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Dometic : politicanti allo sbaraglio

Di MB
La scelta della proprietà di chiudere lo stabilimento di Forlì, fa per l’ennesima volta piazza pulita del senso comune, secondo il quale “il bene dell’azienda fa il bene dell’operaio”.
Questa formuletta falsa e dogmatica riecheggia di continuo, nei discorsi di tutti i giorni, e spesso sono gli stessi lavoratori salariati ad esprimere simili amenità. In realtà, il bene dell’azienda fa bene del proprietario e basta!
I suoi stipendiati sono solamente una variabile dipendente del profitto, nulla più. Nel momento in cui non servono più, la dirigenza se ne libera, verità talmente elementare che non ci sarebbe nemmeno bisogno di scriverla (del resto però chi affermava un tempo la rotondità della Terra veniva sfortunatamente accompagnato al rogo, quindi…nulla di nuovo).
Ma l’emblematicità della vicenda Dometic non si esaurisce qui: infatti, oltre a svelare, come precedentemente analizzato, la natura profondamente classista del sistema capitalistico nel quale viviamo, permette pure di acclarare la pochezza e l’inettitudine dei cosiddetti riformisti, vale a dire i politici di quell’area riferibile al centro-sinistra. Prendiamo l’esempio di Di Maio, forlivese giovane deputato del PD.
Di Maio, giustamente inorridisce nell’apprendere la notizia: -E’ fatto di estrema gravità quanto avvenuto alla Dometic di Forlì- esordisce.
Ma il suo sgomento è rivolto non tanto alla delocalizzazione in sè e per sè, quanto alle modalità in cui sta avvenendo: “l’atto di tentare, di nascosto e approfittando del periodo vacanziero, di mettere i lucchetti allo stabilimento di Forlì…”, “uno sfregio nei confronti dei lavoratori e delle istituzioni”.
E la soluzione proposta? Non pervenuta.
Anche Casadei, suo compagno di partito, consigliere in Regione, mostra altrettanto sdegno: “atti di estrema gravità”, così commenta, sottolineando affranto che “si era convenuto di non procedere ad atti unilaterali fino all’incontro fissato per il 5 settembre”.
Insomma, sembrano voler dire i 2 politici, cara proprietà Dometic, aspetta l’incontro del 5 settembre, prendi le tue decisioni comunicandole come si deve ai tavoli di concertazione coi sindacati, e poi fai pure i bagagli per la Cina, ma per carità non con questi rozzi metodi notturni che poi ci spaventi i bambini!
Interessante anche il punto di vista dei sindacati CGIL, CISL, UIL: in una nota congiunta, i soliti burocrati fanno il solito pietoso appello alle istituzioni (si devono “esprimere con chiarezza”), alle associazioni di impresa, alle quali chiedono di  “prendere le distanze formali da comportamenti socialmente insostenibili”…e viene da ridere, visto che la locale Confindustria ha ribadito che “la Dometic è libera di andare in Cina”.
Triste sorte quella dei riformisti che hanno la sventura di vivere in simili periodi storici, segnati da persistenti crisi capitalistiche, dove di spazio per le riforme non c’è nemmeno l’ombra. O striscia la reazione o avanza la rivoluzione, chi rimane in mezzo al guado disperatamente aggrappato a un passato che non c’è più, verrà travolto…auguri a Di Maio e Casadei!
I sindacati invece, tra appelli alle istituzioni, ai comuni, alle provincie, ai prefetti, financo alle associazioni d’impresa, si sono scordati di fare appello all’unica risorsa che possiedono (e che dovrebbero tutelare…) che è la forza organizzata dei lavoratori.
Chi diavolo può salvare un’azienda che sta delocalizzando in Cina se non chi ci lavora in prima persona dentro??
I lavoratori devono fidarsi unicamente della loro forza, senza delegare la risoluzione del problema ai tavoli di discussione (dove tutto è già deciso!) tra burocrazie sindacali, rappresentanti delle istituzioni e delle imprese.
I tavoli di concertazione li stanno spaccando sulla schiena della classe operaia!
Lavoratori e operai della Dometic : se volete arrestare la miseria che per voi e i vostri fratelli delle altre fabbriche in crisi i padroni stanno preparando, dovete muovervi subito, fuori e contro le logiche di sindacati e partiti padronali.
Fare come alla INSSE di Milano, il picchetto esterno ai cancelli deve entrare dentro la fabbrica, l’occupazione degli stabilimenti deve diventare realtà e al contempo occorre cercare un collegamento, un coordinamento con le tante aziende in crisi, ricercare e portare la solidarietà operaia laddove serve, ricostruire in poche parole l’unità e combattività della classe lavoratrice, la sola che possa sbarrare la strada all’arroganza padronale.
Mettere in discussione la proprietà con la lotta, non riconoscerla con la concertazione!

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