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Il duttile maestro del materialismo storico

Quel professore socialista che non piaceva a Turati

di Tiziano Bagarolo (da Marxismo Rivoluzionario, n. 5, dicembre 2004)
Antonio Labriola, origina le figura di intellettuale approdato in tarda età al socialismo e al marxismo, occu­pa un posto di rilievo nella storia dell’uno e dell’altro movimento. Nato a Cassino il 2 luglio 1843 in una famiglia della piccola bor­ghesia patriottica (il padre era in­segnante di liceo), trascorse la vita principalmente nell’ambiente ac­cademico prima a Napoli – dove studiò con l’hegeliano Bertrando Spaventa – e poi a Roma, dove nel 1873 assunse l’incarico di pro­fessore di filosofia morale e pe­dagogia e più tardi, nel 1887, di filosofia della storia, e dove il 12 febbraio 1904 lo colse la morte, dopo una penosa malattia (un cancro alla laringe) che non gli impedì comunque, fino quasi alla fine, di dedicarsi all’insegna­mento. 
Per passione civile e per tempe­ramento, tuttavia, Labriola non accettò mai di rinchiudersi nella torre d’avorio del mondo accade­mico ma fu partecipe, secondo una traiettoria inusuale ma a suo modo significativa, della vita cul­turale e politica dell’Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento. 
II filo conduttore che percorre la sua biografia intellettuale e poli­tica è la volontà di contribuire al rinnovamento del paese da poco unificato. Tutt’altro, però, che in una ristretta ottica nazionalistica o patriottarda; semmai con una apertura europea ed internazio­nale e con una forte tensione a un vero rinnovamento politico e sociale che – di fronte alla delu­sione per la grettezza e la corru­zione delle classi dirigenti libera­li – lo porteranno progressiva­mente a condividere dapprima le posizioni della sinistra democra­tica e dei radicali e successiva­mente a “scoprire” sul piano po­litico il movimento operaio e il socialismo e, sul piano scientifi­co, il materialismo storico, diven­tando nell’ultimo decennio dell’Ottocento il principale esponente del marxismo nel nostro Paese. 

Dal liberalismo al socialismo

Identificare il contributo e il ruo­lo di Antonio Labriola con la sua opera di diffusione del marxismo in Italia – che resta un suo meri­to storico indiscutibile – sarebbe tuttavia troppo riduttivo rispetto alla varietà e al valore del suo im­pegno e dei suoi contributi scien­tifici. 
Prima dell’adesione al socialismo e al marxismo il percorso intel­lettuale e politico di Labriola si segnala per un pensiero di gran­de vigore intellettuale e per un forte impegno civile in campi quali la filosofia, con scritti su Hegel, Herbart, Vico, Socrate e Spinoza (1); la pedagogia – dal 1877 fu direttore del museo di istruzione e di educazione del Ministero della pubblica istruzio­ne per il quale curò in particolare la preparazione dei maestri; ne­gli anni successivi si studiò i si­stemi scolastici europei in vista della riforma della secondaria; coltivò inoltre un forte interesse per la scuola popolare e per l’edu­cazione delle masse operaie par­tecipando personalmente a espe­rienze di questo tipo (2) -; e la filosofia della storia, il sentiero in­tellettuale attraverso il quale Labriola compì il suo avvicina­mento al materialismo storico e al marxismo, in parallelo con l’avvicinamento sul terreno poli­tico al socialismo e alla scoperta nel movimento operaio del sog­getto che poteva attuare quel pro­fondo rinnovamento sociale e ci­vile dell’Italia che la classe domi­nante ben si guardava non solo dall’attuare ma anche solo dall’incoraggiare. 
Degli anni di militanza con i de­mocratici vanno ricordati l’impe­gno su temi quali la laicità dello Stato e il rifiuto dei compromessi con la Chiesa (3) e l’opposizione alla Triplice alleanza con Austria e Germania. Quando nel 1888 si schierò attivamente al fianco de­gli operai edili romani e contro la repressione poliziesca e giudiziaria che lì colpì per le dure lotte provocate dalla crisi edilizia che seguì allo scandalo della Ban­ca Romana, Labriola aveva già maturata la sua scelta socialista, dichiarata infine apertamente nel 1889 (4). 
In quell’anno, il suo lungo procede per evoluzioni e rotture, os­sia per rivoluzioni: “La storia non è se non la storia della società; – ossia è la storia del variare della cooperazione umana, dall’orda primitiva allo stato moderno, dal­la lotta immediata contro la na­tura, con pochi ed elementarissimi istrumenti, fino alla struttura eco­nomica presente, che culmina nella polarità tra lavoro accumu­lato (capitale) e lavoro vivo (i proletarii). Risolvere il comples­so sociale in semplici individui, e ricomporlo poi con escogitati atti di elezione e di volontà; – costru­ire, insomma, la società coi ra­gionamenti, significa sconoscere la natura obiettiva e l’immanenza del processo storico. 
“Le rivoluzioni, nel senso più este­so della parola, e poi in quello specifico di rovina di un ordina­mento politico, segnano le vere e proprie date delle epoche stori­che. Guardare di lontano, nei loro elementi, nella loro preparazione e nei loro effetti a lunga scaden­za, esse possono parere come i momenti di una evoluzione co­stante, a minimi di variazione: ma considerate per se stesse sono de­finite e precise catastrofi; e solo come tali catastrofi hanno carat­tere di accadimento storico.” (Del materialismo storico…). 
Ma il marxismo non è uno sche­ma predefinito una volte per tut­te. Nella comprensione della sto­ria esso è “filo conduttore”, sfor­zo di “addentrarsi direttamente nelle cose”, comprensione della “lezione delle cose”, “obiettiva considerazione delle cose”, con­sapevolezza che “le idee non ca­scano dal cielo”, e che il pensiero non è se non “il cosciente e siste­matico completamento dell’espe­rienza”, ossia “il riflesso e la ela­borazione mentale delle cose e dei processi che nascono e si svolgo­no, o fuori della volontà nostra, o per opera della nostra attività”. In questo costante rinvio alle cose e al dato empirico, alle condizio­ni materiali in cui gli uomini vi­vono e si riproducono in società, consiste la natura “materialisti­ca” della concezione della storia di Marx e Engels. Ma il materia­lismo storico non è per questo un mero determinismo economico. Labriola, richiama costantemen­te la complessità dialettica delle interazioni fra “struttura” e “sovrastruttura”: la comprensio­ne della storia consiste certo nel raggiungere “la struttura sottostante”, ma anche nel capire che “la sottostante struttura eco­nomica, che determina tutto il resto, non è un semplice mecca­nismo, dal quale saltino fuori a guisa di immediati effetti auto­matici e macchinali, istituzioni e leggi e costumi, e pensieri, e sen­timenti, e ideologie”, perché, “da quel sostrato a tutto il resto, il processo di derivazione e di me­diazione è assai complicato, spes­so sottile e tortuoso, non sempre decifrabile”. Labriola ci ricorda costantemente che anche i “veli ideologici” di cui necessariamen­te si ricoprono la storia e l’agire degli individui, sono anch’essi “un dato reale” con cui fare i con­ti. Osserva e rileva la resistenza e la persistenza di fenomeni “sovrastrutturali” come l’arte, la religione, il diritto, lo Stato… E richiama spesso l’osservazione di Engels sull’operare solo “in ulti­ma istanza” della struttura eco­nomica. 
Escludere il determinismo econo­mico non significa per altro igno­rare i vincoli e le rigidità che, fino a quando esiste, un determinato sistema di relazioni socioecono­miche oppone ai disegni umani. Ne viene una riconferma della necessità della rivoluzione e una considerazione sull’incoerenza e l’inconsistenza utopistica del riformismo: “Il sistema economi­co non è una fila o una sequela di astratti ragionamenti; ma è anzi un connesso ed un comples­so di fatti, in cui si genera una complicata tessitura di rapporti. Pretendere che questo sistema di fatti, che la classe dominatrice si è venuto costituendo a gran fati­ca, attraverso i secoli, con la vio­lenza, con l’astuzia, con l’inge­gno, con la scienza, ceda le armi, ripieghi, o si attenui, per far po­sto ai reclami dei poveri, o ai ra­gionamenti dei loro avvocati, gli è cosa folle. Come chiedere l’abo­lizione della miseria, senza rove­sciare tutto il resto? Chiedere a questa società, che essa muti anzi rovesci il suo diritto, che è la sua difesa, gli è chiederle l’assurdo. Chiedere a questo stato, che esso cessi dall’essere lo scudo e anzi il baluardo di questa società e di questo diritto, è volere l’illogico. Cotesto socialismo unilaterale, che, senza essere strettamente utopistico, parte dal preconcetto che la storia ammetta la errata- corrige senza rivoluzione, ossia senza fondamentale mutazione nella struttura elementare e ge­nerale della società stessa, o è una ingenuità, o è un imbarazzo.” (In memoria del Manifesto…). 

La dipendenza dalla natura, modificata ma non abolita

Un elemento importante dell’at­tualità di Labriola, anche alla luce degli attuali problemi ecologici, è la chiara considerazione che in lui si trova dei nessi materiali che intercorrono fra l’uomo e la natura e del modo in cui essi conti­nuino ad agire sulla società e su­gli individui anche dopo lo svi­luppo dell’era industriale. “Come già dissi, gli uomini, vivendo so­cialmente, non cessano di vivere anche nella natura. A questa non sono certo legati come gli anima­li, perché vivono sopra un terre­no artificiale. Ognuno del resto capisce, che la casa non è la grot­ta, l’agricoltura non è il pascolo naturale, e la farmacia non è l’esorcismo. Ma la natura è sem­pre il sottosuolo immediato del terreno artificiale, ed è l’ambito che tutti ci recinge. La tecnica ha messo fra noi animali sociali e la natura i modificatori, i deviatori, gli allontanatori degl’infussi na­turali; ma non ha perciò distrut­ta la efficacia di essi, e noi anzi di continuo la sentiamo. E come noi nasciamo naturalmente ma­schi e femmine, moriamo quasi sempre nostro malgrado, e siamo dominati dall’istinto della gene­razione, così noi portiamo anche nel temperamento condizioni spe­cifiche, che l’educazione nel lato senso della parola, ossia l’accomodazione sociale, può modificare sì, entro certi limiti, ma non può mai distruggere… Per tutte coteste ragioni, la nostra dipendenza dalla natura, per quanto diminuita dai tempi della preistoria in qua, si continua nel nostro vivere sociale; come in que­sto si continua anche l’alimento che dallo spettacolo della natura stessa viene alla curiosità ed alla fantasia. Ora cotesti effetti della natura, coi sentimenti immediati o mediati che ne resultano, per quanto avvertiti, da che c’è sto­ria, solo attraverso l’angolo visua­le che ci è offerto dalle condizioni della società, non mancano mai di riflettersi nei prodotti dell’arte e della religione; la qual cosa com­plica le difficoltà della interpre­tazione realistica e piena dell’una e dell’altra. ” (Del materialismo…). Su un piano diverso, una sensi­bilità attuale si coglie nella con­siderazione critica della nozione di progresso, che Labriola inter­preta invece come sempre relati­vo e parziale, unilaterale. L’idea di progresso come ininterrotta perfettibilità umana, affermata dagli illuministi (Condorcet ecc.), è in realtà smentita costantemente dalla storia stessa. Ciò che è reale è l’avanzamento delle possibilità umane in astratto legate al lavo­ro, alla cultura e alla scienza e al perfezionamento degli strumen­ti. Ma la realizzazione di queste possibilità è impedita dalle disuguaglianze sociali, è condi­zionata da relazioni sociali che producono per la maggior parte dell’umanità sfruttamento, op­pressione, miseria. “Il progresso fu ed è fino ad ora parziale ed unilaterale. Le minoranze che vi partecipano dicono sia questo il progresso umano; e i burbanzosi evoluzionisti chiamano ciò natu­ra umana che si svolge. Tutto cotesto progresso parziale, che si è fino ad ora svolto nella pressio­ne degli uomini su gli uomini, ha suo fondamento nelle condizioni di opposizione, per cui le antitesi economiche han generato tutte le antitesi sociali, e dalla relativa libertà di alcuni è nata la servitù di moltissimi; e il diritto è stato l’auspice della ingiustizia. Il pro­gresso visto così, ed appreso nel­la sua chiara nozione, ci appare come il compendio morale ed in­tellettuale di tutte le umane mi­serie, e di tutte le materiali disuguaglianze. 
“A scovrirvi la inevitabile relatività occorreva che il comunismo, sorto dapprima come moto istin- tivo nell’animo degli oppressi, diventasse scienza e politica. E oc­correva poi, che la nostra dottri­na desse la misura del valore di tutta la storia passata, scovrendo in ogni forma di organamento sociale, che fosse di origine e di assetto antitetico, come tutte fu­rono fino ad ora, la ingenita in­capacità a produrre le condizioni di un progresso umano universa­le ed uniforme; scovrendovi, cioè, gl’impedimenti i quali fanno sì che il benefìzio si converta in malefìzio.” (Del materialismo sto­rico…) 

La polemica col revisionismo

L’ultima parte della vita riservò varie amarezze al professore so­cialista, e non solo per problemi di salute. Proprio alcuni dei suoi più stretti corrispondenti diven­tarono i principali autori di quel­la che è passata alla storia come “la prima crisi del marxismo”. Negli ultimi anni del secolo, Bernstein in Germania, Sorel in Francia, Croce in Italia, con fina­lità, argomenti e spessore diver­so, arrivarono a mettere in discus- sione il marxismo e la sua prognosi della società contempo­ranea. Forse Labriola non colse tutta la portata della diatriba che si apriva, ma in ogni caso criticò vivacemente la vacuità e l’incon­sistenza di questi “revisionisti” e dedicò un’ampia recensione a smontare pezzo per pezzo le pre­tese di Masaryk, professore del­l’università di Praga, autore pro­prio nel 1899 di un volume su La crisi del marxismo. 
Un quarto saggio storico-­interpretativo, Da un secolo al­l’altro, rimase incompiuto, preco­cemente interrotto dalla morte (11). 
Fu alieno da ogni dogmatismo, al­lergico alle definizioni astratte, critico di ogni scolasticizzazione del marxismo, interprete attento e al tempo stesso creativo dei te­sti e del pensiero di Marx e di Engels. Per lui il marxismo era soprattutto un “filo conduttore” e una concezione del mondo, non un sistema compiuto e tanto meno una chiesa, o una setta, in cui ci fosse bisogno di dogmi o di formule fisse. Non per questo mancò di criticare il superficiale empirismo dei dirigenti riformisti con cui ebbe a che fare, o il revisionismo di quei critici che pretendevano di liquidare parte o tutto il marxismo per rincorrere mode passeggere. 

Labriola, Gramsci e Trotsky

Labriola fu indubbiamente uno dei maggiori interpreti europei del pensiero di Marx e Engels della fine dell’Ottocento. Questo gli fu riconosciuto più fuori che dentro l’Italia, almeno negli ambienti so­cialisti. Il suo pensiero esercitò una certa influenza sulla cultura italiana del Novecento, indiretta­mente condizionando il percorso intellettuale di Benedetto Croce e direttamente nel caso di Antonio Gramsci; il quale lasciò scritto che “Labriola, affermando che la fi­losofìa della prassi è indipenden­te da ogni altra corrente filosofi­ca… è il solo che abbia cercato di costruire scientifica mente la filo­sofìa della prassi”. 
Ci piace concludere ricordando il giudizio di Trotsky, che deve for­se proprio a Labriola la sua con­versione al marxismo. Scrivendo nel 1930, così egli ricordava nel­l’autobiografìa la grande impres­sione ricevuta dalla lettura dei Saggi: “Mi opposi per un periodo relativamente lungo al materiali­smo storico, condividendo la teo­ria della molteplicità dei fattori storici, che, come è noto, è ancor oggi la più diffusa nelle scienze sociali. Gli uomini chiama no fat­tori aspetti diversi della loro atti­vità sociale, attribuiscono a que­sto concetto un carattere soprasociale e quindi spiegano in modo superstizioso la loro attivi­tà sociale come un prodotto dei- razione reciproca di queste forze indipendenti. Da dove provengo­no questi fattori, cioè in quali condizioni si sono sviluppati a partire dalla società umana pri­mitiva? L’eclettismo ufficiale non se ne preoccupa. Lessi con entu­siasmo nella mia cella due noti saggi dell’hegeliano-marxista ita­liano Antonio Labriola, fatti en­trare nella prigione nella versio­ne francese. Labriola padroneg­giava come pochi scrittori latini la dialettica materialista, se non in politica, dov’era sprovveduto, almeno nel campo della filosofìa della storia. Dietro il brillante di­lettantismo della sua esposizione c’era vera profondità. Saldava magnificamente i conti con la te­oria dei fattori molteplici che po­polano l’Olimpo della storia e che di lì governano i nostri destini. Benché siano trascorsi trent’anni da quando lessi i saggi, lo svi­luppo generale del suo pensiero mi è rimasto nella memoria, come pure il ritornello: ‘le idee non ca­dono dal cielo’.” (Trotsky, La mia vita, Mondatori, Milano 1976, p. 140). Anche dieci anni dopo, nel 1940, nel corso delle polemiche sul valore e il significato della dia­lettica con Max Shactman e James Burnham, ricordando che l’attribuzione al marxismo di un ristretto determinismo economi­co è un’invenzione di professori borghesi in cerca di un facile ber­saglio da confutare, Trotsky in­vitava “i giovani compagni a stu­diare a tale proposito le opere di Engels (Anti-Duhring), di Plechanov e di Antonio Labriola.” (Trotsky, In difesa del marxismo, Samonà e Savelli, Roma 1969, p. 210). A noi non resta nient’altro da aggiungere. 
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Note 

(1) Agli inizi del 1862, non aveva anco­ra 19 anni, Labriola compose il suo pri­mo scritto filosofico, Una risposta alla prolusione di Zeller, col quale replicava alla proposta di “ritorno a Kant” di un autorevole professore prussiano difen­dendo il valore della filosofia di Hegel. Nel 1866 scrisse il saggio, coevo degli studi dedicati al filosofo materialista Feuerbach, su Origine e natura delle pas­sioni secondo Spinoza, per un concorso universitario. Nel 1869 scrisse per un al­tro concorso un saggio su La dottrina di Socrate secondo Senofonte Platone ed Aristotele, poi pubblicato nel 1871, in cui fra l’altro valorizzava “la tendenza pe­dagogica” del pensatore greco. Di quegli anni sono anche gli studi sul Vico e sull’Herbart, che avvicinarono Labriola ai temi della storia, dell’etica e del dirit­to pubblico che hanno trovato spazio nei saggi Della libertà morale e Morale e re­ligione del 1873 e Dell’insegnamento della storia del 1876. 
(2) Sui fini di questo museo Labriola ha lasciato scritto. “I fini del museo son que­sti: offrire al ministero criteri comparati sulla legislazione, dare ai municipi dise­gni di banchi e di locali scolastici, met­tere sotto gli occhi degli insegnanti argo­menti efficaci su l’andamento delle scuole, prestare libri ed apparati ai professori etc. etc. Direte che è troppo e non lo nego: massime se si guardi alla pigrizia del nostro paese”. La scuola popolare era per Labriola uno strumento essenziale per una trasformazione democratica della società. Così si espresse in un discorso a Terni del dicembre 1888: “La scuola po­polare è il mio vero ideale, senza di essa non avremo democrazia, cioè amministra­zione frenata e consapevole, giudice po­polare, eguaglianza morale. Bisogna to­gliere il governo della cosa pubblica ai borghesuccoli e dottoruccoli”. Fra il 1879 e il 1881 Labriola si occupò degli ordi­namenti scolastici di altri paesi europei. In quest’ambito nel 1879 compì un viag­gio in Germania per incarico ministeriale e pubblicò nel 1880 gli Appunti sull’in­segnamento secondario privato in altri Stati. Nel 1881 diede alle stampe VOrdi­namento della scuola popolare in diversi paesi (Germania, Austria, Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Olanda). A proposi­to dei suoi corsi per gli operai, così scri­veva nel 1876 a Bertrando Spaventa: “Avrete letto sui giornali che io sto per diventare socialista. Faccio lezione agli operai di diritti e doveri. Spero di riusci­re meglio che all’università, perché il sen­so della moltitudine è ormai preferibile a tutto questo nostro mondo fittizio di scienza burocratica.” 
(3) Labriola fu fra gli animatori delle ini­ziative per l’edificazione del monumen­to a Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma e per le celebrazioni in occasio­ne del trecentesimo anniversario della esecuzione del filosofo di Nola perpetra­ta dall’Inquisizione cattolica. Infine il 16 febbraio 1900, nel cortile dell’universi­tà, commemorò solennemente il terzo centenario del rogo di colui “che non fu mai eretico perché non fu mai credente. ’’ 
(4) L’approdo al socialismo fu un proces­so graduale, fatto di tappe intermedie e di esperienze concrete che così riassunse in una conferenza tenuta il 20 giugno 1889 al Circolo operaio romano di studi sociali, dove gli era stato chiesto di com­memorare la Comune di Parigi: “Dal 1879 cominciai a muovermi in questa via di nuova fede intellettuale, nella quale mi son fermato e confermato con gli stu­di e con le osservazioni negli ultimi tre anni.” In effetti, dopo le iniziali posizio­ni liberali, Labriola aveva maturato po­sizioni sempre più radicali e nel 1886, al momento di una candidatura, poi ritira­ta, alle elezioni politiche con i radicali, già accettava restrizioni alla proprietà privata e l’intervento dello Stato in eco­nomia. Anche nella lettera a Engels del 3 aprile 1890 Labriola fa risalire alla fine degli anni settanta sia il sorgere di nuo­vi interessi di studio (“studiai poi diritto pubblico, diritto amministrativo ed eco­nomia politica”) sia la “conversione teo­rica” al socialismo (“fra il 1879 e il 1880, mi ero già quasi convinto alla concezio­ne socialista, ma più per la concezione generale della storia che per impulso in­terno di una fattiva convinzione perso­nale”); la conversione politica fu tutta­via un processo più lungo (“un avvicina­mento lento e continuo ai problemi reali della vita, il disgusto per la corruzione politica, il contatto con gli operai hanno poi a poco a poco trasformato il sociali­sta scientifico in abstracto in vero so­cialdemocratico.”). 
(5) La prima e forse la più riuscita inizia­tiva politica di Labriola fu l'”indirizzo dei socialisti italiani”, sottoscritto anche da Turati, inviato al congresso di Halle del Partito socialdemocratico tedesco (12-18 ottobre 1890). Indicando la funzione di guida della socialdemocrazia tedesca (“iniziatrice ed educatrice della nuova sto­ria… avanguardia del proletariato mili­tante”), il testo del messaggio recita: “Il proletariato militante procederà sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed l’abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze, e fermo in questa convinzione, che non gli è data speranza di progresso intellettuale e mo­rale, né di garanzie di libertà e di costi­tuzione democratica, se non è prima cam­biato nei fondamenti l’assetto economi­co della convivenza sociale”. 
(6) Polemizzando con Turati in una let­tera del gennaio 1891, Labriola così si esprimeva: “Voi volete rendere simpati­co il socialismo; Dio vi aiuti in tale fi­lantropica impresa. In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio nemmeno contri­buire a dilazionarne l’impiccagione”. 
(7) “Il partito operaio si deve venire co­stituendo per l’azione spontanea dei la­voratori messi in opposizione col capita­lismo dalle stesse condizioni di fatto, e dalla propaganda condotta con oculatez­za.” “Andare a un congresso per aver l’aria del conferenziere o del dottrinario non mi va. Il concetto che il partito so­cialista è un partito politico non si fa entrare nella mente degli operai con un ordine del giorno. E’ faccenda di espe­rienza, di tattica, di educazione e d’istru­zione, e perciò di tempo.” 
8) In alcune corrispondenze alla “Leipziger Volkszeitung” Labriola portò avanti la polemica contro il socialismo positivistico in nome del marxismo, e contro quei “curiosi marxisti italiani” (Achille Loria ecc.) che su “Critica socia­le” (la rivista di Turati) avevano attacca­to la teoria del valore di Marx senza aver­la capita. Scrisse nello stesso periodo al viennese Victor Adler: “Il marxismo non prende piede in Italia: e quello che pare marxismo è frase nuova applicata a idee, bisogni e sentimenti vecchi”. 
9) Questo è il titolo con cui questi scritti sono stati raccolti insieme e più volte suc­cessivamente ristampati, sia in Francia sia in Italia. 
(10) “La storia è il processo, non arbitra­rio, ma necessario e morale, degli uomi­ni in quanto si sviluppano, e si svilup­pano in quanto socialmente esperimentano, ed esperimentano in quanto perfezionano e raffinano il lavoro”. Non per questo è storia a disegno: “La nostra dottrina non pretende di essere la visio­ne intellettuale di un gran piano a dise­gno”. 
(11) Per completezza non si possono ta­cere le posizioni assunte da Labriola in favore dell’intervento coloniale dell’Ita­lia in Libia. Parlando in una manifesta­zione nel 1897, e poi in un’intervista al “Giornale d’Italia” nell’aprile del 1902, giustificò le mire coloniali dell’Italia ar­gomentando che gli interessi dei sociali­sti non possono essere opposti agli inte­ressi nazionali; che in Libia poteva e doveva trovare sfogo l’emigrazione ita­liana; che l’Italia non poteva restare in­dietro alle altre nazioni d’Europa che as­soggettavano e sfruttavano il resto del mondo, pena il suo declino economico nel quadro della competizione mondia­le. Queste posizioni di Labriola, come analoghe posizioni di altri socialisti eu­ropei del tempo, mi sembra derivino dal­l’idea dell’immaturità della rivoluzione proletaria, fatto che giustificherebbe l’ap­poggio dei socialisti alla spinta espansi­va della borghesia… Va detto che la ri­voluzione russa del 1905 non c’era an­cora stata. Anche sulla base di quell’espe­rienza, di lì a poco Lenin e Trotsky avreb­bero impostato su basi completamente nuove e diverse, e concretamente rivo­luzionarie, l’intera questione.
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