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La crescita economica secondo Padoan

Nel corso del G20 di Sidney, Pier Carlo Padoan, prima di diventare il nuovo Ministro dell’Economia del governo italiano, ha concluso il suo mandato di capo economista e vice segretario generale dell’OCSE, affermando che le economie avanzate sono probabilmente alla vigilia di una lunga fase storica di bassa crescita, di sostanziale stagnazione produttiva, che non permetterà di riassorbire gli attuali livelli di disoccupazione. Secondo Padoan, compito della politica economica non potrà essere quello di tutelare gli attuali livelli occupazionali falcidiati dalla crisi globale: la politica economica dovrà spostare la sua attenzione per la salvaguardia dei redditi da lavoro.
La stampa ha già definito Padoan un economista neo-keynesiano. Negli anni Trenta, Keynes propose di salvare il capitalismo morente attraverso il deficit spending e la leva fiscale. Oggi che l’utilizzo massiccio del deficit spending non è possibile data l’insostenibilità materiale degli attuali livelli dei debiti sovrani, i keynesiani sono diventati neo-keynesiani e puntano soltanto sulla trasformazione qualitativa della leva fiscale nell’illusione di prolungare la vita a un organismo morente quale è il capitalismo mondiale.
In realtà la confessione australiana di Padoan constata un fatto che i marxisti avevano già scoperto da tempo. Nell’Ottocento, nella fase classica del capitalismo, i disoccupati erano un esercito industriale di riserva, cioè erano una massa ciclica che lo slump produceva o aumentava e che il boom riassorbiva. Già negli anni Trenta, Trotzky aveva capito che la disoccupazione di massa aveva perso il suo carattere ciclico ed era diventata strutturale: il capitalismo nella sua fase decadente produce la nuova sottoclasse dei disoccupati di lungo periodo non reimpiegabili nel processo produttivo.
L’ambizione smisurata di Renzi si è già schiantata nella rassegnata confessione dell’economista borghese.
Di conseguenza, Padoan intende puntare sulla leva fiscale per tutelare artificialmente il reddito da lavoro. Ma con quali risorse, dato che il rapporto debito/PIL corre inesorabile verso il 140% nonostante la riduzione dello spread? Forse Padoan sogna una patrimoniale mobiliare e immobiliare? Ma l’attuale maggioranza parlamentare non ha i numeri per incassare un tale colpo; e in caso di patrimoniale, il governo Renzi perderebbe l’appoggio esterno di Verdini-Berlusconi. Una cosa è certa: gli industriali italiani e il loro capofila Carlo De Benedetti hanno un nuovo incubo: l’incubo della deflazione. Della Valle, Serra, De Benedetti, Elkann, Squinzi, dispongono di imponenti apparati repressivi per controllare i disoccupati, ma sono disarmati contro lo spettro della deflazione. Hanno la necessità impellenete di una nuova politica fiscale che sostenga la domanda interna a scopo inflattivo. Questo è il senso e la ragione di Padoan al Ministero dell’Economia. E’ così che Padoan cercherà di tradurre la politica neo-keynesiana a stelle e strisce, in lingua italiana da prima elementare. L’unico risultato che si prospetta è che non tangerà minimamente la gravità della crisi economica italiana.
O il movimento dei lavoratori irrompe con tutta la sua forza di massa nell’arena politica italiana nella prospettiva del governo dei lavoratori che espropri banchieri e industriali, oppure il nuovo governo italiano aprirà una strada in discesa per il populismo xenofobo e reazionario di Grillo e Casaleggio.
Noi abbiamo un’ambizione autenticamente smisurata: si chiama società senza classi e senza Stato. E c’è una grande differenza. L’ambizione di Matteo Renzi è l’irrazionale volontarismo di un sistema agonizzante. L’oggetto della nostra ambizione è invece il risultato di un processo storico inevitabile che i comunisti sono chiamati ad accelerare.
I comunisti continuano a costruire la locomotiva sopra la quale presto, molto presto, la Storia sarà costretta a salire.
Partito Comunista dei Lavoratori – Sezione di Firenze
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