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Caos sindacale

di Falaghiste- Abbiamo più volte denunciato l’accordo Marcegalia-Camusso come un tragico errore della classe dirigente CGIL ma la realtà, ancora una volta, ha superato le peggiori previsioni. Già Marchionne aveva escluso la CGIL da Mirafiori e anche il governo con l’art.8 aveva superato a destra quell’accordo, ma l’illusione della Camusso continuava, contando sul fatto che presto ci sarebbero state le elezioni che avrebbe sicuramente vinto il Centrosinistra. Così tutto avrebbe ricominciato a girare per il verso giusto come “sotto” il governo Prodi o negli anni precedenti, quando ci si poteva rilassare a cena con il padrone dopo giorni di “massacranti” trattative. Siccome gran parte dei Burocrati Confederali, ma anche molti funzionari locali delle categorie, hanno la tessera dei partiti di centrosinistra in tasca, si contava sul fatto che, finalmente con un governo amico, poteva ricominciare la bene-amata politica di concertazione.

 Certo che di fronte alla crisi economica, si sarebbe dovuto cedere ancora sui diritti del lavoro, della previdenza e dei salari; ma comunque tutto si sarebbe svolto all’interno di relazioni sindacali corrette e senza colpi di mano: “ alla Marchionne”. Così , Marchionne stesso, sarebbe rimasto isolato e anche in FIAT si sarebbe potuto riaprire una qualche forma di confronto. Politicamente la CGIL ( con CISL e UIL ) avrebbe garantito la pace sociale e il governo, dal canto suo, (si sperava) non avrebbe preteso dai lavoratori “sacrifici” oltre la decenza. Tutto ciò è stato cancellato dal precipitare della crisi del debito sovrano e Monti, che ha dichiarato di voler concordare con i Sindacati la politica economica e del lavoro, in realtà chiederà loro di accettare un massacro sociale. Intanto Marchionne che non aspettava altro, un “minuto” dopo l’insediamento del nuovo governo, disdiceva il contratto nazionale in tutti gli stabilimenti FIAT.

 In sostanza non esiste più una strategia politico-sindacale in grado di rispondere adeguatamente all’attacco del nuovo governo degli strozzini e di Confindustria, sia esso nella versione Marcegaglia che in quella Marchionne. C’è da giurare che le burocrazie confederali di fronte alla scelta fra tutelarsi, accettando la macelleria sociale, o difendere i lavoratori, sceglieranno di conservare le loro poltrone e i loro lauti ( se non proprio milionari ) stipendi. Cercheranno di fermare Marchionne, per salvare se stessi, ma non si spingeranno di certo oltre una politica settoriale e di sostanziale negoziazione, anche se conflittuale. Una politica sindacale subalterna al mercato è del tutto inadeguata alla gravità della situazione; senza un rovesciamento radicale dei presupposti capitalistici di organizzazione sociale non c’è speranza. Così anche la CGIL completerà la sua metamorfosi, iniziata alla fine degli anni settanta: da sindacato che si alimentava di conflitto (anche se nell’ambito delle compatibilità di mercato) ad un sindacato padronale che elimina il conflitto.

 Questa situazione complessiva si riflette naturalmente sulle vertenze aperte a livello locale, dove l’attacco padronale si dispiega in diverse varianti a seconda delle singole realtà delle varie crisi aziendali. Ma, come abbiamo ripetutamente documentato, i sindacati (FIOM compresa), si limitano ad intervenire separatamente con azioni di piccolo cabotaggio come se fossimo ancora nel vecchio quadro concertativo consolidato. Non vi è una strategia comune e nemmeno un coordinamento fra le lotte. Non c’è corrispondenza fra politica sindacale e la disponibilità diffusa dei lavoratori a mobilitarsi; vedi le manifestazioni in occasione dell’ultimo sciopero generale ( molto partecipate ) e la vittoria in Marcegaglia di Forlì del no al referendum sull’uso delle ferie come flessibilità. Certo, non siamo ancora alla rinascita di un grande movimento operaio, ma vi sarebbero le minime condizioni per renderla possibile, ma non c’è un sindacato all’altezza della situazione.

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