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LO SPETTRO DELLA “RIVOLTA” AGITA LA BORGHESIA ITALIANA

IL PCL IL 5 APRILE DAVANTI A MONTECITORIO: LE LEZIONI DI UN’ESPERIENZA
Ecco come il giornale Libero riporta un passaggio della manifestazione del 5 Aprile, convocata dal Popolo Viola, davanti a Montecitorio:
“..Dopo MubaraK, Berlusconi! Egitto, Tunisia, questa è la via!” E ancora “morte al tiranno”. A fare il parallelo poco prima con le rivolte del Magrheb era stato Marco Ferrando del Partito Comunista dei Lavoratori:” Non si dica che è stato possibile in Tunisia e non in Italia. Il governo Berlusconi non è più forte del trentennale governo di Mubarak o di quello di Ben Alì”. Ne è convinto anche Antonio Di Pietro che uscito da Montecitorio per unirsi al presidio mette in guardia dal sottovalutare la protesta: “ Prima che si passi dalla manifestazione alla rivolta vera e propria, invito i cittadini a dare seguito al referendum..”La piazza però vuole qualcosa adesso…L’esasperazione cresce.” ( Libero 6 Aprile)

Questo commento inorridito di un giornale reazionario di fronte a un piccolo episodio di radicalizzazione del sentimento popolare davanti al Palazzo, non è né casuale né isolato. La verità è che prima le monetine a La Russa, poi le “dissacranti” manifestazioni democratiche di fronte a Montecitorio, hanno materializzato confusamente agli occhi dei politici borghesi e dei loro giornalisti lo spettro della “rivolta”.
“Contino le Aule non le Piazze” tuona preoccupato Sergio Romano sul Corriere. “L’appello alla rivolta sociale è una deriva eversiva” grida Giuliano Ferrara su Il Foglio. Mentre il Dalemiano “Il Riformista” giunge a lodare la “saggezza” dell’odiato Di Pietro contro “l’invocazione a “fare come in Egitto” del Partito Comunista dei Lavoratori”.

Perchè tante strida, così apparentemente sproporzionate e fuori tono? Per una ragione molto semplice: la borghesia si specchia nella propria crisi e ne è impaurita. Ciò non rivela affatto, ovviamente, l’ “imminenza” di una rivoluzione. Ma riflette la sua possibilità nella stessa consapevolezza delle classi dominanti.

Questa preoccupazione borghese ha un fondamento politico.
Come diciamo da tempo, la crisi politica italiana si sta avvitando su sé stessa. I pilastri politici e istituzionali della cosiddetta “2° Repubblica” sono in dissoluzione. Un governo reazionario ha intrapreso da un anno il proprio declino, senza che sia disponibile un ricambio politico borghese. Da un lato un sultano in crisi di consenso e a rischio galera, è costretto ad affidarsi alla corruzione parlamentare, al sostegno della xenofobia leghista, al rilancio populista contro gli altri poteri dello Stato, concorrendo così ad approfondire la crisi istituzionale. Dall’altro le “opposizioni” liberali, quando non salvano il governo dalle sue contraddizioni interne (come sulla guerra e il federalismo) vengono umiliate dalla compravendita dei deputati e dalle leggi ad personam di un Parlamento di nominati, pronto a votare la menzogna pubblica più sfacciata pur di salvare il Capo.

Ecco allora il vicolo cieco in cui si infilano uno dopo l’altro tutti gli attori della vita politica ( Procura di Milano inclusa). Qui sta la paura oscura della “rivolta”. Ne hanno paura naturalmente gli ambienti di governo perchè sentono franare lentamente il consenso sociale attorno al Cavaliere senza disporre di alcuna soluzione interna di ricambio. Ma ne hanno paura soprattutto le opposizioni liberali e dipietriste perchè annusano l’umore delle piazze da loro stesse adunate e temono di perderne il controllo; perchè temono che l’”emergenza democratica” da loro stesse evocata a puri fini elettorali, finisca col legittimare nel senso comune popolare la risposta più radicale ( e democratica) che la storia conosca:la “sollevazione” di massa contro il Palazzo.

L’esperienza delle stesse manifestazioni antiberlusconiane di queste settimane è emblematica: non di un processo di radicalizzazione dell’azione di massa ( che oggi non c’è). Ma del progressivo accumularsi di tutte le fascine di una sua possibile esplosione.

La nostra campagna “Fare come in Tunisia e in Egitto” è una piccola cartina di tornasole di questo quadro generale. La nostra proposta di “una grande marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi per imporre a Berlusconi le dimissioni”, entra come una lama nel burro nel popolo della sinistra. I nostri volantini vanno a ruba. I banchetti occasionali di raccolta adesioni attorno al nostro appello registrano ottimi risultati anche nei contesti più difficili. La presentazione del nostro appello in comizi di piazza- come il 5 aprile in piazza Montecitorio- registra forte consenso persino negli ambienti più “costituzionalisti” del popolo democratico.

E’ la riprova di un varco politico. Dobbiamo insistere nella nostra campagna, senza illusioni ma senza timidezze. Sapendo articolare la nostra linea dell’”esplosione di massa” sia sul versante sociale e sindacale, sia sul versante democratico. Ma sempre tenendo la barra politica che ci distingue a sinistra da tutte le componenti riformiste e centriste: la nostra battaglia per la prospettiva rivoluzionaria in ogni movimento di massa, in ogni manifestazione popolare, in ogni tribuna elettorale, fuori da ogni movimentismo, sindacalismo, elettoralismo.

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