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L’accordaccio della Dometic

Esattamente così: “avete firmato un’accordaccio“ si è lasciato scappare un sindacalista commentando, con un lavoratore, l’accordo appena firmato fra la proprietà e i lavoratori della Dometic. Oltre il danno anche la beffa.

Dopo mesi di occupazione degli impianti, per impedire il trasferimento della produzione in giacenza ma senza iniziative significative di lotta, la proposta dall’azienda presentata strategicamente all’ultimo momento è stata votata a grande maggioranza dai lavoratori senza che fosse esaminata alcuna proposta alternativa.
Tutta la trattativa si è svolta al di fuori del controllo dei lavoratori che, per oltre quattro mesi, sono stati abbandonati nell’attesa sfibrante di una sentenza già scritta. A testimonianza del clima che si era creato, citiamo testualmente la frase di un lavoratore: “Aspettiamo di sapere di che morte dovremo morire“.

È evidente, perciò, che i lavoratori erano ormai rassegnati alla chiusura, ma è altrettanto evidente che vi erano ulteriori margini di trattativa per ottenere, se non altro, un miglioramento dei trattamenti di buonuscita.  E che tutto ciò i sindacalisti lo sapevano benissimo.
Lo sapevano, ma volevano liberarsi dalfastidio della Dometic e così è stato.
In sostanza: per tre mesi proseguirà la produzione, ma con un aumento dei carichi di lavoro.
Poi, chiusura progressiva della produzione e del magazzino con la messa in mobilità di 23 lavoratori (circa la metà della forza lavoro complessiva); che è come dire ad un condannato a morte: “prima di essere messo al muro dovrai lavorare più di prima come un mulo “.
L’accordo prevede tre modalità, a scelta di ogni lavoratore, per arrivare al licenziamento: uscita immediata con 30.000 euro, un anno di cassa integrazione a rotazione e poi uscita con 20.000 euro, CIG per una anno e poi eventuale rinnovo.
Per quanto riguarda i reparti tecnico e commerciale, per il momento continueranno l’attività ma non risultano garanzie per il futuro. Insomma nel complesso sembra una roba fatta a posta per dividere i lavoratori.
La stampa locale naturalmente ha valutato positivamente l’accordo. Ma, con i tempi che corrono, dove non passa giorno che aziende non annuncino ridimensionamenti del personale, (vedi per ultima l’Alpi di Modigliana con 250 esuberi) chi rimane senza lavoro ben difficilmente potrà trovarne un altro. Se ci riesce, sarà quasi certamente con un contratto precario e un salario peggiore.

Un altro aspetto è che lo stabilimento della Dometic si trova a due passi da quello dell’Electrolux di Forlì che ha, come la Dometic, annunciato la probabile (quasi certa) delocalizzazione all’estero dell’intero gruppo. Fatte le dovute differenze, di dimensione e numero di lavoratori coinvolti, è un’indecenza che i sindacati non abbiano minimamente cercato di unire le due situazioni e le altre simili nel territorio, attraverso un progetto unico di lotta. Un’indecenza del resto del tutto scontata: “divide et impera“ è diventato il moto a cui si ispira tutta la politica sindacale nazionale: un muro che tiene separate le varie lotte dei lavoratori e che dimostra la drammatica mancanza di una direzione unitaria del movimento operaio che rappresenti i bisogni della classe lavoratrice.
In conclusione, un’altra sconfitta della classe operaia, ma che sarebbe un errore considerare definitiva, per due ragioni: la prima è che alcuni lavoratori si sono dichiarati contrari all’accordo; la seconda è che oggi, più che in passato, gli accordi sindacali sono fatti apposta per essere rimessi in discussione o completamente ignorati, soprattutto dal padrone, e quindi è possibile (anche se improbabile) che, anche alla Dometic, presto si riapra il conflitto. Noi naturalmente ce lo auguriamo; e ci auguriamo che  avvenga attraverso una maggiore combattività dei lavoratori. Per il momento, allora, è essenziale che i lavoratori scelgano compattamente per la cassa integrazione e…. dopo si vedrà. 
Per questo, ai lavoratori della Dometic ripetiamo: “solo la lotta paga”.

Cellula operaia PCL.sez Forlì-Cesena

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