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Governo Renzi: tra realtà e fantasia una sintesi padronale

di Michele Terra

Se ci sono due parole a cui il giovin Matteo Renzi deve molto sono crisi e sintesi. Un po’ come dire l’uomo giusto nel momento e nel posto giusto: la smisurata ambizione personale di Renzi è riuscita ad incrociare la violenta crisi economica, la crisi politica e di consenso delle istituzioni e delle forze politiche italiane, la crisi della sinistra italiana – istituzionale e di classe -, la crisi della rappresentanza borghese avvitata nella difficoltà, ormai pluridecennale, nel trovare un progetto strategico di medio-lungo raggio. E’ in questo “buco nero” politico-istituzionale che Renzi ha trovato buon gioco a proporsi ed imporre il proprio governo come sintesi degli interessi delle varie anime dei potentati politici ed economici italiani: dal padronato industriale alle cooperative – sia rosse sia le cielline – , dai berlusconiani – emancipati o meno dal loro padrino – agli uomini del Vaticano, dagli uomini e le donne di apparato ai fedeli e alle fedeli cortigiane del caro leader.
Una pratica politica che non guarda in faccia nessuno, sfruttando l’assenza di ogni memoria storica – anche a breve termine – degli italiani, godendo di un consenso quasi unanime della grande stampa e dei mass media radiotelevisivi; anche testate storicamente reazionarie e legate alla destra economica ora sostengono il premier: basti pensare al gruppo Monti Riffeser che edita il Quotidiano Nazionale – Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino.

L’abrogazione delle province

Vediamo ora all’opera l’uomo che vorrebbe passare alla storia come colui che dal governo ha colpito i costi della politica ed i privilegi connessi. Il primo colpo messo a segno vorrebbe essere la cosiddetta abolizione delle province. Se non fosse che proprio la carriera politico-istituzionale del caro leader proprio da li è cominciata: dalla presidenza della provincia di Firenze. Viene da chiedersi se Renzi ci prendesse per il culo prima o adesso che vuole abrogare un’istituzione “inutile”, ma che ha presieduto. Ovviamente non risultano all’appello giornalisti Rai o Mediset che abbiano posto tale domanda – anche in forma più educata – al premier o alla sua “titolata” ministra delle riforme Elena Boschi. Anche perché le province non vengono abrogate – non è stata infatti approvata dal parlamento nessuna riforma costituzionale necessaria per andare in quel senso – ma soltanto svuotate di poteri che passeranno alle Aree Metropolitane ed ad altri organismi sovracomunali, che in futuro è prevedile che, in assenza di una struttura di coordinamento, si moltiplicheranno aumentando i costi a carico dei cittadini. Altro che riduzione dei costi della politica: la vera riforma è che per ora, ma probabilmente sarà così anche in futuro, i nuovi organismi non saranno più elettivi, quindi i cittadini/elettori non voteranno più, avranno meno potere e senza risparmiare un euro di tasse o guadagnandone in nuovi servizi.
Effetto della propaganda: ti tolgono diritti e servizi, te li fanno pagare uguale o più di prima e sei contento perché hanno tagliato la casta.
Un giochetto, l’“abrogazione delle province” di Renzi”, da incantatore di bisce da fiera di paese.

L’abrogazione del Senato

L’altro barbatrucco (da Barbapapà, perché solo i bambini ci cascano) è la c.d. abrogazione del Senato, che in realtà cambia nome ma rimane, con poteri diversi da ora. La vera riforma consiste anche in questo caso, come in quello sopra, che i cittadini non voteranno più. Il senato riacquista un po’ del suo splendore nobiliare e sabaudo di organo non elettivo, ad appannaggio delle elite del paese; nei fatti nella nuova camera alta potranno entrare solo 2 partiti: PD e FI, ed eventualmente- in misura nettamente inferiore – qualche loro alleato.
La notevole l’originalità di pensiero dei nuovi padri e nuove madri costituenti si evince dall’abrogazione dei senatori a vita, che verranno sostituiti da una ventina di senatori nominati dal presidente del repubblica e che rimarranno in carica sette anni. L’Italia diventa così il primo paese al mondo dove un presidente della repubblica si sceglie una parte del propri elettori; sì, perché con la nuova riforma i senatori mantengono comunque il diritto di voto nell’elezione presidenziale. Viene da chiedersi a quale grandi statisti e pensatori liberali si siano ispirati Renzi, la Boschi, Alfano e Berlusconi. Forse Krizia? Lele Mora? Diabolik o Topo Gigio?

Precariato ed elemosina di governo

Intanto uno dei primi interventi del governo è già legge, si tratta del decreto del ministro Poletti, che nei fatti proroga all’infinito alcune forme di precariato. Non male per un ministro “rosso” (ex Pci-Pds-Ds) proveniente dal mondo della cooperazione. Ma uno spaccato di cosa siano divenute molte cooperative oggi ce lo spiegano le lotte dei facchini della logistica come quelle degli ausiliari dell’università di Bologna.

Mentre scriviamo non si ha ancora la bozza definitiva della legge che dovrebbe permettere a Renzi di “regalare” 80 euro a 10 milioni di italiani. Le cifre fornite dal premier sono in contraddizione tra loro: la soglia dei 25mila euro lordi annui non corrisponde ad uno stipendio netto da 1.500 come affermato dal prestigiatore fiorentino. Un lavoratore a tempo pieno con 13 mensilità, premi di produzione (o 14° mensilità prevista in molti contratti e buoni pasto) supera quella soglia già con un netto mensile inferiore ai 1.200 euro. L’affermazione di Renzi, fatta in conferenza stampa, che sostenendo i redditi fino a 1.500 euro netti al mese si aiuterebbe anche una parte di ceto medio fa sorridere: all’ex boy scout devono essere sconosciute famiglie in affitto o col mutuo o lavoratori che non siano evasori fiscali.
I soldi a copertura del regalo verranno poi certamente recuperati dagli annunciati tagli alla sanità, da nuove privatizzazioni e dal protrarsi del blocco degli stipendi nella pubblica amministrazione, i cui dipendenti gli 80 euro di “aumento” se lo saranno nei fatti pagato da soli. Gli aumenti – questi reali – già in vigore delle tariffe e tassazioni locali (dovute ai tagli governativi) nella realtà si mangeranno abbondantemente qualunque aumento salariale, checché ne dicano CGIL-CISL-UIL, oggi scavalcate da un nuovo grande comunicatore nel raccontare favole – senza dolce finale – ai lavoratori.

L’Italicum e le donne

La nuova legge elettorale in discussione, se approvata, permetterà l’ingresso in parlamento di 2 o 3 grandi partiti (PD, FI e finché dura il Movimento 5 Stelle), imponendo premi e sbarramenti che farebbero sorridere qualunque giurista serio. Ci sarebbe, infatti, un articoletto della Costituzione che imporrebbe il “voto libero ed uguale”, dove per uguale non si intende che tutti devono votare per lo stesso partito o sulla stessa scheda elettorale, ma più probabilmente nell’intenzione dei costituenti si tentava da dare lo stesso peso alle scelte degli elettori (cioè un sistema proporzionale).

La questione delle quote rosa a questo punto fa sorridere, l’elezione garantita di una parte rilevante di donne in parlamento riguarderebbe solo le candidate nel Pd, nelle liste grilline e in quelle di Forza Italia. Rimanendo le liste bloccate la vera selezione delle parlamentari passerebbe per le amicizie renziane, per le fedeli del guru genovese e per il lettone di Putin a palazzo Grazioli.
Sono proprio le donne Pd al governo che danno l’idea di quali signore e signorine vogliano in politica i maschi al potere. Dalla sconosciuta ministra degli esteri Mogherini (silente sull’Ucraina); alla Boschi amica personale del boss. Capitolo a parte merita Marianna Madia, oggi ministra della Pubblica Amministrazione, entrata in parlamento nel 2008 in virtù dell’amicizia con Veltroni e del fidanzamento – ora concluso – con il figlio del presidente Napolitano (famosa la frase madiana: “porterò in parlamento la mia inesperienza”). L’on. Madia appena diventata responsabile lavoro per il Pd, pochi mesi fa, si è premurata di andare ad incontrare il relativo ministro, entrando nel ministero sbagliato (versione Madia) o addirittura iniziando il colloquio col ministro sbagliato (versione giornalistica).
Un personale politico femminile giovane, probabilmente cresciuto col mito di Irene Pivetti presidente della camera dei deputati nei primi anni ’90.
Chissà perché per i neoliberisti la meritocrazia debba valere per tutti tranne che per loro.

Il vero capolavoro di Renzi è rispecchiato dalla visione complessiva della composizione della compagine di governo. Alle attività produttive Federica Guidi, padrona confindustriale legata personalmente a Berlusconi e rappresentante di quest’ultimo all’interno dell’esecutivo. Ministro del lavoro Poletti, leader dell’associazione che raggruppa cooperative “rosse” e “bianche”. Il riconfermato ciellino Lupi alle infrastrutture. Ecco il governo di sintesi padronale da Confindustria alla Compagnia delle Opere di Cl fino alle Coop. Il tavolo della grandi spartizioni ha trovato commensali finalmente adeguati. Ed un gran cerimoniere d’eccezione, quel Graziano Delrio – vera mente politica del renzismo – proveniente da Reggio Emilia e già consiliare regionale e sindaco, una sorta di Don Camillo postmoderno che ha accompagnato alla resa politica ed ideologica gli ultimi discendenti della dinastia di Peppone. Infine, non troppo defilati, gli irriducibili democristiani rappresentati al ministero dell’ambiente da Galletti, ex Dc – figlio di ex gerarca Dc emiliano – già assessore nella prima giunta di destra a Bologna, da tempo considerato il delfino di Casini.

Tutto ciò mentre una sinistra parlamentare, rappresentata da Sel, applaudiva pochi mesi fa la vittoria di Renzi alle primarie del Pd come “una speranza per la sinistra” (Vendola) ed i postbertinottiani del Prc coi renziani governano Regioni e città grandi e piccole. Tutti insieme speranzosi di ottenere un successo alle europee al grido neoguevarista di “10/100/1000 talk show”.

La ripresa della lotta di classe del proletariato comincia ad avere una certa urgenza.

MICHELE TERRA
Segreteria Nazionale PCL

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