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Il “buon senso” degli strozzini

di Falaghiste- C’è un vecchio proverbio che in dialetto romagnolo si pronuncia così : “La pigra la va tuseda la n’va scurgheda”. La pecora va tosata non scorticata.
Il significato è chiaro: non bisogna esagerare nello sfruttamento altrimenti lo sfruttato muore e lo sfruttatore non prende più niente; nell’attuale situazione della Grecia calza a pennello.

Un paese ridotto alla fame, senza una via di uscita e soggetto all’intransigenza dei propri creditori: FMI e banche tedesche ma anche di altri paesi, compresa l’Italia. Proprio ieri, nel dibattito pubblico emergeva l’ipotesi che, essendo ormai i crediti greci inesigibili, l’economia europea dovrebbe prepararsi ad assorbirne le conseguenze finanziarie. In effetti le borse del vecchio continente hanno risposto con un vistoso calo del valore dei titoli, anche in rapporto alla sconfitta elettorale in Westfalia della CDU di Laura Merkel, principale fautore dell’intransigenza sul patto di bilancio.
Se a questo aggiungiamo il risultato delle elezioni presidenziali in Francia, con la vittoria del socialista Hollande, ecco che pare affermarsi, nei due paesi traino dell’economia europea, una visione meno intransigente rispetto alla questione “madre di tutte le battaglie” dei debiti sovrani.
A prova di questo, oggi sulla Stampa ( quotidiano legato alla FIAT) Stefano Lepri apre con un’editoriale in cui sostiene che la Grecia ormai non può farcela da sola e occorre cambiare strategia nei suoi confronti. Sembra dunque che inizi a prevalere: “Il buon senso dello strozzino”, ma a quali condizioni?
Un default concordato da parte della Grecia con i debitori, oppure ulteriori prestiti a condizioni migliori, o entrambe le cose?
Vedremo, in ogni caso le cose non miglioreranno di certo per il popolo greco. Il debito pubblico Greco assomma a circa 400 miliardi di dollari, meno di un terzo di quello italiano per cui l’uscita della Grecia sarebbe un costo sopportabile dall’economia Europea. Certo produrrebbe ulteriore crisi ma ( secondo alcuni economisti ) libererebbe l’Europa da un problema senza soluzione. Ma, a riprova del fatto che l’economia è una scienza sociale (e politica), a questo punto un’uscita della Grecia dalla zona Euro sarebbe più una questione politica che economica.

La Grecia, una volta cacciata dall’Europa, andrebbe sicuramente a cercarsi i patners economici altrove. Vien subito da pensare al gigante russo: “La grande casa ortodossa”, che avrebbe da guadagnare un bello “sguardo” sul Mediterraneo visto che ormai detiene su questo mare la sola base di Tartus in Siria, che la NATO adorerebbe eliminare. La Grecia dall’alleanza con la Russia ne trarrebbe un vantaggio anche militare contro la Turchia, suo nemico storico, ( buona parte del suo magro bilancio greco finisce alle spese militari in funzione anti-turca).

In conclusione la Grecia non è poi quel vaso di coccio che ci vogliono far credere inculcandoci ragionamenti monetaristi del tutto demenziali. Che non considerano che gli Stati sono fatti principalmente dai bisogni dei popoli e non dalle burocrazie e dai padroni che li governano. La situazione Greca agita l’Europa e le contraddizioni strutturali del capitalismo, dei suoi Stati e dei padroni che li governano e apre di nuovo a scenari futuri di rivoluzione.

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