Forlì, ma anche nelle altre città di pianura, si è scelto di abbandonare i centri storici e mandare i giovani a vivere in condomini in mezzo ai campi, senza i vantaggi della campagna e nemmeno quelli della città.

Certo così le case costano meno ma soprattutto conviene ai costruttori: poca spesa in manodopera e lauti profitti. Anche gli amici degli amici con un pezzo di terra agricola, cambiando la destinazione d’uso a edificabile, si sono arricchiti.

Insomma la città di oggi è il risultato di un’immensa speculazione che ha distrutto la socialità cittadina per edificare dei non luoghi che non producono civiltà… e poi ci si lamenta che i centri storici sono moribondi.

A Forlì hanno appena finito l’asse di arroccamento e già si parla del raddoppio della via Emilia……robe da matti.

D. Non mi ha ancora risposto sulla questione delle risorse. Mi sembra che non sia sufficiente dirottare gli investimenti nella direzione da lei indicata.

R. Certo che lo è! Ed è questo il punto, è una questione di potere politico. Il nostro programma per Forlì prevede il blocco degli appalti alle aziende private per lavori che non producono occupazione.

Abolizione dei pagamenti alle imprese che usano manodopera precaria o in nero. Lotta dura all’evasione fiscale delle classi benestanti e allo sfruttamento del lavoro nero.

Abolizione del debito comunale con le banche, nella prospettiva di una nazionalizzazione del sistema bancario nazionale e la fondazione di una sola banca pubblica che finanzi le opere di utilità sociale e non i profitti dei padroni.

D. Ma non le sembra un’utopia questa?

R. Utopia è pensare di proseguire in questo modo, distruggendo più di quello che si produce e producendo cose inutili. Dovrebbe farsi un giretto nella zona industriale di Forlì. Quasi una corte dei miracoli, dove ci scommetto che il lavoro nero è quasi la norma, insieme a quello precario senza diritti e con stipendi da fame. Negli anni prima della crisi sono nate centinaia di aziendine artigiane o comunque con poche diecine di dipendenti; tutte dello stesso settore, in concorrenza fra loro per accaparrarsi gli appalti dei grandi committenti, specializzate in lavorazioni metalmeccaniche o del mobile imbottito o legate al settore delle costruzioni.

Il cosiddetto modello del nord-ovest, del piccolo e bello, delle cosiddette filiere produttive. Una quantità di macchinari che se lavorassero a pieno ritmo, sarebbero sufficienti per mezza Italia.

Uno sviluppo esagerato di forza produttiva inutile e costosa che ha arricchito le banche che convincevano gli artigiani ad investire in macchinari e indebitarsi con loro. Il resto è storia di oggi: è arrivata la crisi e sono arrivati i cinesi, con la loro manodopera che non gli costa quasi niente.

Fino ad un certo punto il sistema ha funzionato: si arricchivano le banche, le piccole e le grandi imprese e gli operai tutto sommato potevano permettersi cose che non avevano mai avuto. Così è anche cambiata la mentalità, tutti hanno cominciato a ragionare come i padroni e così anche i sindacati, che non sono certo mai stati i rivoluzionari…. Ma almeno una volta un po’ di lotta la facevano….. oggi nemmeno quella …….sta passando di tutto e di più e i lavoratori sono abbandonati a se stessi.

Vede…il capitalismo è un organismo sempre affamato. Mangia, mangia e poi ad un certo punto si ammala, ma le medicine se le fa pagare dai lavoratori dipendenti, dal proletariato, dai disoccupati…insomma da quelli che non hanno altra risorsa che il proprio lavoro.

Quando crescono i profitti, la borghesia può pagare salari sufficienti, sia per l’acquisto dei beni primari che dei beni voluttuari. In questi periodi la lotta di classe si attenua fino a sembrare inesistente. I lavoratori vengono convinti che l’interesse del padrone coincide con il loro e che questa condizione di relativa abbondanza durerà in eterno. In realtà si stanno creando le condizioni per la loro rovina.

Infatti, quando il ciclo di crescita raggiunge il suo culmine ed esplode la crisi, la borghesia per mantenere i profitti scatena l’attacco contro le classi lavoratrici. I padroni licenziano, chiudono le aziende e, tramite l’azione dello Stato dei Governi e con l’aiuto dei sindacati concertativi, riducono i salari e distruggono i diritti dei lavoratori e lo stato sociale. Così, la lotta fra borghesia e proletariato esplode di nuovo con tutta la violenza della guerra sociale e se la classe lavoratrice non risponde unitariamente con una forza uguale e contraria la sua sconfitta è garantita.

Tutta la nostra politica è fornire alla classe lavoratrice gli strumenti adatti per ribellarsi a questa situazione. Solo alzando il livello della lotta è possibile ottenere risultati, anche parziali. Perché il padrone concede qualcosa solo se ha paura di perdere tutto.

Veda la vertenza Electrolux…

I sindacati hanno abbassano la testa e aspettato…. fino a che l’azienda non li ha scavalcati pubblicamente, scegliendo il terreno di scontro a lei più congeniale: il costo economico del lavoro e non il costo sociale del profitto.

Ora basta! Non bisogna cedere ai ricatti, costringere i sindacati alla lotta dura! Bisogna occupare gli stabilimenti e rivendicare la nazionalizzazione del gruppo Electrolux: sotto il controllo operaio e senza risarcimento alla proprietà.

Basta con l’assistenzialismo pubblico verso le imprese e le banche, a danno di chi vi lavora e dell’interesse generale della società. Se si spendono risorse pubbliche per salvare un’azienda, pubblica deve essere la sua proprietà e il suo controllo.

Occorre creare un coordinamento fra le tante aziende in crisi, portare la solidarietà operaia laddove serve, ricostruire l’unità e combattività della classe lavoratrice, la sola che possa sbarrare la strada all’arroganza padronale.

D. Ma cosa può fare il comune su una questione che ha delle implicazioni nazionali?

R. Molto… dipende da quale parte sta, se con la classe lavoratrice o con i capitalisti.

Nel nostro programma “Per Forlì Comune dei lavoratori “ prevediamo una cassa di resistenza a copertura delle perdite salariali negli scioperi, finanziata con una raccolta fondi di solidarietà fra i cittadini e con la collaborazione dei sindacati.

La cassa di resistenza fa parte della tradizione del movimento operaio e dovrebbero essere i sindacati ad attuarla, ma evidentemente i loro interessi di burocrati vanno in un’altra direzione. Infatti quando la proponemmo a Michele Bulgarelli, segretario della FIOM di Forlì, ci rispose che non era possibile per via di ostacoli burocratici e normativi…

Cassa di resistenza e coordinamento delle fabbriche in crisi sono due tasselli importanti per la rinascita di un forte movimento operaio, l’unico che può fermare la deriva populusta e la crescita dell’estrema destra, nelle sue varie espressioni, non solo i Italia ma in tutto Europa.

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